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La Tav vista dalla Valsusa

La Tav vista dalla Valsusa

di Jacopo Suppo

Il segretario di un circolo locale del PD risponde a Filippo Zuliani sui cantieri dell'Alta velocità

5 luglio 2011

Mi rendo conto che articolare una risposta al pezzo di Filppo Zuliani (I numeri della Tav) così a ridosso degli scontri di Chiomonte sia molto complicato. Come valsusino mi sento indignato per quello che è capitato nei boschi della Maddalena, perché nel manifestare una contrarietà la violenza non deve essere né contemplata, né accettata e perché gli scontri non fanno altro che allontanare ancora di più il merito del problema dal dibattito politico e aumentare l’isolamento in cui la Valsusa si è cacciata.

Detto questo, mi sembra comunque utile fornire un punto di vista differente da quello offerto da Zuliani, provando, proprio come ha fatto lui, a mettere sul piatto non slogan o frasi ideologiche ma dati e fatti. Tralasciando la parte dedicata ai video di Travaglio (per cui anche il sottoscritto non ha grande simpatia) e sulle dichiarazioni sulla legittimità o meno degli appalti, che neanche io condivido, mi vorrei soffermare sui numeri. Numeri che hanno un senso se vengono collocati nella storia ventennale della Tav in Valsusa.
Negli ultimi trent’anni i valsusini hanno sperimentato la realizzazione di molte opere, più o meno “grandi” (l’ultima in ordine di tempo, l’autostrada A32 Torino-Bardonecchia), con risultati finali lontani anni luce da una seria ipotesi di sviluppo “strutturato” dell’economia. Ci tengo anche a dire che la Valsusa non è mai stata “contro” la ferrovia, tant’è che convive da oltre 150 anni con un’importante linea internazionale: ma vista l’assenza di una buona politica infrastrutturale e di sviluppo del territorio e di fronte all’ipotesi di realizzazione di una linea ferroviaria aggiuntiva che avrebbe dovuto limitare i camion sull’autostrada appena costruita, i suoi cittadini e i suoi amministratori hanno cercato di capirne qualcosa di più.

Dal tempo della sua costruzione a oggi, la linea che percorre la Valle di Susa è stata oggetto di molti ammodernamenti che le hanno dato oggi una potenzialità di traffico merci annuale pari a 15 milioni di tonnellate. In pratica però transitano sulla linea circa 6-7 milioni di tonnellate di merci all’anno. In questo contesto, nel 1994 il governo francese e quello italiano costituirono una società chiamata Alpetunnel, incaricandola di studiare la fattibilità della costruzione del nuovo tunnel alpino (lungo oltre 50 km). I due governi sottoscrissero un documento che consegnarono alla società in cui si diceva che, qualora lo studio di fattibilità avesse dato esiti positivi, sarebbe stata proprio Alpetunnel la società incaricata per la costruzione dell’opera. Nonostante questo evidente conflitto d’interessi, Alpetunnel consegnò ai due governi uno studio in cui evidenziava l’inutilità della realizzazione di una nuova linea ferroviaria se l’aumento delle merci da trasportare fosse rimasto invariato e se i governi non avessero messo in atto politiche d’incentivazione per il trasporto su ferro. Nel 2001 Alpetunnel venne chiusa e venne creata la Lyon Turin Ferroviaire

In un primo tempo si pensò alla realizzazione di una nuova linea ad alta velocità, che connettesse la rete francese a quella italiana. Ma le verifiche condotte nella seconda metà degli anni Novanta evidenziarono che il traffico passeggeri, molto scarso, non giustificava la costruzione di nessuna infrastruttura dedicata. Ad oggi infatti, Rfi ha sospeso il traffico passeggeri tra le due città che fino a cinque anni fa era garantito da 4 convogli al giorno. Si passò pertanto all’idea di una linea mista, merci e passeggeri, sulla quale far circolare treni navetta adatti al trasporto camion (la cosiddetta “autostrada ferroviaria”) in grado di sfruttare la saturazione dei valichi stradali, la cosiddetta linea ad alta capacità.
Ma anche qui emersero delle incongruenze tecniche. La rete francese infatti è concepita esclusivamente come rete “ad alta capacità”, cioè destinata al traffico passeggeri. Il trasporto delle merci in Francia dunque, può avvenire solo sulle linee ordinarie.
Questi dati non scoraggiarono i promotori dell’opera che, supportati da una volontà politica by partisan, nel 2005 avviarono le procedure per l’effettuazione delle campagne geognostiche sul territorio interessato dall’ipotetico tracciato. L’accelerazione dei lavori preparatori allo scavo del tunnel di base determinò gli scontri dell’inverno 2005. Per porre fine ad una situazione insostenibile, il Governo decise di istituire un Osservatorio tecnico, incaricato di esaminare le principali criticità evidenziate dagli Enti Locali della Valle di Susa e della cintura metropolitana. I lavori dell’Osservatorio evidenziarono come la linea fosse lungi dall’essere satura e come le capacità della stessa non siano le medesime da Modane a Torino:
- tratta di Alta Valle (da Modane a Bussoleno) a 20-32 milioni di t/anno
- tratta di Bassa Valle (da Bussoleno ad Avigliana) a 18-28 milioni di t/anno
- tratta “metropolitana” (da Avigliana a Torino) a 6-11 milioni di t/anno

