La settimana scorsa negli Stati Uniti è uscito The Pale King, opera postuma di David Foster Wallace. Era probabilmente dalla pubblicazione di “L’originale di Laura” di Nabokov che un romanzo postumo non suscitava così tanta attenzione a livello mondiale. «Il suicidio di David», ha detto sua moglie in una lunghissima intervista al Guardian pochi giorni fa «lo ha trasformato in quel tipo di celebrità letteraria che lo avrebbe fatto rabbrividire». Nathan Eller ha provato a spiegare su Slate come sia successo.
Non è chiaro a prima vista come David Foster Wallace abbia raggiunto questo livello di stima. La sua prosa lunga, scivolosa, dolorosa e schietta si contraddistingue soprattutto per i suoi dirupi e le sue difficoltà. Un lettore che scoprisse per la prima volta il David Foster Wallace maturo incontrerebbe una prosa non lineare, una patina di argomentazioni accademiche e una massa di lunge digressioni a piè di pagina. Molte cose dello stile e dei temi di DFW lasciavano presagire un grande successo di critica, ma quasi niente lasciava presagire una tale popolarità. Perché ha conquistato quel tipo di credito che di solito segue gli scrittori di genere e i maestri canonizzati?
La risposta ha poco a che fare con le cose per cui DFW è più conosciuto – le decorazioni cerebrali e gli zig-zag stilistici – e molto a che fare invece con un tratto del suo lavoro che è solo più sottilmente distinguibile. Nel corso della sua carriera Wallace è andato alla ricerca di una sensibilità umana sulla pagina, un progetto che più che avere a che fare con gli arcani stilistici intellettuali mira a superarli e a scrivere di logiche sociali che non dipendono da forme o da allenamento. Leggere le opere del DFW maturo significa vedere i pensieri giudicati, fatti a pezzi e infine ricondotti a idee basilari sulla vita. Facendo questo, ha canalizzato un appetito peculiare della sua generazione. La sua ascesa ha coinciso con un’impennata nell’educazione che ha spinto come mai prima sempre più giovani adulti a entrare a far parte di un mondo raccontato attraverso un pensiero sistematico ma incerto su come vivere umanamente in un’epoca pluralistica e secolarizzata.
Il suo stile però non è sempre stato questo, continua Eller. Wallace ha iniziato come quel genere di scrittore che poi più tardi è arrivato a detestare: presuntuoso, imitativo e impantanato in pensieri formalizzati. Il suo primo romanzo, La scopa del sistema, è quello che più di ogni altro rappresenta questo stile.
“La scopa del sistema” è debitore della vecchia generazione degli scrittori postmoderni: che si divertivano a usare nomi assurdi (Wang-Dang Lang), a prendere in giro i tratti consumistici del mondo moderno (la fabbricazione di cibo per bambini) e a usare alte dosi di surrealismo. Questo lavoro lo trovava intrappolato nel tentativo di trovare un senso al mondo in cui viveva categorizzando, appiccicando etichette e analizzando.
Le cose inizieranno a cambiare solo con Infinite Jest, il suo capolavoro. È lì che DFW getta le basi per il passaggio a uno stile profondamente diverso, in cui ogni punto di rottura della prosa disegna un modo diverso di guardare a una scena o a un problema. Come lo definì lui stesso: «una rappresentazione strutturale del modo in cui il mondo opera sulle mie terminazioni nervose». Se l’obiettivo della struttura del romanzo è rintracciabile – e questa resta una domanda aperta, continua Eller – può essere definito un’illustrazione dello sforzo di creare un arco narrativo attraverso diversi piani di esperienza e diversi sistemi di pensiero.
