Il Post
— Cultura

Un grande paese

di Luca Sofri

Esce oggi il libro di Luca Sofri, il peraltro direttore del Post: e costa solo dieci euro

6 aprile 2011

Un grande paese” è il titolo del libro di Luca Sofri (il peraltro direttore del Post) che esce oggi, pubblicato da BUR Rizzoli, di cui anticipiamo la parte dell’introduzione che ne illustra le intenzioni. Così lo riassume la quarta di copertina: «”Un grande Paese” è la definizione che vorremmo poter dare dell’Italia, senza che ci scappi da ridere. È il futuro che vorremmo immaginare, il presente che invidiamo ad altre nazioni ma che non vediamo intorno a noi. Eppure, è il nostro modo di essere italiani, di sognare un grande Paese, di fare come se lo fosse, a disegnarlo e farlo diventare possibile: sono le nostre volontà e capacità di rendere condivise le cose di cui siamo fieri, quelle che ci sembrano giuste, quelle che ci sembrano belle. Come possiamo trasformare l’Italia da qualcosa a cui siamo affezionati in qualcosa di cui essere orgogliosi, almeno tra vent’anni, senza ricorrere ancora a Michelangelo e Domenico Modugno?
“Ci sono le cose giuste e le cose sbagliate”, spiega Luca Sofri in questo libro: “e bisogna fare quelle giuste”. Rimettendo ognuno di noi al centro del problema, distinguendo tra il partire tutti uguali e l’arrivare tutti uguali, superando la pigrizia dell’”essere se stessi”. Con l’aiuto di Gobetti, Snoopy e Michael Jackson, Sofri indica una strada, che passa per la voglia di fare, la responsabilità di ognuno, la costruzione di un orgoglio e l’umiltà di accettare lezioni. Per avere “un grande Paese” tra vent’anni, ma cominciando a lavorarci subito, domattina, e anche sul presto».

Questo libro non parla genericamente di «comportarsi bene», che pure sarebbe un programma ambizioso abbastanza da costruirci un partito intorno, figuriamoci un libro (ci hanno persino costruito una religione imbattibile, prima di incasinarla con i regolamenti attuativi). Ma parla di molte cose che girano intorno all’idea che il miglioramento di noi stessi (no, non è roba new age) e del mondo debba essere il motore che fa camminare le nostre vite, perché tutto il resto poi viene da lì. Essere felici, viene da lì. Rendere felici gli altri, viene da lì. E le due cose si aiutano a vicenda. Dovrei forse rassicurare i lettori che vedano in queste perentorie asserzioni un inquietante avvicinamento all’ideologia. L’ideologia è malfamata perché è diventata la mascheratura di interessi inconfessati e sinonimo di rigidità. Ma l’ideologia non è una cosa cattiva – vuol dire «sistema di idee» – se è fluida ed elastica abbastanza, curiosa e dubbiosa, e le idee del sistema sono buone.

Questo libro, insomma, parla di tre cose: una è il rapporto che gli italiani hanno con l’Italia, e il significato dell’identità italiana in questi decenni. È una questione che ha un primo inciampo nella drammatica retoricità della sua definizione: identitàitaliana. Ho provato a trovare espressioni più moderne per rendere questo concetto, «l’identità dell’Italia e degli italiani». Tipo: questo libro parla di ’sto accidenti di paese e della sensazione che ci dà. Vedete voi se preferite. Stiamo comunque già dentro alla questione, quella dei modi per parlarne, dell’Italia.
Una seconda cosa di cui parla questo libro è il meccanismo politico e sociale intorno a cui stanno girando da qualche anno la politica italiana e la relazione degli italiani con la politica. Che è quello del conflitto tra elitismo e antielitismo, conflitto in cui il primo sta soccombendo con conseguenze catastrofiche. Anche a questo concetto serve una formulazione non accademica e meno stancante, che può essere: non siamo tutti uguali. Certi sono più fortunati e certi più bravi, e sono loro che devono – devono – fare le cose più difficili. Altri sono bravi solo in cose specifiche, e devono fare bene quelle. Tutti hanno una parte di cose da fare, che non è mai la stessa per tutti. Ma il mondo sta invece andando dalla parte opposta, quella in cui Sarah Palin poteva diventare vicepresidente degli Stati Uniti e in Italia si viene eletti in parlamento senza sapere chi sia Nelson Mandela o dove si trovi Guantánamo (come rivelò una popolare e deprimente serie di servizi televisivi, qualche anno fa). Si diventa leader politici perché si era fatto qualcos’altro, non necessariamente bene, o per ragioni peggiori. E intanto ci sono persone di competenze e intuizioni straordinarie a cui non è dato nessun accesso al miglioramento del loro paese e di cui spesso è malvista la stessa straordinarietà, e aumentano quelli che rinunciano e trovano di meglio da fare, lasciando ulteriori spazi politici a chi non è tagliato.
La terza e ultima idea di questo libro è che ognuno di noi sia responsabile – in una misura diversa per ognuno – del proprio destino e di quello del mondo. E questo significa due cose: che i progressi collettivi passano per i progressi individuali, e che ognuno ha la sua parte di responsabilità e di dovere. «Fa’ il tuo dovere» è un grande e appassionante insegnamento (cito Norberto Bobbio ed Enzo Bianchi), soprattutto se il tuo dovere te lo sei costruito tu con l’aiuto degli altri.

