Il Post
— Mondo

Cosa sono i confini del 1967

di Giovanni Fontana

La prima cosa da sapere è che sono stati la base di tutte le trattative condotte finora tra Israele e Palestina

La seconda cosa da sapere è che Israele non li ha ottenuti nel 1967

20 maggio 2011

“I territori del ‘67 devono essere la base per il trattato di pace fra Israele e Palestina”, ha detto ieri Barack Obama, nel proprio discorso sul Medio Oriente. Ci sono due cose da sapere, intanto: la prima è che si chiamano territori del ’67, ma Israele li ha ottenuti vent’anni prima: dopo la guerra del ’48. La seconda è che sono stati la “base” di tutte le trattative fra israeliani e palestinesi – e sappiamo tutti com’è andata, visto che siamo ancora qui a parlarne. Verrebbe da chiedersi, allora, perché Obama li riproponga come punto di riferimento per raggiungere la pace. La risposta è semplice: non sono una novità, non sono una via facile, ma sono l’unica strada percorribile. Come disse una volta il presidente israeliano Peres «non è che non ci sia luce in fondo al tunnel, è proprio che non troviamo il tunnel».

Per questo, l’insistenza sulla questione dei territori è più che giustificata: l’eterno conflitto arabo-israeliano è, prima di ogni altra cosa, una guerra per ogni piccolo pezzetto di terra. Se andate in giro in quelle zone, da Tel Aviv a Ramallah, vi spiegheranno che il problema del conflitto arabo-israeliano è uno, anzi sono due: c’è troppa storia e troppa poca geografia. Sulla storia del conflitto israeliano si potrebbero scrivere biblioteche intere, che difatti sono state scritte. Quello che segue vuole essere un velocissimo riepilogo dei principali eventi utili a capire cosa sono questi fantomatici territori del ’67, e perché sono così importanti.

Il passato
Lo Stato d’Israele nasce nel ’48, dopo che l’ONU decide di spartire l’area del mandato britannico fra arabi ed ebrei. Gerusalemme resta città internazionale. Israele accetta la soluzione, e Ben Gurion dichiara l’indipendenza. I palestinesi, al contrario, la rifiutano e – assieme agli altri Stati arabi – dichiarano guerra a Israele. Per gli arabi è una disfatta, per i palestinesi è la Nakba, la catastrofe. Per gli israeliani è un miracolo, ricordato come la Guerra d’Indipendenza. Israele conquista un terzo dei territori che la risoluzione ONU aveva assegnato ai palestinesi: se prima Israele si estendeva per metà del vecchio territorio mandatario, ora ne raggiunge quasi i tre quarti. Questa nuova linea d’armistizio, anche detta Green Line, sono i cosiddetti territori del ’67.


(a sinistra, quanto stabilito dalla risoluzione 181 dell’ONU; a destra, Israele dopo la guerra del 1948)

La Palestina, nel frattempo, non esiste: la Striscia di Gaza viene occupata dall’Egitto e l’attuale Cisgiordania viene occupata dalla Giordania, la quale si spartisce con Israele anche Gerusalemme. Nonostante un nuovo conflitto (la Crisi di Suez) nel ’56, fra il ’49 e il ‘67 i confini restano sostanzialmente invariati. Sul fronte interno, però, Israele procede a un’ebraizzazione sistematica dei territori appena sottratti ai palestinesi. È nel ’67, con la Guerra dei Sei Giorni, che Israele si trasforma a tutti gli effetti in una forza occupante: una nuova disfatta araba permette agli israeliani di occupare tutta l’attuale Cisgiordania, compresa l’intera Gerusalemme, oltre a Gaza, il Golan e il Sinai. Quest’ultimo verrà restituito diversi anni dopo all’Egitto in cambio del trattato di pace. Al contrario delle precedenti, queste nuove conquiste territoriali non verranno mai riconosciute dalle Nazioni Unite. L’ONU, nelle risoluzioni 242 e 338, chiede a Israele di ritirarsi ai territori precedenti al ’67 – di qui il nome – riconoscendo invece le conquiste del ’48. Israele, al contrario, comincia a costruire sempre più insediamenti sui territori che occupa al di fuori della legalità internazionale. Sono oggi il principale ostacolo, da parte israeliana, al trattato di pace.

