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Il Primo Maggio e lo shopping

Il Primo Maggio e lo shopping

Sui negozi aperti nessuno la faccia facile: ma le cose sono già cambiate

27 aprile 2011

Le discussioni sull’apertura dei negozi il Primo Maggio sono riprese quest’anno con rinnovata vivacità dopo quelle dell’anno scorso, e con epicentro a Firenze dove il sindaco di centrosinistra che è favorevole da tempo si trova in conflitto con i sindacati e anche con i padroni delle Coop, istituzione commerciale che in Toscana conta molto più degli altri negozi.

La questione è più complicata di quel che dicano gli schematismi dei “favorevole o contrario?”. In linea di principio, trascurando le pigre attitudini a opporsi all’apertura dei negozi in nome del “perché è la festa dei lavoratori, punto” – attitudini assai diffuse, peraltro -, il criterio a cui adattarsi dovrebbe essere il solito e rispettabile auspicio che ognuno sia libero di scegliere per sé senza nuocere agli altri. E che i commercianti che vogliano approfittare del giorno di festa per lavorare e guadagnare con i potenziali clienti che nel giorno di festa spenderebbero, siano liberi di farlo: per molti di loro un giorno di buon lavoro in più è un giorno importante, non un’avidità da bottegai come viene spesso disegnata.
Questa libertà, come spesso accade con le libertà, rischia però di diventare un’arma dei più forti per limitare le libertà dei più deboli: è il caso dei negozi più grandi con dipendenti che in caso di apertura siano costretti a uniformarsi alla scelta dei padroni dei negozi e rinunciare al giorno di ferie. Su alcuni di questi casi il sindaco di Firenze aveva proposto ai sindacati che i dipendenti potessero scegliere di non lavorare ed essere sostituiti da lavoratori temporanei e interinali, ma i sindacati si sono opposti, preoccupati dell’apertura a un’eccessiva elasticità nell’uso del lavoro. Ma che ci siano nuovi margini di sfruttamento dell’occasione da parte di chi è in una posizione di forza non è un’invenzione.

Però bisognerebbe anche capire cosa sia il Primo Maggio, se un simbolo o un giorno di ferie: perché se è la prima cosa, tutte le obiezioni concrete cadono. I lavoratori dipendenti sono già soggetti alle condizioni contrattuali e lavorative imposte dai datori di lavoro di intesa con i sindacati, non c’è niente di scandaloso. E un giorno di lavoro in più o in meno si può recuperare. In più, in quel simbolico giorno lavora da sempre una gran massa (crescente) di persone negli impieghi più vari, non necessariamente di servizio: e sono aperti anche molti esercizi commerciali. Resta quindi solo l’obiezione simbolica, che appare davvero fragile – anche a chi abbia cari i diritti dei lavoratori contemporanei piuttosto che una datata e pericolosa idea del loro mondo – e legata a una visione strabica che a sinistra ancora ritiene l’acquisto di beni una cosa di cui vergognarsi, contrapposta alla loro produzione (in Toscana si vedono in questi giorni manifesti del PD il cui slogan è “il lavoro nobilita”). Ed è indicativa la contraddizione tra la pretesa di comprendere “il paese reale” e conoscere i suoi bisogni, e la diffidenza nei confronti di una delle attività che – per molte ragioni – più occupa un bel pezzo di “paesi reali” e gran parte dell’elettorato del centrosinistra: compresi diversi di coloro che rivendicano legittimamente il giorno di ferie. Per non parlare delle persone che quando d’estate non trovano niente di aperto sono descritte come vittime di un vizio italiano, e il Primo Maggio devono sacrificarsi a una chiusura per legge.

È insomma difficile vedere nella chiusura obbligatoria per i negozi una reale battaglia per i diritti dei lavoratori, così come è difficile ignorare l’evidenza che si tratti di una tappa delicata nella ridiscussione del funzionamento del lavoro nell’epoca contemporanea e che quindi la questione non si riduca semplicemente a un giorno di lavoro in più o in meno.
Ma è in termini concreti e pratici che la si deve discutere, perché i diritti dei lavoratori sono una cosa concreta e pratica e i lavoratori sono persone, non una formula sindacalesca che evochi immagini di muscoli e martelli. È difficile fare grandi battaglie di principio se la gente ha fretta di andare a fare la spesa. E anche in termini concreti e pratici, non è l’argine dei negozi aperti o chiusi – argine di fatto già caduto – a tenere in vita l’importanza simbolica del Primo Maggio: un giorno di festa anche per molte persone che quel giorno lavorano, ogni anno.