Questo libro parla di noi, ovvero di voi, e del nostro paese. Ne parla con una solida opinione che questo paese sia spacciato: che la tragedia di un paese ridicolo si sia ormai compiuta. Ma neanche la solidità di questa opinione riesce a toglierci la nostalgia per una cosa che non c’è mai stata e la tentazione di cercarla: un posto di cui essere orgogliosi, contenti, a cui appartenere. Un desiderio che spinge molti ad andarlo a cercare altrove, questo posto, o a sognare di farlo. E che non sarà invece mai esaudito davvero fino a che l’Italia e le sue persone non avranno ricominciato a fare progetti e sacrifici che vadano oltre le prossime due settimane. Se si salva, l’Italia si salva tra vent’anni e solo cominciando a lavorarci come dei matti da subito. Altre strade non ci sono, altre cose non succederanno. Questo lo scrisse lo scrittore e poeta Robert Penn Warren a proposito della fine della segregazione razziale:

Se per riformista intendete una persona che ritarda le cose per il gusto di rinviarle, io non lo sono. Ma se invece un riformista è qualcuno che pensa ci voglia tempo per un processo pedagogico, meglio se progettato, allora sì. È sciocco chiedere a qualcuno se lo sia, un riformista. Il riformismo è l’unica via: la storia, come la natura, non conosce salti improvvisi. All’infuori di quelli all’indietro, forse.

«Riformismo» è un’altra parola noiosa e svuotata, e se la uso è solo per debito nei confronti di un pensiero longevo: ma con i tempi che corrono non è più il contrario della rivoluzione: è la rivoluzione. Pensare di poter cambiare le cose tra vent’anni è rivoluzionario. Niente arriverà all’improvviso a rimettere in sesto l’Italia, lo sappiamo bene e la storia recente ce lo dimostra. E niente arriverà, neanche gradualmente, senza metterci energicamente le mani. Stiamo andando, gradualmente, da un’altra parte. La ragione per cui le tre idee che ho elencato – le rielenco sbrigative? Meglio:

1. ci serve un paese di cui essere contenti, e non lo abbiamo;
2. dobbiamo tornare a usare il valore delle persone e della cultura;
3. ognuno di noi è responsabile e complice.

La ragione per cui stanno insieme in questo libro non è solo che le loro implicazioni si accavallano in più punti, ma più esattamente che la terza determina la seconda e la seconda determina la prima, e quindi la loro successione in quest’ordine è una ricerca dell’unico possibile futuro migliore per l’Italia. Una ricerca disincantata e con i piedi per terra: disincantata e con i piedi per terra, sottolineato tre volte. All’inizio del ventesimo secolo il professor Konstantin Tsiolkovsky, scienziato russo, decise di trovare il modo di andare sulla luna: e non era una cosa tanto credibile, allora. Ci vollero settant’anni e un sacco di lavoro.