Il presente
Si può dire che è con la prima intifada, a metà degli anni Ottanta, che Israele si rende conto del vigore delle rivendicazioni palestinesi, della sostanziale necessità di un compromesso. È una nozione che gran parte della società israeliana deve ancora metabolizzare, così come quella palestinese.

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  • adrenaline

    “Ci sono due cose da sapere, intanto: la prima è che si chiamano territori del ’67, ma Israele li ha ottenuti vent’anni prima: dopo la guerra del ’48.”

    Ora, non dico che si debba conoscere a memoria “Vittime” di Benny Morris per poter parlare con cognizione di causa della questione, ma una simile affermazione denota una totale ignoranza dei fatti più elementari relativi al conflitto arabo-israeliano.

    La Cisgiordania, tanto per essere espliciti, fu sotto il controllo giordano dal 1948, quando il regno di Transgiordania occupò quei territori, mutando tra l’altro il nome dello stato da Transgiordania a Giordania proprio a seguito di tale evento, fino alla guerra dei sei giorni del 1967, quando la Cisgiordania o West Bank che dir si voglia passarono sotto il controllo israeliano.

  • http://www.distantisaluti.com Giovanni Fontana

    Ciao, naturalmente ho letto Morris, fra gli altri. Hai ragione che il periodo è poco chiaro, però forse – visto che dimostri di essere interessata all’argomento – potevi sforzarti di leggerlo una seconda volta e capire cosa intendessi dire. Sbaglio o hai commentato senza leggere il post?
    Comunque: il “ritorno ai territori del ’67″ significa ritornare ai territori ottenuti da Israele nel ’48, su questo siamo d’accordo? Immagino di sì. Sono quelli, difatti, i territori a cui ci si riferisce quando si parla di “territori del ’67″, e non – come fai intendere tu – i “Territori Occupati” (attuale Cisgiordania/Autorità Palestinese). Fra l’altro, fosse come dici tu, sarebbe ridicolo: Obama chiederebbe a Israele di ritornare ai territori occupati nel ’67, ovvero di riprendersi (rioccupare militarmente) anche Ramallah, Gaza, tutte le altre città nella Zona A, e anche il Sinai!

  • atlantropa

    Chiaramente in un riassunto così breve non possono non esserci delle leggere imprecisioni; però nell’articolo c’è un enorme imprecisione laddove si dice:

    L’ONU, nelle risoluzioni 242 e 338, chiede a Israele di ritirarsi ai territori precedenti al ’67 – di qui il nome – riconoscendo invece le conquiste del ’48

    A prescindere dalla problematicità di significato dell’ultima parte della frase (“riconoscendo…”), il punto cruciale è che la natura del ritiro richiesto ad Israele da parte della 242 (e conseguentemente dalla 338) è – per così dire – oggetto di ermeneutica.

    Nel testo inglese della risoluzione si parla di withdrawal [...] from territories (ritiro non necessariamente integrale) mentre in in quello francese di retrait [...] des territoires (ritiro integrale).

    La risoluzione procedeva da una bozza inglese; Lord Caradon, allora rappresentante inglese, ha dichiarato che “la frase essenziale e mai abbastanza ricordata è che il ritiro deve avvenire su confini sicuri e riconosciuti. Non stava a noi decidere quali fossero esattamente questi confini. Conosco le linee del 1967 molto bene e so che non sono un confine soddisfacente”; Lyndon Johnson, presidente USA, disse: “non siamo noi che dobbiamo dire dove le nazioni debbano tracciare linee di confine tra di loro tali da garantire a ciascuna la massima sicurezza possibile. È chiaro, comunque, che il ritorno alla situazione del 4 giugno 1967 non porterebbe alla pace. Devono esservi confini sicuri e riconosciuti. E questi confini devono essere concordati tra i paesi confinanti interessati”.