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73 Commenti

  1. piti

    Nessuno ha notato la curiosa coincidenza fra il non voler fare un’ideologia delle questioni di lavoro e il fatto che i lavoratori la prendano sempre più spesso nel fatidico posto?

  2. Ryoga

    In un paese serio sindacati seri parlerebbero di soldi, soldi da dare ai lavoratori, non di massimi sistemi.

  3. Sono stufo di un sindacato che si concentra solo su semplici questioni di facciata. Un giorno in più si recupero, tanto più se cade di domenica come in questo caso.

    CGIL, vogliamo parlare dei giovani italiani presi a schiaffi da Tremonti con le sue ultime dichiarazioni?

    “I giovani italiani non vogliono più fare certi mestieri”

    E dove è stato lui per diciassette anni, quando poteva riformare il paese e attirare gli investimenti necessari a creare posto di lavoro qualificato e adatto al grado di scolarità corrente dei nostri giovani?

    Il sindacato avrebbe dovuto insorgere a queste affermazioni deliranti!

    Invece la Camusso ha preferito attaccare a testa bassa Renzi su questioni di pura facciata. Continuando così, come paese non andremo da nessuna parte. Il nostro sistema produttivo fa schifo e la colpa è anche di questi signori che con il loro atteggiamento effimero e poco concreto hanno contribuito a mantenere lo status quo. Complimenti…

    … E buon primo Maggio.

  4. manuclaun

    infatti, se il datore di lavoro dicesse a chi lavora che lo stipendio per quel giorno è quattro volte più del solito magari troverebbe più gente disposta a lavorare…

  5. rolan

    Negozi sempre aperti non sono segno di civiltà. Il riposo settimanale è sacrosanto sia per i lavoratori che per i clienti. Un paio d’anni fa ero a Berlino la domenica prima di natale, e non ho trovato un negozio aperto, nemmeno grandi catene di elettrodomestici. Ho pensato, questo è un paese civile. Lo stesso mi è capitato a Londra. La libertà di tener aperti i negozi non è una gran libertà.

  6. tobuto

    Visto che non mi pagano per smontare le ideologie altrui, mi arrendo e rispondo solo a @piti su un paio di punti che mi paiono interessanti.

    1)Sul discorso generale: sono d’accordo sul bisogno di regolamentare il lavoro (=OBBLIGARE ad avere determinate condizioni minime di lavoro) perché sennò c’è sempre qualcuno più negro che costringe tutti ad essere schiavi come lui. Però va bene obbligare i pugili a indossare caschetto, guantoni e paradenti, ma resta fermo il principio che alla fine il premio va proprio a chi mena di più, non è che si smezza. Fuor di metafora, il concetto è che ci vuole equilibrio; concorrenza sì, ma nei limiti (OBBLIGATORI)del civile.
    Francamente il caso in questione (il 1 maggio) mi pare abbondantemente nei limiti del civile, considerato che ci sono già tante categorie di lavoratori (comunque nel campo commerciale) che lo fanno.
    2) “Nessuno ha notato la curiosa coincidenza fra il non voler fare un’ideologia delle questioni di lavoro e il fatto che i lavoratori la prendano sempre più spesso nel fatidico posto?”
    Secondo me il rapporto causa – effetto è invertito: la generale ripartizione delle risorse tra occidente e resto del mondo sta mettendo in discussione molti diritti acquisiti, e questo mette in discussione anche l’ideologia che ci sta dietro. Oltretutto la mia è anche un’interpretazione marxista, quindi ho ragione! :D

  7. uqbal

    Va bene, è tutto sacro. Va bene non cambiamo nulla. Va bene, teniamoci i simboli anche quando la vita delle persone si gioverebbe, e pure tanto, di un filo meno di rigidità.

    Tanto in Italia ha sempre ragione chi non vuole cambiare niente. Chi ad ogni innovazione riesce ad opporre un piagnisteo pieno di valori astratti.

    Si danneggiano i lavoratori con questa cosa? No, e se pure, compensazioni ce ne sono a bizzeffe. Ma meglio piangere sui diritti conculcati dei lavoratori, come se c’entrasse niente di niente.

    Si fa un favore ai consumatori? Col c.zzo! Si deve passeggiare tutti insieme nell’atmosfera sacrale della festa!

    Si dà finalmente un’immagine moderna e funzionale del paese? Una ceppa, noi respingiamo il mercantilismo imperante dell’Occidente in declino!

    E quello che si lamenta che fare la commessa è stancante (e chiaramente il due maggio il riposo non è la stessa cosa!), a quell’altro brillano gli occhi di fronte alla sacra rappresentazione delle saracinesche abbassate, quell’altro ancora ha scoperto adesso che se vuoi fare il bottegaio ti devi tenere la concorrenza.