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  • piti

    Oggi nessuno fa, o inizia a fare, un sacco di lavoro per una cosa che (forse) darà i suoi risultati quando chi ha fatto il sacco di lavoro non ne potrà godere.

  • ellevu

    @piti: se avessi la confidenza e la presenza fisica le darei una manata sul coppetto! Noi oggi parliamo di ritrovare proprio il coraggio di fare un lavoro che vedrà i suoi frutti tra vent’anni.
    @Sofri: io aggiungerei che questo lavoro lo possiamo considerare già cominciato da ieri. Metterei nella tabella di marcia due cose da fare 1b:cercare e riconoscere chi altri ci sta lavorando, più per la volontà che per il metodo, il quale, proprio perché italiani, sarà diverso dal nostro. 1c:prenderne spunto quando possibile.

  • http://ilmiomanifesto.blogspot.com broono

    Il termine “solo” che precede “10 euro” è un giudizio di merito che andrebbe lasciato a chi avrà acquistato e letto il libro, non a chi ne fa il lancio, a meno che quel lancio non sia solo uno spot.
    Eventualità legittima, naturalmente, ma in quel caso il posto dell’articolo non dovrebbe essere in prima pagina sparato come fosse la dichiarazione di guerra alla Libia.
    Se Ezio Mauro facesse un titolo a nove colonne in Prima per dire che il suo ultimo libro costa solo 10 euro, sono ragionevolmente certo che il Post ne farebbe motivo di non lieve critica e ironia.

  • baudolino

    Ecco, voglio la presentazione alle Invasioni Barbariche

  • marlowe

    Comprerò questo libro e lo leggerò.
    Continuerò a cercare di fare quel che devo (a volte bene, altre volte male; a volte con entusiasmo, altre volte con un po’ di malumore) per cercare di rendere me stesso, mio figlio, la società italiana un po’ migliore.
    Non è un progetto ambizioso; dovrebbe essere il programma di ogni essere umano.
    Ma è la speranza quella che oramai non ho più; nessuna speranza nei miei connazionali per una serie interminabile di ragioni.
    Con mia moglie stiamo già programmando il nostro trasferimento in un altro Paese quando arriverà il momento di smettere di lavorare (arriverà?).
    Io mi sento uno sconfitto.

  • ellevu

    Ha raggione broono fatello: sei passato dalla parte dei padroni sfruttatori che vogliono soldi per il lavoro che fanno! Non sei più il Komunista che conoscevo al centro sociale! Viva il c’é.
    Lasciando da parte il sarcasmo, preferisco concentrarmi sul contenuto: le punte ai chiodi le farò quando avrò i chiodi.

  • sire

    torno a casa, lo cerco sul muletto e – se lo trovo – me lo scarico aggratis: va bene lo stesso?

  • piti

    ellevu, ti autorizzo alla manata sul coppetto e ti prometto che non reagirò!

    Però, appunto, volevo dire che gli ingredienti che fanno grande un Paese (alcuni, ma quanti bastano) a noi mancano strutturalmente. Uno, appunto, è l’incapacità di pensare oltre a noi stessi, singoli, nel tempo (in fondo cos’hanno fatto i posteri per noi? si chideva Woody Allen…).

    L’altro, se posso, è che sappiamo che ogni sforzo che facciamo non è compiuto da tutti e c’è sempre una quota non marginale di persone, categorie, classi che non tira la carretta: e quindi anche chi la tirerebbe, dopo un po’ si pone, ed è giusto date tali premesse, la fatidica domanda. Chimmofafà?

  • ellevu

    Osteria! intravedo la stessa positività di un gulag siberiano. Ipotizzo che non avremo la collaborazione di coloro che iniziano con la frase “tanto siamo destinati a morire”.

  • ellevu

    piti: la tempistica incrociata dei messaggi potrebbe portare a significati non richiesti, ma ci proviamo lo stesso: io mi metto sulla direttrice opposta.
    Io mi metto a lavorare nella coscienza che c’è qualcun’altro che tira la carretta con me. Lavoro nella logica che se ce la facciamo così vuol dire che senza pesi morti saremmo indistruttibili e che abbiamo un potenziale molto alto. Lavoro per creare i famosi ingredienti che mancano. Lavoro perché convinto che l’unico vero nemico ora siano “Chimmofafà” e “Io mi sento uno sconfitto”.
    Se puoi pensarlo puoi farlo. Non vuol dire che hai poteri magici, ma che, se cominci dall’idea di potercela fare, col tempo ce la fai. Se partiTE dal presupposto di avere perso o siete dei codardi o siete stanchi. Siccome se foste codardi non stareste scrivendo qui immagino siate stanchi. Dunque riposate e cercate di meditare migliori intenti.

