Si è detto molto sulle colpe di Milena Gabanelli e, soprattutto, di Stefania Rimini che nell’ultima puntata di Report ha firmato un servizio (Il prodotto siete voi) molto critico nei confronti di Facebook, Google e tutti gli altri operatori che “rubano” i nostri dati personali per guadagnarci sopra. Forse, però, si è tralasciato di cogliere due aspetti importanti della vicenda: il prezzo e la pigrizia.
Il prezzo.
È vero. Report ha ragione. Nel sistema economico della rete, noi utenti siamo il “prodotto” che gli operatori come Facebook vendono alle aziende sotto forma di pubblicità.
Ma così è anche quando Rai3 vende uno spot a Barilla o quando un qualsiasi quotidiano vende una pagina a Fiat che poi ci mette la 500.
Cosa c’è di male? Il sistema economico dei media si basa su due fonti di ricavo, la pubblicità e il lettore. Quando compriamo un settimanale, ci abboniamo al Wall Street Journal o versiamo il canone Rai stiamo pagando parte del lavoro dei giornalisti, del costo della carta e della distribuzione. Il resto lo paga la pubblicità. Ci sono alcuni media per i quali non paghiamo nulla: Canale 5, Google, il Post o la radio che ascoltiamo in macchina. Qui ci pensa la pubblicità a pagare tutto.
Da sempre, l’editore che vende pubblicità alla Barilla fa ricerche di mercato per capire chi sono i suoi lettori: quanto guadagnano, quanti anni hanno, dove abitano, di che sesso sono. Da sempre Barilla usa questi dati per decidere se usare le testate di quegli editori e quale pubblicità veicolarvi: le penne, i biscotti dietetici o le merendine.
Su Internet serve meno fare ricerche di mercato perché parte di queste informazioni vengono fornite dagli utenti stessi. Quindi noi forniamo le nostre preziose informazioni? E come? Lo facciamo quando scarichiamo una pagina da un sito web che in quel momento sa da dove veniamo, che computer stiamo usando, se siamo un utente affezionato o un nuovo lettore. E lo facciamo, su alcuni servizi, fornendo informazioni aggiuntive: sesso, età, cosa ci piace, ecc.
Tutte queste informazioni vengono usate dall’editore, per proporre i contenuti più interessanti per noi, e dall’inserzionista per proporci pubblicità di prodotti che potrebbero o dovrebbero interessarci.
Quindi è vero. Stiamo pagando un prezzo e questo è rappresentato dalle informazioni che diamo affinché il media e la pubblicità siano “costruiti su misura” per noi.
Il prezzo è giusto? Direi proprio di sì. In cambio otteniamo tanti servizi gratuiti, dalla ricerca di lavoro, alle recensioni dei film, ai consigli di bellezza, alle news (sui siti editoriali), alla possibilità di trovare tonnellate di contenuti interessanti per noi (su Google), alla possibilità di comunicare con gli altri (su Facebook).
E questo, credo, chiude il tema del prezzo.
La pigrizia
Poi c’è la pigrizia. E per pigrizia intendo la deriva, tipicamente italiana, del giornalismo verso ciò che è facile, orecchiabile, sicuro.
Internet è una realtà complessa e entusiasmante, è una forza che crea valore per il paese e posti di lavoro, è un terreno di confronto “forzato” per la modernizzazione del paese ed è un veicolo di democrazia.
Da una trasmissione come Report mi aspetto che quando, finalmente, decide di affrontare il tema Internet, lo affronti nella sua complessità e con la capacità di fare del buon giornalismo che da sempre contraddistingue la trasmissione. Mi aspetto che le interviste siano fatte ai giovani che stanno facendo qualcosa di vero e sensato nel nostro paese e che si raccolga il pensiero degli operatori che hanno la capacità di influenzare il futuro.
Non mi aspetto l’inchiestucola scandalistica che fruga nel sottobosco per cercare di costruire mezz’ora di trasmissione ad effetto. La stessa inchiesta sul mercato automobilistico sarebbe stata tutta incentrata sui gommisti che vendono gomme ricoperte per nuove, sulla barca che si è comprato Marchionne e sulle truffe alle assicurazioni. E la stessa inchiesta ti avrebbe lasciato con l’impressione che non c’è da fidarsi di nessuno e che è meglio andare a cavallo o a piedi. Pazienza se da Roma a Milano ci vogliono 6 giorni, almeno non mi frega nessuno.
Perché Internet allora è trattato così? La risposta è semplice, per ignoranza e per superare l’ignoranza bisogna vincere la pigrizia. Per imparare bisogna faticare.
La pigrizia dei media italiani fa sì che ad ogni operatore estero che entra in Italia si “regali” visibilità a piene mani, tralasciando il fatto che generalmente non paga le tasse nel nostro paese, crea pochissimi posti di lavoro e che sta arrivando perchè qualche italiano (tonto) si è fatto il mazzo per creare il mercato.