    Beh, qua si vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Che buon pro vi faccia.

    Tra qualche anno il cambiamento arriverà davvero, a fare shopping di domenica ci strabitueremo e la discussione di oggi sembrerà surreale, esattamente come oggi ci sembrano ridicoli gli intellettuali che si scagliavano contro i supermercati. Nel frattempo però avremo fatto fatica e perso un sacco di soldi.

  8. >E un giorno di lavoro in più o in meno si può recuperare

    Si certo, prevedo in un futuro non troppo remoto la possibilità di recuperare 365 giorni di riposo…
    Ragazzi, rallentiamo, il PIL non è la soluzione di tutti i mali ed a lavorare sono sempre i soliti, tant’è che si volevano anche detassare gli straordinari. Quando è molto più ovvio lavorare meno ma lavorare tutti con gap economici meno netti.

  9. Luigi Muzii

    Qualcuno ha posto attenzione al fatto che il 1 maggio cade di domenica? Doppia festività, ma eventuale straordinario festivo normale e festività non goduta che va a farsi benedire. E parlo da lavoratore autonomo ex dipendente con moglie dipendente. I diritti dei lavoratori si salvaguardano a partire dai principi e aver dedicato loro una giornata in tutto il mondo in un giorno particolare credo valga qualcosa. Serve ancora ricordare Portella della Ginestra? Renzi, ma vaff…

  10. Di ideologie non me ne importa un fico secco. Io so solo che all’estero (Europa e US) il primo maggio non si lavora e basta e nessuno fa polemiche su questo. E lì il PIL cresce più che da noi. Poi quest’anno è di Domenica. Provate a trovare un negozio aperto di Domenica in Germania. Domani in UK è Bank Holiday a causa del Royal Wedding, e nessuno fa sproloqui sul PIL. Chi parla di innovazione e di modernità forse è un po’ confuso, lasci a casa le ideologie e faccia un bel bagno di realtà confrontandosi con sistemi che funzionano. Colpire i più deboli magari non risolve nulla, ma è facile e qualcuno può perfino vantarsi che intanto ha fatto qualcosa.

  11. lorenzom

    Innanzitutto quoto RYOGA.

    Poi, ieri tra marina di ravenna e marina romea era tutto aperto,
    ristoranti, edicole, gelaterie, chioschi di piadina, bancarelle, negozi di abbigliamento e di ottica, anche un paio di market di alimentari. Come sempre, aggiungo.
    Ma quelle sono località turistiche, si sà, mica come Firenze.
    Tutto sto casino meriterebbe uno studio, psicologico però.

    @LOWRESOLUTION, non mi risulta che negli US nessuno festeggi il primo maggio.

  12. giordano

    Riposto qui, come indicato da Luca sul suo blog…

    Secondo me invece questa storia delle aperture (o chiusure) domenicali è un’anomalia solo italiana. Vivendo all’estero per qualche anno (nel religiosissimo Qatar e nella cattolicissima Polonia peraltro) ho avuto modo di notare come altrove gli orari di apertura si adattino agli orari di lavoro della gente, e non viceversa.
    Perchè i negozi sono aperti alle 10 di mattina o alle 3 di pomeriggio quando la maggior parte della gente lavora e chiudono alle 7 di sera quando potrebbe andarci? In provincia, fuori dalle grandi città, è praticamente impossibile trovare un supermercato (non una boutique!) aperto dopo le 19.30 o durante la pausa pranzo..come fa uno che vive da solo a farsi la spesa? Io sarei d’accordo con le aperture domenicali…si assuma più gente e si facciano dei turni!Si dia il giorno libero ai dipendenti durante la settimana (che anche loro una vita, la devono avere :)). Magari si venderebbe pure un pò di più e si compenserebbe la spesa per l’assunzione di più dipendenti. Come ha mostrato Luca nel suo post non si tratta di becero consumismo ma anche solo di dare ai cittadini la possibilità di godersi la propria città nel proprio tempo libero! Perchè nel mio unico giorno libero sono costretto a passeggiare in un deserto di bar semivuoti e saracinesche abbassate?

  13. franco1

    Mi associo alla domanda precedente, o meglio me la pongo da sempre e, quando per questioni professionali l’ho posta a chi di dovere (assessori al commercio, responsabili di categoria e affini … e altri che in questo momento mi sfuggono) ho sempre solo ottenuto delle risposte vaghe ed evasive come se, in fin dei conti, non importasse granchè a nessuno di risolvere il problema in modo efficace.

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