    Per contro, all’atto dell’approvazione della bozza inglese, nelle dichiarazioni di voto alcuni dei rappresentanti dissero esplicitamente che intendevano il ritiro militare previsto dalla bozza nel senso di ritiro integrale, così come era previsto esplicitamente nella bozza concorrente a quella inglese presentata dai non allineati.

    Questo è sempre stato un punto chiave nei colloqui del processo di pace: il punto di partenza da cui muovere, la 242 [una risoluzione del CdS dell'ONU ex chapter VI: generalmente si ritiene abbia solo il valore di raccomandazione, e non sia vincolante], non è inteso nello stesso modo dai negozianti.

    Per fare un esempio, quando a Camp David si affrontò il problema di Gerusalemme Est, Arafat e i suoi dissero che avrebbero voluto discuterlo all’interno della questione generale della territorialità del nuovo stato palestinese, che andava stabilita a partire dalla 242 interpretata nel suo senso estensivo del ritiro integrale; a posteriori Ben Ami (se non sbaglo) commentò la cosa dicendo: “ma allora che cosa ci sarebbe stato da negoziare?”.

  • atlantropa

    Ovviamente anche il mio “un enorme imprecisione” è un’enorme imprecisione…

  • http://www.distantisaluti.com Giovanni Fontana

    Altantropa, la questione di come Israele ha usato l’equivocità della stesura della versione inglese è cosa nota, ma il fatto che con “withdrawal from (occupied) territories” si intendesse “ritiro da tutti i territorî occupati” e non “ritiro da alcuni territorî” (che senso avrebbe, poi?) è cosa abbastanza scontata. Tantopiù che la versione francese è inequivoca.
    Dopodiché il ritiro ai territori del ’67 è sempre stata la posizione delle Nazioni Unite nei confronti di Israele: anzi, le Nazioni Unite degli Anni 70 erano molto più anti-Israele di quanto lo siano oggi (ricordi la 3379? Sionismo è razzismo?).

  • atlantropa

    Temo proprio che ti sbagli.
    Guarda per esempio qui.

  • http://www.distantisaluti.com Giovanni Fontana

    Per precisare: io non sto valutando la giustizia di una decisione, ma la credibilità di due prospettive d’intenzionalità, specie – ribadisco – per quale fosse la direzione delle NU dal ’67 in poi.
    Proviamo a fare lo stesso esempio con il denaro anziché i territori: tu mi dichiari guerra, vinco io e riesco a prenderti 20 dobloni d’oro. La comunità internazionale dice “restituisci i dobloni”: stai tu osservando il desiderio della comunità internazionale se ne restituisci 1 e te ne tieni 19? Non sto dicendo che non si possa interpretare così, legalmente, ma sto parlando – e di questo parlavo nel post – di quale fosse l’indirizzo delle NU dal ’67 in poi rispetto ai territori occupati.

  • atlantropa

    Giovanni, il punto è banale: tu hai scritto che la 242 chiederebbe il ritiro sui confini precedenti al conflitto del giugno 67, mentre semplicemente non è così.
    L’esempio tratto dalla vita quotidiana che mi proponi, l’atteggiamento anti-israeliano dell(‘assemblea generale dell)e nazioni unite di cui hai parlato precedentemente, ma persino le intenzioni della diplomazia americana deducibili dai cablogrammi desecretati di cui parla Chomsky, nulla di tutto ciò rileva.
    La risoluzione ha un testo ben preciso, ci furono apposite discussioni in merito all’inserimento di un all o di un the tra from e territories, ma si decise scientemente di approvarla così com’è.
    Conseguentemente la raccomandazione della risoluzione non è univoca, e dire sic et simpliciter che prescriva il ritiro sui confini del 48 è quantomeno fuorviante; en.wiki affronta estensivamente l’argomento della controversia in merito alle sue possibili interpretazioni.
    Per completare il quadro, c’è da dire che alcuni ritengono che la differenza tra le versioni inglese e francese non sia affatto casuale: il SC sarebbe stato volutamente impreciso, in modo tale che ciascuna parte portasse a casa qualcosa.
    In molti, poi, ritengono che l’impossibilità di acquisire terra con la forza (che viene richiamata nel preambolo, e che viene puntualmente tirata in ballo da chi propende per il ritiro integrale) riguardi solo una guerra offensiva – quindi Sinai e Golan ma non la West Bank, dove Israele era l’attaccato.
    Non sono io a voler complicare la cosa, è che la cosa è complicata di suo.