Dei tonti che hanno investito milioni di euro e anni di fatica, che creano ricchezza nel paese e qui pagano le tasse non si parla. Cercare di capire costa fatica e la pigrizia è tanto più comoda.
La stessa pigrizia fa sì che quando si parla di Wikipedia, si parli solo di 100 lemmi sbagliati, dimenticando che ne mette a disposizione 700.000 e gratis. La stessa pigrizia, per anni, ha fatto si che quando si parlava di e-commerce si parlasse solo del “rischio carta di credito”. Noi facciamo centinaia di migliaia di transazioni all’anno e posso assicurare che c’è molto meno rischio a comprare online che a dare la carta di credito al cameriere del ristorante.
Non voglio difendere Facebook, nè Google. Ho valanghe di critiche per entrambi, anche pesanti. E ben venga chi ci parla di privacy e dei rischi correlati, ma da Report, che di pigrizia e faciloneria non ne ha mai dimostrata, mi aspetto di più, mi aspetto giornalismo serio.
Paolo Ainio è amministratore delegato di Banzai, una delle maggiori società di business online in Italia a cui fanno capo imprese diverse come Studenti.it, Saldi Privati, Liquida (ed è tra i soci del Post), e fu fondatore di Virgilio.




Quando leggo Broono mi viene in mente quella battuta di Fazio:
“Perché quando vedo Zichichi vorrei che scoppiasse la guerra atomica?”
@Broono,
tutta questa storia sul supermercato come va letta? Come “Brutti vampiri: mi manipolate il cervello per ciucciarmi i soldi come più vi piace!”, oppure come “Caspita: è per questo che al supermercato trovo esattamente quello che mi serve!”?
Sul serio: lo chiedo senza vis polemica. Una volta, davanti ad una confezione di roba da mangiare c’era sopra un bollino giallo che gridava “Non contiene conservanti”, e io mi sono trovato a chiedermi qual’era il senso del bollino: “Tutta roba naturale dentro questa scatola: compra tranquillo!”, oppure “Corri a metterlo in frigo: questa roba non contiene conservanti e quindi marcisce prima!”?
Solo un appunto, però, nel servizio di Report Wikipedia era portato come esempio positivo di servizio gratuito senza minacce per la privacy dell’utente, servizio che si regge sulla donazione degli utenti.
Io aspetto ancora che qualcuno lo dica, che fare soldi a questo mondo è sbagliato.
Il prezzo e’ giusto!
Mi frega assai della Rimini, di Report e di Facebook ma poiche’ le affermazioni forti, autorevoli ma prive di argomentazione hanno sempre destato la mia curiosita’, chiedo a Paolo Ainio:
ci vuol far vedere i conti che la dimostrano questa “correttezza” del prezzo?
E’ in grado Lei di quantificare il valore dei servizi ricevuti e di confrontarlo con il valore corrisposto dall’utente che versa le sue informazioni?
Oppure si e’ trattato anche nel suo caso di quattro pigrissimi conti della serva?
Proprio come quelli fatti dalla Sora Rimini?
Per la cronaca, in queste ore Apple ha annunciato che il browser Safari conterrà una funzione di do-not-track che serve ad evitare di essere monitorati durante la navigazione. Mozilla e Internet Explorer hanno già questa funzione. Chrome di Google non implementerà questa opzione. mmm chissà perché….
@GPZ500:
Va letta come si leggerebbe un paragone per spiegare alla signora Cesira il commercio dei dati personali nel web, con un esempio a lei vicino per quanto non del tutto consapevole.
Quello che ha cercato di fare Aimio, in pratica, ma che lui ha fatto usando un esempio (la tv) che funziona in maniera profondamente diversa dal web, fornendo quindi un’informazione errata e un elemento che invece di spiegare meglio, addirittura falsa.
Rispetto al giudizio di merito non lo so, ciascuno lo leggerà come più preferisce o come la propria consapevolezza delle dinamiche di mercato gli permette.
Certo se la vuoi leggere come “Brutti vampiri” sei libero di farlo, ma non sulla base di quanto ho spiegato io che, per assurdo, dice esattamente il contrario.
Non c’è alcun furto di soldi né di dati personali.
Gli unici soldi che dalle tasche della Cesira passano in quelli del supermarket sono soldi che lei spende in cambio di prodotti, non c’è nemmeno un centesimo in più, tantomeno estorto di nascosto.
Anzi, per assurdo è la Cesira che i soldi li prende dal SMarket, in cambio del suo fornire dati, sotto forma appunto di sconti e premi.
Quindi non solo non ho detto che sono brutti e cattivi, ma soprattutto non ho spiegato un meccanismo che potrebbe farlo pensare.
Il punto era solo che la tv, a differenza di quanto detto in questo articolo non è come il web in termini di funzionamento dati personali=prodotto commerciale, le carte di fidelizzazione, esempio necessario perché il mio commento non si limitasse a essere un “Non è vero”, lo sono.