Risulta così evidente come i problemi del trasporto merci tra Italia e Francia vadano cercati non in valle, bensì su quello che è stato chiamato “il nodo di Torino”. Una volta avviato il nuovo servizio ad alta capacità, senza interventi massicci di costruzione di nuovi tracciati in città, il nodo rappresenterebbe il principale “collo di bottiglia” per il traffico merci proveniente da Modane e diretto verso Milano. Un altro risultato importante dell’Osservatorio, ampiamente sottovalutato dai media, fu far emergere come i problemi relativi ai sistemi di trasporto non possano essere risolti soltanto realizzando nuove infrastrutture, senza adottare misure normative, economiche, tecnologiche e gestionali, organizzate secondo una politica coerente ed integrata.

I dati esposti sono stati elaborati dall’Osservatorio Tecnico voluto dalla Presidenza del Consiglio in cui i tecnici designati dalla Comunità Montana della valle di Susa hanno sempre avuto un ruolo propositivo. Questi dati non hanno fatto altro che confermare i dubbi nei confronti di un’opera che costerebbe circa 25 miliardi di euro, di cui solo poco più di 600 milioni finanziati dall’Unione Europea, e rimarrebbe una cattedrale nel deserto se la sua realizzazione non fosse accompagnata da una politica chiara che veicoli le merci dal trasporto su gomma a quello su ferro.

Alla luce di questi dati, gli amministratori valsusini elaborarono una proposta tecnica chiamata F.A.R.E. in cui si prospettava una serie d’interventi per migliorare le performance della linea storica, operando “per fasi”, partendo dal nodo di Torino e non dal tunnel. Prima di questo però, chiesero l’inizio di politiche finalizzate al contingentamento del trasporto stradale a favore di quello su ferro. Questa prospettiva, per colpa di equilibri politici interni alle amministrazioni della Valsusa, purtroppo non fu difesa con la necessaria forza e non fu mai presa in seria considerazione dal governo. Un’occasione persa, visto che questa ipotesi aveva trovato un certo consenso anche all’interno dello stesso Osservatorio.

Come avrete notato, in oltre vent’anni i protagonisti della storia dell’alta velocità/capacità sono stati molti. L’unica assente ingiustificata è stata la politica, che non ha saputo dare risposte alle domande legittime di un territorio che ha sempre soltanto chiesto di “contare” all’interno di un percorso che lo vede protagonista. Questa ostinata volontà di non volersi confrontare ha portato a una contrapposizione radicale tra il fronte del SI e quello del NO e ha caricato di significati un problema che, prima ancora che politico, è tecnico. A oggi, dopo vent’anni di discussioni, proclami, commissioni e scontri, in valle non è ancora stata posata una traversina, a dimostrazione che la “strategicità” di questa nuova linea ferroviaria, sbandierata da più parti, è un teorema ancora tutto da dimostrare.
L’unico segnale fattoci pervenire dalla politica in questi ultimi tre anni, sono stati i 300 milioni promessi dal governo per un ipotetico “Piano Strategico per le aree interessate all’alta velocità”. Peccato che quei soldi non siano mai arrivati. La politica dovrebbe incominciare a ragionare non “se” o “come” fare l’opera, ma quali politiche di sviluppo servono all’Italia per potenziare le sue infrastrutture nel rispetto dei territori, utilizzando il denaro pubblico in modo oculato e senza l’utilizzo della forza.

(Foto Fabio Ferrari/LaPresse)
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50 Commenti

  1. karl

    @unit
    a me 7 ore e 11 non sembrano il doppio di 4. e 4 è da confermare. sicuro che non sono 4 e mezzo?