    PS: inoltre fare un’ermeneutica delle “”intenzioni dell’ONU”" mi pare tempo perso, specie se si tiene conto che nella sua crassa miopia l’ONU per decenni ha continuato da un lato a richiamarsi a non meglio precisate “sue precedenti disposizioni” (quindi in definitiva alla GA 181), in particolare riguardo all’assetto di Gerusalemme, e dall’altro a non fare alcun riferimento al “popolo palestinese” (al punto che fino a circa metà degli anni ’70 nei documenti ufficiali si parla di “problema dei rifugiati”; e la 242 non fa eccezione).

  • http://www.segantini.net Luca Segantini

    Mi pare si stia discutendo dell’atteggiamento ponziopilatesco della cosiddetta “comunita’ internazionale”, che, per non prendere una posizione definita, ha scientemente approvato una risoluzione ambigua nel significato. Lo stesso atteggiamento che ha lasciato campo libero a Hitler, e dal quale Israele deve difendersi con pratiche non sempre ortodosse. Sono piuttosto critico verso la politica israeliana di occupazione e trovo le colonie aberranti, ma l’alternativa del ritiro su confini indifendibili significa un’altra guerra appena il prossimo Nasser prendera’ il potere. E non dimentichiamo per favore le centinaia di milioni di cittadini degli stati arabi, confinanti e non, che sfruttano il dramma palestinese senza muovere un dito o investire una piccola frazione dei miliardi di dollari di cui dispongono.