Lo dimostra il fatto che la tv i dati personali li acquista, per poi tradurli in variabili utili quantificare il valore del prodotto che lei vende, che non sono i telespettatori ma i blocchi promo (è diverso).
Il web al contrario li vende, essendo lui (il web) un catalizzatore di quei dati infallibile quanto lo sono appunto le carte punti e quanto la tv non potrebbe mai essere per tipologia di mezzo.
La tv funziona con il meccanismo dei panel, che sono una “scommessa” e nel contesto è l’attore che i dati li acquista, il web funziona con il meccanismo del radar, che è un certezza, e nel contesto è l’attore che infatti li vende.
L’unico punto di (tentato) contatto tra i due sistemi, perché i pregi di uno (web) eliminassero i difetti dell’altra (tv) rendendola a sua volta quella miniera per far soldi che oggi non potrebbe mai essere per quanto detto sopra, è quello che si chiama “pubblicità interattiva”, unico fine dell’invenzione della tv digitale ma che nonostante i progetti iniziali pieni di entusiasmo si è al momento dovuta arenare contro la scogliera delle infrastrutture che ancora non sono pronte per.
Ma ci si sta lavorando e a quello si arriverà, proprio perché anche la tv si trasformi in quella macchina per soldi che il web ha dimostrato si possa diventare trattando i dati personali.
A oggi però sono due mondi profondamente diversi e il dirlo è l’unico fine di queste mie spiegazioni.
Avrei potuto limitarmi a dire che nell’articolo sono scritte cose sbagliate così, tanto per, e senza agguingere un perché.
Ma sarei stato un Jamesnach qualsiasi e ce ne sono già abbastanza.
“Ma sarei stato un Jamesnach qualsiasi e ce ne sono già abbastanza.”
Giuro che sono andato diretto all’ultima riga, bingo!
:-)
Ma poi, scusate eh, è fin troppo normale che il sig. Ainio difenda il modello denunciato su report.
Ed è prevedibile che ci dica che ‘il prezzo è giusto’ perché lui è l’oste. Ha basato proprio su questa attività il suo core business (se non ho capito male). Liquida è un network di affiliazione pubblicitaria o sbaglio?.
Le ruote di quel meccanismo infernale girano anche dalla parte sua.
Microblogging, lo schiavismo 2.0 :P
un altro che si crede jobs
@NOTPILL: Google Chrome presenta DA SEMPRE l’opzione chiamata “navigazione in incognito” che serve proprio a poter navigare senza tracciamento di cookies e preferenze.
@KAHLOR
No, il sistema do-not-track è un sistema attivo. Manda un header speciale ai sistemi di rilevazione indicando che quell’utente non intende essere tracciato.
La navigazione privata è LOCALE, ovvero il tuo browser non memorizza le pagine nella TUA cache cosicché se un altro utente dovessse utilizzare IL TUO computer non potrebbe risalire alla tua navigazione.
@NOTPILL e a tanti altri: continuate a fermarvi lì. Non andate avanti. Ainio è stato di una chiarezza smarcante, e ha solo commentato la necessità che quando si fa giornalismo d’inchiesta – di cui Report è da sempre uno degli esempi più completi ed efficaci – è necessario essere profondamente informati di ciò di cui si parla. Se lo fanno per le altre inchieste, perché fermarsi all’ovvio, o meglio, a quell’idea facilona e ignorante che i disinformati hanno su Internet e su tutto quello che ci gira intorno?
Viviamo in una società dove il marketing è necessario, per le aziende, a tutti i livelli – dall’imbianchino alla mega industria – perché è il solo modo per acquisire clientela e avere uno stipendio a fine mese.
La società, piccola o grande che sia, per la quale si lavora, è in grado di pagare gli stipendi perché vende i propri prodotti i quali – guarda caso – sono promozionati attraverso degli strumenti di marketing (pubblicità su riviste specializzate, magazine, quotidiani, cartellonistica, e – magari – anche un bel sito internet con annessi e connessi).
Perché, dunque, Ainio che spiega il fatto di Google e Facebook come una naturale conseguenza del fatto che queste due realtà non sono enti di beneficenza creati da santi redentori, ma sono aziende, che anno dipendenti che devo stipendiare ergo usano i dati che incamerano per fini di pubblicità e marketing.
Caro NOTPILL io vorrei molti più Ainio in Italia, anche perché è anche grazie a questo signore se abbiamo avuto in Italia una spinta in più verso la diffusione di Internet – che tu usi – e alla nascita di tante realtà commerciali ad esso legate.
@PLATO complimenti per l’inutilità del tuo post, epitaffio di quella mancanza totale di argomenti e di quella pochezza di vedute che non permette di capire quanto le cose siano molto più complesse di quanto appaianno.
@michele68
Scusa ma dov’è che ho detto che il marketing è il male? ho detto che ci campo perfino.
E cosa stai facendo, ci spieghi cosa è la pubblicità, a cosa serve, chi la usa… ?
ok, grazie.