Presidio dei Comitati per il si al referendum
  • Italia
  • venerdì 3 giugno 2011

Guida ai referendum abrogativi

di Francesco Costa

Le cose da sapere per votare consapevolmente il 12 e il 13 giugno

Presidio dei Comitati per il si al referendum

Il secondo referendum sull’acqua – scheda GIALLA

La situazione
Il secondo quesito referendario propone l’abrogazione del comma 1 dell’art. 154 del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante «Norme in materia ambientale», limitatamente alla parte: «dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito». In sostanza, quella norma stabilisce che la tariffa per l’erogazione dell’acqua sia calcolata prevedendo la remunerazione per il capitale investito dal gestore, fino a un massimo del 7 per cento. Di questa quota fanno parte sia i profitti che gli oneri finanziari derivanti dai prestiti, e la sua riscossione non è collegata a nessun obbligo di reinvestire denaro nel miglioramento della qualità del servizio.

Per legge la tariffa del servizio idrico non comprende il valore dell’acqua, ma solo i costi del servizio. Le tariffe sono decise dagli ATO, cioè dagli stessi Comuni: la legge fissa un tetto massimo oltre il quale non si può andare ma non un tetto minimo. Negli ultimi anni in Italia le tariffe sono salite perché per legge non è più possibile pagare i costi di gestione del servizio con la fiscalità generale, cioè con le tasse, ma solo con le tariffe: nonostante questo, le tariffe dell’acqua in Italia sono comunque tra le più basse in Europa.

Se vince il Sì
In caso di vittoria del Sì, per le società che gestiscono le risorse idriche sarebbe impossibile realizzare profitti dalle tariffe: si tratterebbe, in sostanza, della fine degli investimenti privati nelle società che gestiscono le risorse idriche. Questo implicherebbe progressivamente lo scioglimento delle società miste attualmente operanti sul mercato, la necessità per le società pubbliche di ri-acquistare le quote dei privati e l’obbligo di realizzare investimenti nel settore soltanto con risorse pubbliche e soltanto a fondo perduto.

Se vince il No
In caso di vittoria del No, la legge resterebbe così com’è: i gestori possono realizzare una remunerazione sulle tariffe fino a un massimo del 7 per cento.

Le posizioni
Sia i promotori del quesito che i suoi oppositori sono concordi nel ritenere l’eventuale abrogazione della norma la fine degli investimenti privati nella gestione delle risorse idriche, perché nessun privato investirebbe in un settore dal quale sa di non poter ricavare alcun profitto.

Secondo i sostenitori del Sì questo esito è auspicabile, perché l’acqua è un bene che deve essere “sottratto al mercato” e la possibilità di realizzare profitti sulla sua gestione porterebbe a un aumento delle tariffe, a fronte di nessuna garanzia reale riguardo gli investimenti di cui il settore ha bisogno.

Secondo i sostenitori del No solo i soggetti privati possono garantire gli ingenti investimenti necessari al sistema di gestione delle risorse idriche, dato che i soggetti pubblici non hanno la disponibilità economica per realizzare investimenti a fondo perduto, a meno di scaricarne i costi sulle tariffe o sulle tasse. La conseguenza sarebbe quindi il progressivo peggioramento della qualità del servizio, anche perché per riacquistare le quote cedute ai privati molti Comuni sarebbero costretti a indebitarsi.

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