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Report, il prezzo è giusto

di Paolo Ainio

Paolo Ainio, capo di Banzai, risponde all'inchiesta su internet di domenica scorsa

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Si è detto molto sulle colpe di Milena Gabanelli e, soprattutto, di Stefania Rimini che nell’ultima puntata di Report ha firmato un servizio (Il prodotto siete voi) molto critico nei confronti di Facebook, Google e tutti gli altri operatori che “rubano” i nostri dati personali per guadagnarci sopra. Forse, però, si è tralasciato di cogliere due aspetti importanti della vicenda: il prezzo e la pigrizia.

Il prezzo.
È vero. Report ha ragione. Nel sistema economico della rete, noi utenti siamo il “prodotto” che gli operatori come Facebook vendono alle aziende sotto forma di pubblicità.
Ma così è anche quando Rai3 vende uno spot a Barilla o quando un qualsiasi quotidiano vende una pagina a Fiat che poi ci mette la 500.
Cosa c’è di male? Il sistema economico dei media si basa su due fonti di ricavo, la pubblicità e il lettore. Quando compriamo un settimanale, ci abboniamo al Wall Street Journal o versiamo il canone Rai stiamo pagando parte del lavoro dei giornalisti, del costo della carta e della distribuzione. Il resto lo paga la pubblicità. Ci sono alcuni media per i quali non paghiamo nulla: Canale 5, Google, il Post o la radio che ascoltiamo in macchina. Qui ci pensa la pubblicità a pagare tutto.

Da sempre, l’editore che vende pubblicità alla Barilla fa ricerche di mercato per capire chi sono i suoi lettori: quanto guadagnano, quanti anni hanno, dove abitano, di che sesso sono. Da sempre Barilla usa questi dati per decidere se usare le testate di quegli editori e quale pubblicità veicolarvi: le penne, i biscotti dietetici o le merendine.
Su Internet serve meno fare ricerche di mercato perché parte di queste informazioni vengono fornite dagli utenti stessi. Quindi noi forniamo le nostre preziose informazioni? E come? Lo facciamo quando scarichiamo una pagina da un sito web che in quel momento sa da dove veniamo, che computer stiamo usando, se siamo un utente affezionato o un nuovo lettore. E lo facciamo, su alcuni servizi, fornendo informazioni aggiuntive: sesso, età, cosa ci piace, ecc.
Tutte queste informazioni vengono usate dall’editore, per proporre i contenuti più interessanti per noi, e dall’inserzionista per proporci pubblicità di prodotti che potrebbero o dovrebbero interessarci.

Quindi è vero. Stiamo pagando un prezzo e questo è rappresentato dalle informazioni che diamo affinché il media e la pubblicità siano “costruiti su misura” per noi.
Il prezzo è giusto? Direi proprio di sì. In cambio otteniamo tanti servizi gratuiti, dalla ricerca di lavoro, alle recensioni dei film, ai consigli di bellezza, alle news (sui siti editoriali), alla possibilità di trovare tonnellate di contenuti interessanti per noi (su Google), alla possibilità di comunicare con gli altri (su Facebook).
E questo, credo, chiude il tema del prezzo.

La pigrizia
Poi c’è la pigrizia. E per pigrizia intendo la deriva, tipicamente italiana, del giornalismo verso ciò che è facile, orecchiabile, sicuro.
Internet è una realtà complessa e entusiasmante, è una forza che crea valore per il paese e posti di lavoro, è un terreno di confronto “forzato” per la modernizzazione del paese ed è un veicolo di democrazia.
Da una trasmissione come Report mi aspetto che quando, finalmente, decide di affrontare il tema Internet, lo affronti nella sua complessità e con la capacità di fare del buon giornalismo che da sempre contraddistingue la trasmissione. Mi aspetto che le interviste siano fatte ai giovani che stanno facendo qualcosa di vero e sensato nel nostro paese e che si raccolga il pensiero degli operatori che hanno la capacità di influenzare il futuro.

Non mi aspetto l’inchiestucola scandalistica che fruga nel sottobosco per cercare di costruire mezz’ora di trasmissione ad effetto. La stessa inchiesta sul mercato automobilistico sarebbe stata tutta incentrata sui gommisti che vendono gomme ricoperte per nuove, sulla barca che si è comprato Marchionne e sulle truffe alle assicurazioni. E la stessa inchiesta ti avrebbe lasciato con l’impressione che non c’è da fidarsi di nessuno e che è meglio andare a cavallo o a piedi. Pazienza se da Roma a Milano ci vogliono 6 giorni, almeno non mi frega nessuno.

Perché Internet allora è trattato così? La risposta è semplice, per ignoranza e per superare l’ignoranza bisogna vincere la pigrizia. Per imparare bisogna faticare.
La pigrizia dei media italiani fa sì che ad ogni operatore estero che entra in Italia si “regali” visibilità a piene mani, tralasciando il fatto che generalmente non paga le tasse nel nostro paese, crea pochissimi posti di lavoro e che sta arrivando perchè qualche italiano (tonto) si è fatto il mazzo per creare il mercato.
Dei tonti che hanno investito milioni di euro e anni di fatica, che creano ricchezza nel paese e qui pagano le tasse non si parla. Cercare di capire costa fatica e la pigrizia è tanto più comoda.

La stessa pigrizia fa sì che quando si parla di Wikipedia, si parli solo di 100 lemmi sbagliati, dimenticando che ne mette a disposizione 700.000 e gratis. La stessa pigrizia, per anni, ha fatto si che quando si parlava di e-commerce si parlasse solo del “rischio carta di credito”. Noi facciamo centinaia di migliaia di transazioni all’anno e posso assicurare che c’è molto meno rischio a comprare online che a dare la carta di credito al cameriere del ristorante.
Non voglio difendere Facebook, nè Google. Ho valanghe di critiche per entrambi, anche pesanti. E ben venga chi ci parla di privacy e dei rischi correlati, ma da Report, che di pigrizia e faciloneria non ne ha mai dimostrata, mi aspetto di più, mi aspetto giornalismo serio.

Paolo Ainio è amministratore delegato di Banzai, una delle maggiori società di business online in Italia a cui fanno capo imprese diverse come Studenti.it, Saldi Privati, Liquida (ed è tra i soci del Post), e fu fondatore di Virgilio.

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