  • Alessandro

    Ritengo l’articolo incompleto e fuorviante. Non si può argomentare l’antefatto storico della quastione israelo-palestinese, facendolo risalire soltanto a partire dal 1948, anno della nascita dello Stato d’israele, tralasciandone la storia del periodo antecedente. Analizziamo come nasce Israele: quei territori (sia Israeliani, che palestinesi, ma anche l’attuale Giordania) dopo il dominio ottomano per oltre 4 secoli, passarono sotto il mandato britannico dopo la vittoria nella prima guerra mondiale (in verità per la futura Giordania le cose furono un pò diverse; sua Maestà fornì aiuto militare nella Rivolta Araba, in cambio di uno stato indipendete, ad ovest del fiume giordano, ma comunque sotto l’influenza britannica, la Transgiordania e in cambio di aiuti nella guerra mondiale). La prima cosa che fecero i britannici fu la stesura della Dichiarazione di Balfour (1917): una sorta di dichiarazione d’intenti volta a soddisfare le instanze dell’ascendente movimento sionista, nella quale si parla della creazione un ambiguo “Jewish National Home” nell’area palestinese per tutti gli ebraici del mondo, con nessun riferimento alla costituzione di uno stato ebraico di diritto, ma piuttosto un focolare nazionale che desse asilo agli ebrei della palestina e delle altre nazioni, senza ledere i diritti civili-religiosi delle comunità non ebraiche indigine. Infatti già nel 1915, due anni prima, gli stessi britannici avevano promesso allo sharif di La Mecca (il più autorevole ed importante rappresentante di tuttà la comunità araba della zona, in quanto diretto nipote del profeta Maometto) la Palestina agli arabi o come paese indipendente o facente parte di una più grande nazione araba, come ricompensa per l’aiuto prestato nella prima guerra mondiale contro Istanbul. Che la promessa agli ebraici non riguardasse una nazione di natura ebraica in palestina, venne ulteriormente ribadita dai britannici nei primi Libri Bianchi (1922), ribadendo anche che la commissione Sionista della Palestina non avrebbe avuto nessun interesse nell’amministrare i territori. Forti comunque di questo importante riconoscimento orde di ebrei iniziarono ad emigrare nei territori suddetti e crebbero in numero, creando una comunità ebraica che ben presto divenne quella maggioritaria nell’area e anche disponente di notevole capitale pecuniario, utilizzato per accaparrarsi i latifondi storicamente appartenuti ai palestinesi (i più fertili furono anche deliberatamente assegnati dagli inglesi agli immigrati ebrei) ed ottenendo dai britannici l’esclusività della manodopera ebraica su di essi. I palestinesi si ritrovarono quindi senza terra e senza lavoro e in minoranza a nella loro casa, che tra l’altro doveva diventare stato indipendente a fine mandato, e iniziarono da lì lunghi anni di sanguinosi scontri.Alla luce di tanta tensione e morti, per la prima volta nel 1937 la britannica Commissione Peel propose (era solo un’idea) di mettere fine alle ostilità, spartendo il territorio palestinese in due Stati, uno ebraico e uno arabo, ritrattando, di fatto, le decisioni ufficiali, e non ancora implementate, prese prima con la dichiarazione di Balfour e poi ribadite con i Libri Bianchi (che esplicitamente non parlavano di uno stato ebraico in palestina). Tali primi tentativi di spartizione vennero respinti da entrambe le parti e i britannici provarono a fare chiarezza, circa le aspirazioni indipendentiste dei coloni ebrei,producendo un secondo Libro Bianco (1939) in cui ancora una volta si ribadiva l’esclusione della possibilità di una nazione ebraica e prevedendo anche un freno alla massiciia immigrazione ebraica nell’area. Dopo la seconda guerra mondiale la neonata Onu s’interrogo circa la questione israelo-palestinese ed arrivò alla fondamentale conclusione che era “manifestamente impossibile e indifendibile” appoggiare soltanto una fazione, così produsse una Risoluzione in cui oltre a prevedere la conclusione del mandato britannico per allentare le tensioni nell’area e scongiurare possibili insediamenti terroristici, si disponeva la creazione di due stati separati, con Gerusalemme sotto controllo internazionale. La lega araba rifiutò la risoluzione affermando la superiorità dei tre documenti ufficiali precedenti (dichiarazione di balfour e i due Libri Bianchi) e sostenendo l’incompatibilità delle Nazioni Unite in materia di ripartizione di un territorio contro la volontà dei residenti. La situazione successivamente degenerò nel caos. Contestualmente al ritiro degli ultimi soldati britannici dall’area, nel 1948,il consiglio nazionale Sionista diede via al piano Dalet (o piano D) che inizialmente doveva prevedere solo la difesa dei confini del nascente stato israeliano, con al massimo la neutralizzazioni di possibili obbiettivi militari arabi a ridosso dei confini, ma che in realtà si trasformò in un vero e proprio massacro, con tanto di crimini contro l’umanità taciuti da parte dell’Onu. Nel maggio sempre 1948 fu proclamato lo stato di Israele, il quale firmò patti di non belligeranza con tutti gli stati confinanti, mentre i palestinesi ufficialmente gli dichiararono guerra. 1967-Guerra dei sei giorni Israele esce dai confini e viola le green lines (linee di cessate il fuoco stabilite dall’Onu nel 1949 dopo il conflitto) e invade militarmente, anche se le ostilità vennero iniziato dagli arabi, i territori palestinesi e la Cisgiordania (territorio a ovest del giordano senza sbocco a mare, che si spingeva fino a Gerusalemme Est e che nei conflitti del 48 era nel frattempo stato annesso dalla Transgiordania, divenendo la Giordania e da quest’ultima rivendicato fino al 1988). L’assenza di risoluzioni di pace consentiva dunque l’annessione territoriale in seguito a un’aggressione militare. Tuttavia l’Onu nella risoluzione 242 esortava il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati nel corso del conflitto. Dal canto suo Israele produsse una legge (1980) in cui affermava unilateralmente che la capitale Gerusalemme dovesse essere unita ed indivisibile, avallando la leggittimità delle sue azioni del 67. Tale legge venne definità nulla e priva di validità da parte delle nazioni unite. A voi le considerazioni.