  2. amilcare

    Mi piacerebbe mi si spiegasse chi lo ha fatto fare a Vittorio Emanuele di investire in un buco (il traforo del Frejus) per portare i treni in Francia nel 1857? Ripeto: 1857.
    Non potevano riqualificare e potenziare le mulattiere? Un muretto qua, una fontana lá e si risparmiavano un sacco di soldi.
    E sí che ne avevano di argomenti: trasportare merci, con una ferrovia poi? Con la Francia? Inconcepibile… tsk! Chissá dove andremo a finire…

  3. uqbal

    A Lisbona stanno ai piedi di Cristo, in questo momento…se la giocano con la Grecia…

  4. franco1

    Intanto cominciamo a dire che quando il traforo del Frejus fu iniziato, la Savoia faceva parte del Regno di Sardegna, quindi il suddetto traforo divenne “internazionale” solo successivamente, inoltre si trattava di assicurare la costanza del collegamento dato che il transito dal passo del Moncenisio ( e tutti quelli intorno) veniva (così come ancora oggi) interrotto a ogni inverno per riprendere in primavera/estate.
    La linea “storica” sarebbe tranquillamente in grado di assorbire la quota di trasporto che oggi si svolge sull’autostrada e già si è investito in tal senso (adeguamento della sagoma delle gallerie a affini), semplicemente non esiste (come in Svizzera) l’obbligo di utilizzare il treno.
    Quanto al fatto che Torino costituirebbe una strozzatura non sono così convinto ed in ogni caso si potrebbe rimediare con un investimento decisamente inferiore.

  5. doppiok

    @uqbal ma va?e noi invece quanto stiamo meglio?

  6. @Franco1: non è questo il punto. Servono 2 nuovi binari per separare il traffico nazionale/internazionale da quello regionale/locale. E’ questo il punto. Come sarebbero le statali italiane se non ci fossero le autostrade? Perchè il paragone da fare è questo.
    L’obbligo di mandare le merci sul treno invece che sul camion potremmo immaginarla anche noi alla conclusione dell’opera come fa la svizzera con l’alptransit: chi ce lo vieta?

  7. gilluc

    Non so per quanto tempo ancora, ma io resto fedele al modello di democrazia rappresentativa per cui le scelte di sviluppo si delegano attraverso il voto (e poi si controlla e si vigila anche grazie alla libera stampa, ovviamente). Ora, se governi di destra e di sinistra concordano sulla necessità dell’opera, se al dissenso e al confronto viene dato spazio e ascolto (l’Osservatorio), se le critiche conducono alla definizione di varianti di progetto e di tracciato, a me sembra che dopo tanti anni si debba metterci un punto e incominciare a scavare.

  8. lattaro

    A ne sembra che l’articolo di Suppo sia così chiaro, che onestamente trovo persino offensivo tutte le varie interpretazioni che si adducono per perorare la causa favorevole alla realizzazione dalla linea “alta capacità”.
    Ciascuno ha il diritto di esprimere il proprio parere sulla giustezza o meno della realizzazione dell’opera, ma dovrebbe farlo, non su considerazioni tecniche, strutturali, e logistiche, ma bensì sulla grande domanda a cui
    politica, amministrazioni, stampa al netto di interessi particolari, si guarda bene dal rispondere: nel lungo periodo, 40/50 anni, questa opera, così come pensata ora, serve? Io penso di no

  9. franco1

    @sinigagl
    Scusa, ma abbiamo appena detto che per il traffico che c’è (e molto presumibilmente ci sarà) la struttura attuale basta e avanza, tanto più che nessuno dei nostri (almeno finora) si mai sognato di prospettare un obbligo di utilizzo del treno da parte degli autotrasportatori; come ho già detto chi si azzardasse a farlo si troverebbe impalato su una marmitta.
    E poi vorrei capire una cosa, visto e considerato che Trenitalia ha come obbiettivo principale il raggiungimento di risultati economici e non quello di offrire un “servizio” (lo ha detto Moretti neanche troppo fra le righe) e sempre considerando che la concorrenza viene vista come un oltraggio (vedi Arenaways) non mi pare che ci si possa aspettare molto di buono.

  10. amilcare

    @Franco1
    Perdi di vista il significato storico: 1857, nel bel mezzo delle prime guerre di indipendenza, momento turbolento e costoso, i Savoia decidono di collegare la Val di Susa con la Savoia per mezzo di un treno e di un buco nella montagna. Credi che non abbiano valutati i flussi di traffico e non ci sia qualcuno che abbia provato a dire che le mulattiere che avevano andavano benissimo e bastava farci qualche lavoretto? Hanno avuto il coraggio e la lungimiranza di fare scelte audaci.
    A livello UE hanno disegnato la struttura ferroviaria del 2030-50. Se vogliamo partecipare anche noi a quel network ferroviario AV/AC dobbiamo fare la ns parte e ce ne finanziano un pezzo. Altrimenti siamo tagliati fuori. Tutto qui.

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