Da quel momento in poi, uno dei temi centrali della prosa di DFW diventerà la crisi del pluralismo contemporaneo: come sviluppare un pensiero intelligente e onesto sul mondo quando il mondo è pieno di persone oneste e intelligenti che aderiscono a scuole di pensiero inconciliabili. Queste lezioni di etica umana, più che la sua prosa o satira, sono ciò che ha posto le basi per la recente venerazione di DFW. Entrambe le sue opere non-fiction pubblicate postume – la sua tesi in filosofia modale e il suo discorso del 2005 all’Università di Kenyon – pretendono di essere validi come affermazioni di leadership umana.
Wallace non sarebbe stato in grado di fare pronunciamenti di quel tipo e di essere preso così sul serio da migliaia di lettori iper-educati e iper-consapevoli se non si fosse guadagnato una levatura intellettuale di questo tipo. Ha illuminato un sentiero che nessun altro scrittore della sua generazione è riuscito a illuminare così brillantemente. Wallace era lo scrittore del ventunesimo secolo che insegnava ai lettori a sentire, lo scrittore che insegnava come era possibile vivere umanamente senza per questo dover tradire una educazione pesantemente critica. Anche se non eri un fan di Wallace, è molto difficile non essere colpito dal suo suicidio. Più di molte altre persone, DFW sembrava vedere la vita moderna, in tutte le sue parti inconciliabili, stare insieme. È spaventoso realizzare che il mondo in cui non riusciva più a vivere è ora diventato il nostro.




Grazie di questo articolo, che riprende una delle cose migliori che siano state scritte recentemente su Wallace (la migliore è però l’intervista con la moglie, che non avete giustamente mancato di evocare). Vorrei farvi però notare una piccola imprecisione. Il romanzo postumo di Nabokov non è Lolita, ma “The Original of Laura”, pubblicato dal figlio nel 2009. Con una bella differenza, che Nabokov ne aveva chiesto la distruzione, mentre Wallace ha lasciato tutto in modo perché la parte rimasta di “The Pale King” fosse trovata. E questa differenza sembra riflettersi nell’accoglienza accordata alle due opere, negativa per TOoL e molto positiva per TPK.
Grazie ancora. r
uno dei pochissimi che ho incontrato senza averne letto o sentito prima.Oblio era su uno scaffale di un ipermercato.Il primo racconto sul focus group mi ha scioccato. Don Gateley e’ uno dei personaggi letterari che mai dimentichero’.
Pensare che io ho trovato La scopa del sistema ancora sopportabile nonostante quelle caratteristiche negative citate nell’articolo, e Infinite Jest assolutamente detestabile (l’ho letto, ci ho messo tre mesi, arrivato alla fine mi son pentito di aver perso del tempo) perché mi sembrava, per usare le vostre stesse parole, «presuntuoso, imitativo e impantanato in pensieri formalizzati».
Ridatece Pynchon e salvateci dal dimenticabilissimo DFW, per favore.
(^è un’opinione molto personale e la critica intellettuale ha sicuramente più strumenti di me per giudicare e quindi qualcosa cosa abbia scritto io qui sopra è assolutamente soggettivo e fallibile e assolutamente non passibile di insulti che invece sono sicuro fioriranno entro breve)
Lele, presuntuoso e imitativo rispetto a chi? Impantanato in che cosa? Critiche distruttive e sterili non possono essere giustificate dalla soggettività della critica poiché una critica è comunque soggettiva, no? Usare parole altrui per esprimere proprie posizioni lo trovo talvolta sintomo di pigrizia intellettuale.
Infinite Jest NON è un romanzo facile, e la lunghezza è solo un elemento secondario. Wallace chiede al lettore di partecipare, e di farsi coinvolgere. Richiede attenzione e partecipazione, anche solo di non perdersi tra le note e i salti temporali e i personaggi. Qualcuno ha scritto che mentre la maggior parte della narrativa contemporanea può essere smontata e capita, IJ è un’astronave aliena che si lascia guardare e gustare, ma non si riesce bene a capire da dove sia venuta.