  • http://mrmontag.wordpress.com Mr Montag

    siccome siamo destinati a morire, tanto vale non sprecare il tempo che resta

  • http://mrmontag.wordpress.com Mr Montag

    “Con l’aiuto di Gobetti, Snoopy e Michael Jackson”
    se non fosse che dubito che sappia chi è Gobetti, ci vedrei la mano di Veltroni qua ;)

  • marlowe

    @ellevu: forse hai ragione.
    Sono stanco. E anche molto.
    Sarà per l’età o sarà anche per il mio lavoro che mi obbliga a seguire ogni giorno quel che accade nel nostro Parlamento e nel nostro (magari non mio) Governo.
    Forse adesso avrai un pizzico di comprensione in più per me.
    Ti assicuro che ci si intossica.
    Sulla codardia non so che dirti. Spero solo di non essere un vile anche se posso averti dato questa impressione.
    Sinceramente mi spiacerebbe essere etichettato come tale.

  • ellevu

    “Non c’è terra oltre il Volga”
    Nikita Sergei Krushov
    Gli credettero, ogni uomo prese un fucile, ogni donna un badile, ogni casa divenne un bunquer.
    La retorica armigera non è molto condivisa, a giusta ragione, ma c’è un aspetto da considerare: ce l’hanno fatta loro, possiamo anche noi.

  • http://www.facebook.com/people/Nicola-Federico-M-Cavallini/1053792436 Nicola Federico M. Cavallini

    ..evvai..lo’ho cercato un paio di volte ultimamente..bene che è ufficialmente fuori!

  • ellevu

    @marlowe: altroché se ho comprensione, anche se non mi è sempre facile averne per tutti. Sono convinto tra l’altro che sia necessario avere più comprensione con tutti, generico, anche per chi inzuccheresti contro un muro.

  • francescorocchi

    Io non credo che ci vorrebbero necessariamente vent’anni.

    Anche le psicoterapie durano lustri interi, ma per cominciare ad avvertire dei miglioramenti non si deve aspettare così a lungo. Il principio è simile.

    Il percorso è lungo, ma ci sono obiettivi intermedi e ci sono la prospettiva, il senso del movimento, la speranza, tutte cose non di poco conto.

    Per paradosso (un grosso paradosso), nell’attuale immobilità io vedo una ragione quasi di speranza.

    Se gli Italiani stessero facendo tutto il possibile per salvare la pellaccia del paese, e questi fossero i risultati, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli.

    La verità invece è che galleggiamo a stento perché non facciamo nulla di nulla. Se cominciassimo a fare qualcosa, ne noteremmo subito i risultati, sia pure parziali.

    Quel che io odio profondamente non è Berlusconi (che è quel che è), ma la mancanza di alternativa, il vedere che anche chi gli si oppone e dovrebbe essere migliore di lui, è intorpidito, stanco, sopravvissuto a sé stesso.

    Certo, c’è anche il pensiero raggelante che gli Italiani non siano capaci di far più di così, ma questo ancora non è detto (anche se ha volte mi vien da pensarlo).

  • francescorocchi

    Ah, secondo me il “a soli 10 euro” è una piccola paraculaggine che occhieggia alla pubblicità gratuita del Post…della quale però non c’è da vergognarsi per nulla, sia chiaro.

  • ellevu

    francescorocchi ha ragione: tra vent’anni vedremo una pianta matura ma un germoglio anche domani. Vado a prendere la torba.

