Il Post
RSS Registrati Login
— Mondo

Il futuro del petrolio

Il Wall Street Journal fa il punto sulle riserve dei paesi del Golfo e sulle prospettive

25 maggio 2011

La Penisola Araba è una delle regioni più ricche di petrolio del mondo. Negli ultimi decenni i suoi giacimenti sono stati uno dei principali motori della crescita economica degli stati occidentali e della loro ricchezza. Il Wall Street Journal ha fatto il punto sulla situazione delle loro riserve, cercando di spiegare che cosa potrebbe succedere al loro diminuire.

Per riserva si intende la quantità di petrolio che si stima potrà essere estratta in futuro dai giacimenti già scoperti. Per esempio: secondo lo US. Geological Survey nel mondo esistono giacimenti per un valore complessivo di tremila miliardi di barili petrolio. Di questi però solo 400 miliardi sono estraibili con le tecnologie attualmente a disposizione. Solo queste ultime possono quindi essere considerate riserve.

L’Arabia Saudita è diventata rapidamente il maggiore produttore mondiale di petrolio grazie allo sfruttamento delle sue vaste riserve facilmente accessibili. Ma ormai gli esperti concordano nel dire che il petrolio facile sta per esaurirsi e che per gli attuali esportatori sarà sempre più difficile soddisfare la domanda. I pozzi più grandi nella regione del Golfo hanno ormai estratto oltre la metà del petrolio presente nel sottosuolo, raggiungendo il punto in cui la produzione di solito inizia a diminuire. Da qui l’attenzione per i giacimenti petroliferi più difficili, quelli che contengono il cosiddetto “petrolio pesante”, più complicato da estrarre e da raffinare, quindi più costoso.

Arabia Saudita e Kuwait, in particolare, hanno iniziato a rivolgere la loro attenzione ai miliardi di barili di petrolio pesante intrappolati nel deserto di Wafra, una regione scarsamente popolata al confine tra i due stati. «Quando le persone parlano della fine del petrolio non considerano tutto il petrolio pesante presente nel pianeta a cui ancora non abbiamo accesso», spiega Amy Myers Jaffe dell’Institute for Public Policy di Houston «c’è una grande quantità di petrolio, è solo questione di sviluppare la tecnologia giusta per prenderlo». Nel caso del deserto di Wafra, per esempio, la tecnica consiste nell’iniettare grosse quantità di vapore nel sottosuolo per rendere il petrolio meno viscoso e consentirgli di raggiungere la superficie con più facilità.

L’Arabia Saudita ha deciso di affidarsi all’azienda petrolifera americana Chevron, che ha anni di esperienza nel campo dell’estrazione in California e Thailandia. È una rara opportunità per un’azienda occidentale di prendersi una fetta di quella che presto potrebbe diventare una delle più grandi riserve petrolifere del mondo.

Il 45 percento del petrolio estratto dal deserto di Wafra è già destinato agli Stati Uniti. Quello che è in palio con questo progetto è un piccolo angolo del deserto che si stima contenga almeno 25 miliardi di barili di petrolio pesante. Finora i risultati sono stati incoraggianti: i pozzi al momento producono 1.500 barili al giorno, sette volte più di quanto non facessero nel 2009, prima che venisse utilizzata la tecnica delle iniezioni di vapore. Arabia Saudita e Kuwait stanno prestando molta attenzione ai risultati. Principi, emiri, ministri e ambasciatori hanno tutti visitato la zona dei nuovi pozzi. «Tutti stanno guardando il nostro progetto», ha detto il presidente della divisione Chevron in Arabia Saudita, Ahmed Al-Omer.

La richiesta globale di petrolio è aumentata di 2,3 milioni di barili al giorno nel 2010 – il 2,8 percento in più rispetto all’anno precedente – soprattutto per la crescente richiesta di India e Cina. Allo stesso tempo la produzione di petrolio nei paesi occidentali non è aumentata in maniera significativa. Il che li rende sempre più dipendenti dai paesi OPEC e in particolare dall’Arabia Saudita, il suo membro più forte. Il solo Medio Oriente conta per almeno 78 miliardi di barili di petrolio sul totale attualmente estraibile, circa quattro volte quello degli Stati Uniti.