Da un lato c’è il piacere di lasciarsi andare a una narrazione che di per sé non è ostica, alcuni pezzi li potresti leggere come racconti e non contengono nessuna delle pose post-moderne che imbarazzavano lo stesso Wallace. Sono storie che ti parlano, e ti incuriosiscono. Ma a volte effettivamente non si sa bene, almeno all’inizio della prima lettura, dove ci stia portando. Ci travolge nella sua fluvialità (ingannevole, IJ è in realtà un romanzo pieno di ellissi narrative), ma ci delude continuamente nelle nostre aspettative di continuità narrativa. Dall’altra, leggendo più lentamente o meglio una seconda volta (sic!), ci si accorge di una struttura narrativa in realtà molto compatta e ben motivata, in cui ogni frase ne richiama un’altra, sia a scale piccole (all’interno del capitolo) che sulla scala più vasta del racconto.
Ho incontrato Infinite Jest per caso, 4 anni fa, e come è successo a molte altre persone, ma non a tutte, ho passato il tempo a riflettere e a rileggerlo e a sentirlo diventare una parte di me, a vederlo riflesso nelle mie giornate, come allusioni, come immagini, come situazioni.
Perché non funzioni per tutti non lo so. Il problema è che oramai non riesco nemmeno a immaginarlo… :-|.
Buona lettura (e ri-lettura) a tutti. r
Credo di aver letto pressoché tutto ciò che sia stato tradotto in lingua italiana di DFW, a partire dalle interviste agli uomini schifosi di cui mi colpì, ovviamente, il titolo e che mi catapultò immediatamente nel mondo autistico e solipsitico del nostro. Sulle ragioni del suo successo ci sarebbe molto da dire: certamente il suo stile originale e non immediatamente accessibile (confesso di aver talvolta consultato il dizionario per rivedermi il significato di alcuni vocaboli che DFW pescava dalla sua formazione filosofica) richiedeva al lettore una buon dose di attenzione e pazienza che veniva però premiata non appena si rinveniva la chiave per decifrare la sua visione del mondo; una visione spesso inquietante ma altrettanto spesso divertente e divertita (“Una cosa divertente che non farò mai più” “Verso occidente l’impero dirige il suo corso” solo per citare gli esempi più lampanti), una visione che apparentemente non lega col suo gesto estremo. Nessuno mai potrà capire le ragioni di un suicidio, di qualunque sucidio, ma quello di DFW sembra essere ancora più misterioso se messo in relazione col suo sguardo ironico e disincantato di chi ha imparato a non prendersi troppo sul serio. Forse però è proprio la sua tragica fine ad averlo reso così popolare, entrando a far parte di quella “schiera di leggende giovani” di cui è tristemente ricco il mondo della letteratura. Mi piace pensare che DFW da qualche parte se la rida di noi, dei notri tic e delle nostre minime tragedie. Nel discorso che conclude “Questa è l’acqua” cercava di spiegarci, appunto, che cos’è quest’acqua nella quale annaspiamo ogni giorno, io mi illudevo che almeno lui avesse imparato a nuotarci ma evidentemete mi sbagliavo. Grazie per averlo ricordato su questo blog.
Un caro saluto.
@Fabio: presuntuoso rispetto a nulla, c’è poco da essere presuntuosi rispetto a. Imitativo rispetto, chessò, a Pynchon, ma non solo. Impantanato nel tentativo di decostruire l’oggetto-romanzo senza proporre nulla di nuovo in alternativa. Ombelicale è l’aggettivo che userei: si “entra” in DFW se si decide di farlo, non c’è nulla di più che l’autocontemplazione e l’autoerotismo intellettuale in un romanzo come Infinite Jest. Accetti le sue regole? Ti piace. Perché dovresti accettarle? Perché così poi ti piace. È un uroboro letterario.
E citare critiche altrui non è pigrizia intellettuale, è modestia; riconosco che c’è chi ha scritto meglio di me le cose che io penso.