Da qualche settimana, in Italia, si fa un gran parlare del “vento del cambiamento”. La vittoria dei candidati del centrosinistra alle amministrative e il raggiungimento del quorum ai referendum hanno dato una grande speranza che questo paese sia finalmente arrivato a una svolta. Ma è davvero così?
Io credo che l’Italia, al di là delle parti e degli schieramenti, abbia un problema specifico con l’idea stessa del cambiamento. Mi pare che messo davanti a delle scelte, questo paese preferisca sempre battere la via vecchia invece che provare a vedere cosa riservi la via nuova. Che si preoccupi sempre di più di vedersi garantito un minimo ritenuto indispensabile invece che provare a scommettere su opportunità maggiori, ma meno definite e magari più incerte. Che all’ebbrezza del mare aperto l’Italia preferisca sempre di gran lunga la calma piatta del porto, con tutte le sue certezze (e, fatalmente, con la sua sicura immobilità).
Ne risente anche l’infinito dibattito sul ricambio sulle classi dirigenti. Alla fine in Italia quando non si sa più che pesci prendere ci si rivolge a qualcuno che ha fatto un buon lavoro nel passato, e chi se ne importa se continuerà a farlo come lo ha fatto venti o trent’anni prima (e buona notte all’innovazione). Insomma: con buona pace del presunto “vento del cambiamento” che dovremmo sentir vigorosamente soffiare in questi giorni da queste parti, alla fine abbiamo scoperto che il nuovo presidente di Parmalat sarà Franco Tatò, un brillante giovanotto di ottant’anni.
La politica da noi non sente dire qualcosa di veramente nuovo e originale da molto tempo. Messaggi netti e innovativi sembrano non trovare spazio né nella politica né nella comunicazione. Le grandi battaglie ideali, i grandi cambiamenti civili sembrano aver lasciato il campo a una politica di piccolo cabotaggio che trova molto spazio per la mediazione e pochissima voglia di assumersi il rischio di dare delle risposte. Potremmo mai pensare di nominare capo dell’esecutivo uno – peraltro di colore – che ha fatto il senatore soltanto per due anni?
È per parlare esattamente della vertigine di chi sceglie “la via nuova” e delle paure che ne derivano – e parlandone, provare a vincerle, o almeno a capirle – che ho deciso di invitare un po’ di persone a raccontare, a riflettere e a raccontare del cambiamento e dei cambiamenti. Di quelli che hanno vissuto, di quelli di cui sono stati testimoni, di quelli che hanno contribuito a produrre.
E così è nata Changes, la festa del cambiamento. Dal 15 al 17 luglio prossimi ci ritroveremo ad Acquapendente, nell’Alta Tuscia vicino a Viterbo, con molti amici, che ho scelto un po’ per il rapporto personale che ho con loro, un po’ per la loro storia, un po’ perché penso che abbiano sempre dimostrato la capacità e la voglia di mettersi in gioco. Tra loro Concita De Gregorio, Nicola Zingaretti, Pippo Civati, Elio De Capitani, Luca Sofri, Giovanni Bachelet, Francesca Paci, Pierfrancesco Majorino, Marco Rossi Doria, Mila Spicola, Jean Lèonard Touadi, Sandra Savaglio, Cristiana Alicata, Andrea Sarubbi, Ilda Curti e molti altri.
Ma sarà soprattutto una festa a cui siete invitati tutti, da tutta Italia. Saremo in un posto belissimo, tra la cittadina di Acquapendente e i boschi della Riserva Naturale del Monte Rufeno, in un dibattito che vorrà essere circolare, con la struttura di un racconto fatto intorno al fuoco. L’idea è che Changes sia un luogo dove prevale l’ascolto, dove la politica e il cambiamento partono in primo luogo dalle proprie esperienze di vita, dove anche l’emozione ha una sua piena cittadinanza.
Il sito di Changes è www.changesfest.net. Io vi aspetto. Se avrete voglia di essere con noi alla festa del cambiamento, scrivete una mail a prenotazioni@changesfest.net e sarete contattati per assicurarvi l’ospitalità più in linea con le vostre attese.




Quasi quasi ci vado…
Non potrò esserci, abito all’estero e il viaggio mi costerebbe troppo.
Da cui la domanda, provocatoria ma neanche tanto: quest’incontro improntato al nuovo, al moderno e giovane, avrà wifi per gli ospiti, streaming video in diretta o in differita e simili? Grazie per l’informazione
Si paga?
Sul sito non riesco a trovare alcun riferimento :(
Tutto questo mi piace molto, e propongo soltanto un piccolo cambiamento di prospettiva (calembour involontario).
Anziché dire che serve il cambiamento (che per certi versi è una maniera più elegante di proporre la pars destruens), cominciate a far assaggiare questo cambiamento: rappresentatelo, fatelo immaginare, mettete la pulce nell’orecchio della gente, stuzzicategli l’appetito.
Voglio dire: una cosa è dire che dobbiamo cominciare a ripensare lo sviluppo urbano, un’altra è far vedere un photoshop in cui si vede a colori ben vivi come potrebbe essere una via degradata di una nostra città se soltanto si togliessero le macchine.
Il problema è, in questo approccio, che non appena fai un’affermazione comincia il mercato del pesce delle urla, delle accuse e delle ripicche, perché l’Italia è il paese del nimby e delle leggi vessatorie in tutto quello che è vagamente progressista e tecnologico, dai rigassificatori, alle pale eoliche, ai treni, gli OGM, ai matrimoni gay, ecc. ecc. Insomma, basta poco per scatenare la canea della Reazione.
Quindi la battaglia va fatta ma con molta sapienza, insistenza e tatto e non soltanto dicendo: “Cambiamo”.
bravi, bella iniziativa, pero’:
changes.
cambiamenti.
perche’ bisogna usare l’inglese?
non ci e’ bastato: ” I care “?
@ hairstrike: Non gli basta MAI. Qualcuno ha mai visto il centrosinistra imparare dai propri errori?