  • http://ilmiomanifesto.blogspot.com broono

    @ellevu:
    sarà anche fare la punta ai chiodi, ma il titolo offre tre informazioni scelte non da me: che il libro è di Sofri, che Sofri è peraltro direttore del Post (nel caso a qualcuno fosse sfuggito) e il prezzo.
    Fine, stop, chi ha scelto il titolo ha scelto per me quali erano i punti fondamentali e io su quella strada l’ho seguito.
    Dopodiché comprendo la tentazione al sarcasmo, anzi la apprezzo proprio come modo di procedere, ma tocca dirti che nel mio commento non c’è traccia di mio giudizio sul prezzo, tantomeno di un mio ritenerlo esoso, cosa che legittimerebbe la tua ironia sul mio aver sostenuto che chiedere soldi per il proprio lavoro è roba da capitalisti.
    Io ho solo detto che forse non è chi ha scritto il libro che devrebbe stabilire se il prezzo scelto è inferiore al valore dello stesso, ma chi lo paga e legge.
    E’ talmente diverso da come l’hai letto tu che lo stesso identico commento potrebbe voler dire esattamente l’opposto e cioè che il prezzo potrebbe essere anche il doppio.
    Sarcasmo malriposto, insomma.

  • maxavi

    volendo dedicarmi a qualche bella utopia preferisco il venus project. l’italia ha ereditato un grande patrimonio storico e artistico e un meraviglioso territorio ma un grande paese non mi pare lo sia mai stato e dubito molto lo diventerà mai

  • lucagras

    Ragazzi, su, “E costa solo 12 euro” èhttp://www.ilpost.it/wp-admin/profile.php una paraculata talmente palese (consapevolmente ingenua, dai) che si fa perdonare da sola.

  • http://www.ilpost.it/adrianozanni/ adrianozanni

    quei bradelli di tricolore che sventolano…(ancora)…potevi usare la mia foto http://www.ilpost.it/adrianozanni/2011/03/17/150/

    :-)

  • ellevu

    Comprato: tac! Spendo, pago, PRETENDO! Che poi, broono, hai ragione, ma io ci voglio mettere della comprensione. Finora fare del casino per ciò che non va’ e dimenticare onori pregi e meriti ha solo calato il morale alla ciurma. Tra vent’anni glielo diremo al Sofri “Vecchio paraculo avevi ragione, ma quei dieci euro che mi dovevi?”
    Bouna Not!

  • http://www.facebook.com/people/Gian-Luca-Calisti/577293199 Gian Luca Calisti

    Questo Paese
    Daniele Silvestri

    La grandezza di questo paese
    Non è più nelle piazze, non è nelle chiese
    Non è Roma di marmi, fontane e potere
    Né Milano tradita da chi se la beve.
    Non è Genova o Taranto, signore del mare.

    Non è Napoli e questo è persino più grave.
    Non è più divertente tirare a campare
    Soprattutto non è originale.

    La fortuna di questo paese
    Non è più degli artisti
    Non è delle imprese
    Non c’è nei discorsi di chi vado a votare
    Se grandezza ce n’è non si riesce a vedere
    Così hai voglia a cercarla tra i mille canali
    Sia su quelli analogici che sui digitali
    Ma non serve aumentare la definizione
    Per vedere più grande un coglione.

  • ellevu

    Una caduta in vite: Nessuno crede in questo paese quindi nessuno si spende, nessuno si spende per questo paese quindi nessuno ci crede.
    Vedo una logica un po’ povera nel misurare il futuro in base al solo “fatto” e non usare l’immaginazione per il “possiamo fare”. Questo è un concetto da casa di riposo.

  • procellaria

    l’Italia del 2030 è già spacciata, bisogna iniziare a pensare all’Italia del 2050

  • ellevu

    Procellaria, mi scusi, ma mi sembra ci sia un atteggiamento altezzoso in questa frase, come se prevedere il fallimento significasse capirne di più. Guardi bene (stavolta lo dico fuori dai denti) che è l’atteggiamento diffuso da “le cose andavano male anche prima di me, quindi sono esentato dal metterci del mio”, che ci ha messi in questa situazione. C’è chi è stanco di lottare coi mulini a vento e lo capisco, ma certe affermazioni per darsi arie da grandi intenditori sono (una delle) basi dei nostri problemi.
    (repetite juvant?)

  • procellaria

    @ellevu: sei fuori strada.