• Italia
  • giovedì 7 aprile 2011

“Mancano 250 persone”

La cronaca di quello che è successo ieri nel mare a sud di Lampedusa

Imbarcavano acqua ed avevano il motore in avaria quando sono arrivate le motovedette italiane. Nell’oscurità della notte hanno cominciato a sbracciarsi, alzandosi in piedi sulla carretta nella quale erano stipati all’inverosimile. Un’imprudenza dovuta anche alla gioia per quello che pensavano il pericolo scampato. E invece è stato l’inferno. La barca di appena 13 metri si è sbilanciata su un fianco e circa 300 immigrati sono finiti in mare. E’ stato un lungo e straziante aggrapparsi l’uno all’altro, tra onde alte quattro metri e un feroce vento di maestrale a 39 nodi. «Proprio come il Titanic» hanno raccontato i superstiti. Solo 53 sono riusciti ad aggrapparsi alla barca o ad afferrare i salvagente lanciati dalle motovedette italiane. Dopo ore ed ore di ricerche non è stato recuperato nessun altro in vita. Poi il mare ha restituito solo cadaveri, compresi quelli di 5 bambini piccolissimi. Gli elicotteri ne hanno avvistati 25 che oggi si tenterà di recuperare per trasferirli a Porto Empedocle dove la procura di Agrigento si appresta ad aprire un’inchiesta, seppure contro ignoti. Ufficialmente si continua a parlare di dispersi ma all’appello mancano almeno 250 persone per le quali le speranze sono praticamente nulle. Una delle più gravi tragedie dell’immigrazione in un Canale di Sicilia ormai diventato una gigantesca fossa comune.

Questa la ricostruzione del Corriere della Sera dell’affondamento del barcone di ieri a sud di Lampedusa.

La tragedia è avvenuta 39 miglia a sud-ovest di Lampedusa in acque Sar (soccorso e ricerca) di competenza maltese che però non ha impegnato una sola motovedetta. Dopo aver ricevuto l’allarme da un satellitare intorno all’una Malta ha girato l’allerta al nostro comando delle capitanerie che ha fatto partire da Lampedusa due motovedette. Intorno alle 4 è stato intercettato il barcone, poco dopo la tragedia. In zona è stato dirottato anche il peschereccio «Cartagine» di Mazara del Vallo. «Quando siamo arrivati — racconta il comandante Francesco Rifiorito— c’era una distesa di persone in mare, li vedevo comparire e scomparire tra le onde. Solo tre siamo riusciti a tirarli a bordo» . Tra i superstiti c’è chi ha visto morire mogli, figli, fratelli. All’arrivo a Lampedusa sono apparsi stremati e straziati dal dolore, ma in buone condizioni di salute. Sono Somali, Eritrei, Sudanesi, Nigeriani e Camerunensi che vivevano in Libia da dove sono stati costretti a scappare perché presi di mira dalle milizie pro o contro Gheddafi. Il loro viaggio è cominciato due giorni prima della tragedia da Zuwarah e hanno pagato 400 dollari.

Aggiunge Repubblica:

“Eravamo 370, siamo stati due notti e tre giorni in mare, poi abbiamo visto la nave italiana che si avvicinava” racconta uno dei 51 sopravvissuti. Un altro, un uomo che avrebbe perso moglie e figlio di tre anni, racconta: “La nave italiana è arrivata molto lentamente a motori spenti, lentamente, fino a un metro da noi. Ci siamo spostati e la nostra barca si è rotta e siamo caduti in mare”.
Un giovane del Camerun dice di essere rimasto in Libia almeno due anni a fare l’imbianchino. Quando è divampata la guerra civile, gli avrebbero proposto di combattere contro i ribelli. Ma lui – racconta – è riuscito a trovare un barcone per partire pagando 1200 dollari sia per lui che per la sua fidanzata, 24 anni, e un suo amico: gli altri due sono morti. “Siamo partiti dalla Libia e verso le sei di sera è cominciato il cattivo tempo. Siamo caduti in mare, era un inferno. Mi entrava acqua in bocca ma sono riuscito a rimanere a galla. C’erano almeno tre bambini e molte donne. Io mi chiamo Peter Ugo, ho 29 anni”.

Mostra commenti ( )