Approfittando di questo disequilibrio, tutti i paesi del Golfo Persico stanno cercando di investire ancora di più nei loro giacimenti petroliferi. Il Bahrein ha detto che spera di raddoppiare o addirittura triplicare la sua produzione di petrolio sfruttando nuovi giacimenti con la collaborazione dell’azienda californiana Occidental Petroleum. Abu Dhabi a sua volta ha lanciato un progetto con la Praxair per cercare di aumentare la produzione nelle sue riserve di Zakum. Già nel 2007 l’Oman aveva iniziato a sperimentare una nuova tecnica di estrazione che ha consentito di aumentare di quindici volte la produzione di petrolio dal 2005. E l’anno scorso ha firmato un accordo con la Royal Dutch Shell per incrementare la produzione a Marmul.

Il progetto di Arabia Saudita e Kuwait nel deserto di Wafra resta comunque quello più ambizioso. Il piano prevede di costruire 19mila nuovi pozzi e rendere accessibili sei miliardi di barili di petrolio. Chevron non ha reso noto il costo totale dell’operazione limitandosi a dire che si tratta di un progetto multimiliardario sviluppato nell’arco di venti/trenta anni, ma il Kuwait aveva già stimato in precedenza che costerà approssimativamente dieci miliardi di dollari in dieci anni.

TAG: , , , , , , , ,

7 Commenti

  1. heilandstark

    Quindi possiamo tranquillamente dire che tutte le menate che ci raccontano su sviluppo sostenibile ed energie alternative sono da prendere in quanto tali: menzogne pure e semplici.
    Perché se si continua ad investire cosi’ massivamente nel petrolio, e se poi viene fuori che i poveri danesi abitanti in Groenlandia per potersi sviluppare devono estrarre, e che finalmente le sabbie bituminose canadesi servono alle popolazioni autoctone a pagarsi l’indipendenza capiamo bene in che direzione si sta andando.
    Quindi chi puo’ approfitti delle sovvenzioni (soldi nostri buttati ai privati) per le energie alternatice che quando il prezzo del petrolio scenderà dinuovo le pale smetteranno di girare.
    Garantito.

    heilandstark.wordpress.com

  2. Net Flier

    Ma c’è anche dell’altro: tutti a dire “io? petrolio, no grazie” e poi a spendere dieci miliardi per andarci dietro.
    e noi a pagare 1.5€/l la nafta.
    non ci sono alternative: l’unica via percorribile è consumare meno e ci libereremo di questa dipendenza maledetta.
    chiaro che se in america continuano a produrre cagafumi da 3km/l..(ovvio, è un’iperbole)

  3. ilbrago

    “La richiesta globale di petrolio è balzata a 2,3 milioni di barili al giorno nel 2010″ in realtà nel sito dice che è aumentata DI 2,3 milioni arrivando a 88 milioni di barili al giorno

  4. plato

    “utilizzata la tecnica delle iniezioni di vapore” che aumenta la pressione all’interno del pozzo, permettendo di estrarre più quantità di petrolio, e, purtroppo, annacqua parte della riserva petrolifera

  5. heilandstark

    @PLATO,
    finché si tratta di portare acqua nel deserto magari si potrebbero anche intravedere possibilità di sviluppo agricolo. Anche se non essendo un esperto e vedendo quanto accade in Canada dove l’acqua dei fiumi è utilizzata per l’estrazione delle sabbie bituminose, per essere poi riversata in pozze maleodoranti e tossiche senza essere trattata, dicevo che mi pare difficile poter recuperare un terreno trattato per l’estrazione petrolifera.
    HS

  6. plato

    chi ha parlato di recupero del terreno? esperto^? vuoi la fonte delle mie informazioni? non sono tenuto a dare informazioni a chiunque, per fortuna

  7. heilandstark

    @Plato
    Bene mi pare tu sia in perfetta sintonia con quelli della Cairn Energy che vogliono perforare sul fondo dell’Artico, ma non vogliono FARCI VEDERE il loro “Response Plan” nel caso di una fuoriuscita. http://www.greenpeace.org.uk/blog/climate/arctic-standoff-two-greenpeace-ships-confront-world%E2%80%99s-most-controversial-oil-rig-20110524
    Cmq non capisco il tenore del commento. Avessi mica chiesto il numero di carta di credito o di divulgare uno studio ancora non pubblicato.
    mah

    HS

Lascia un Commento