Susanna Camusso, segretaria generale, ospite di un convegno della CGIL.

Il Primo Maggio e lo shopping

Sui negozi aperti nessuno la faccia facile: ma le cose sono già cambiate

Susanna Camusso, segretaria generale, ospite di un convegno della CGIL.

Le discussioni sull’apertura dei negozi il Primo Maggio sono riprese quest’anno con rinnovata vivacità dopo quelle dell’anno scorso, e con epicentro a Firenze dove il sindaco di centrosinistra che è favorevole da tempo si trova in conflitto con i sindacati e anche con i padroni delle Coop, istituzione commerciale che in Toscana conta molto più degli altri negozi.

La questione è più complicata di quel che dicano gli schematismi dei “favorevole o contrario?”. In linea di principio, trascurando le pigre attitudini a opporsi all’apertura dei negozi in nome del “perché è la festa dei lavoratori, punto” – attitudini assai diffuse, peraltro -, il criterio a cui adattarsi dovrebbe essere il solito e rispettabile auspicio che ognuno sia libero di scegliere per sé senza nuocere agli altri. E che i commercianti che vogliano approfittare del giorno di festa per lavorare e guadagnare con i potenziali clienti che nel giorno di festa spenderebbero, siano liberi di farlo: per molti di loro un giorno di buon lavoro in più è un giorno importante, non un’avidità da bottegai come viene spesso disegnata.
Questa libertà, come spesso accade con le libertà, rischia però di diventare un’arma dei più forti per limitare le libertà dei più deboli: è il caso dei negozi più grandi con dipendenti che in caso di apertura siano costretti a uniformarsi alla scelta dei padroni dei negozi e rinunciare al giorno di ferie. Su alcuni di questi casi il sindaco di Firenze aveva proposto ai sindacati che i dipendenti potessero scegliere di non lavorare ed essere sostituiti da lavoratori temporanei e interinali, ma i sindacati si sono opposti, preoccupati dell’apertura a un’eccessiva elasticità nell’uso del lavoro. Ma che ci siano nuovi margini di sfruttamento dell’occasione da parte di chi è in una posizione di forza non è un’invenzione.

Però bisognerebbe anche capire cosa sia il Primo Maggio, se un simbolo o un giorno di ferie: perché se è la prima cosa, tutte le obiezioni concrete cadono. I lavoratori dipendenti sono già soggetti alle condizioni contrattuali e lavorative imposte dai datori di lavoro di intesa con i sindacati, non c’è niente di scandaloso. E un giorno di lavoro in più o in meno si può recuperare. In più, in quel simbolico giorno lavora da sempre una gran massa (crescente) di persone negli impieghi più vari, non necessariamente di servizio: e sono aperti anche molti esercizi commerciali. Resta quindi solo l’obiezione simbolica, che appare davvero fragile – anche a chi abbia cari i diritti dei lavoratori contemporanei piuttosto che una datata e pericolosa idea del loro mondo – e legata a una visione strabica che a sinistra ancora ritiene l’acquisto di beni una cosa di cui vergognarsi, contrapposta alla loro produzione (in Toscana si vedono in questi giorni manifesti del PD il cui slogan è “il lavoro nobilita”). Ed è indicativa la contraddizione tra la pretesa di comprendere “il paese reale” e conoscere i suoi bisogni, e la diffidenza nei confronti di una delle attività che – per molte ragioni – più occupa un bel pezzo di “paesi reali” e gran parte dell’elettorato del centrosinistra: compresi diversi di coloro che rivendicano legittimamente il giorno di ferie. Per non parlare delle persone che quando d’estate non trovano niente di aperto sono descritte come vittime di un vizio italiano, e il Primo Maggio devono sacrificarsi a una chiusura per legge.

È insomma difficile vedere nella chiusura obbligatoria per i negozi una reale battaglia per i diritti dei lavoratori, così come è difficile ignorare l’evidenza che si tratti di una tappa delicata nella ridiscussione del funzionamento del lavoro nell’epoca contemporanea e che quindi la questione non si riduca semplicemente a un giorno di lavoro in più o in meno.
Ma è in termini concreti e pratici che la si deve discutere, perché i diritti dei lavoratori sono una cosa concreta e pratica e i lavoratori sono persone, non una formula sindacalesca che evochi immagini di muscoli e martelli. È difficile fare grandi battaglie di principio se la gente ha fretta di andare a fare la spesa. E anche in termini concreti e pratici, non è l’argine dei negozi aperti o chiusi – argine di fatto già caduto – a tenere in vita l’importanza simbolica del Primo Maggio: un giorno di festa anche per molte persone che quel giorno lavorano, ogni anno.

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