Il caso “Gioventù ribelle”

La storia del disastroso videogioco promosso dal ministero della Gioventù per i 150 anni dall'unità d'Italia

di Francesco Costa

Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia ha fatto da stimolo a centinaia di iniziative in giro per il Paese, volte ad approfittare delle ricorrenza per ricordare adeguatamente pezzi importanti della storia di questa nazione. È inevitabile che alcune di queste iniziative siano riuscite peggio delle altre, e questo è probabilmente il caso di quanto accaduto a Gioventù ribelle, di cui si è parlato nei quotidiani della settimana scorsa.

Di cosa parliamo
Già qui non è facile dare una risposta definitiva. Andiamo con ordine: Gioventù ribelle è un videogioco. Il progetto è stato presentato con grande solennità dal ministero della Gioventù, diretto da Giorgia Meloni, alla presenza del Capo dello Stato. Sul sito dell’AIOMI, l’Associazione Italiana Opere Multimediali Interattive, si legge che l’iniziativa “è realizzata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, in collaborazione con Assoknowledge Produttori Italiani di Videogiochi, Alberghi per la Gioventù e il coinvolgimento di sponsor tecnici come Ferrovie dello Stato, Cinecittà Studio Luce e Rai Trade”. L’AIOMI lo ha descritto come “un videogioco 3D di nuova generazione”. Alcuni media – Studio Aperto, per esempio – hanno detto che è stato “realizzato dai migliori game designer italiani”.

Il gioco va online
Presentato il 15 marzo, introdotto dal ministero della Gioventù come “un’avventura interattiva tridimensionale, nella quale il giocatore ha la possibilità di vestire i panni di un misterioso eroe del Risorgimento e vivere in prima persona il processo di unificazione della nazione italiana”, a un certo punto una versione demo del videogioco va online, scaricabile e giocabile liberamente dagli utenti. Ed è terrificante.

Com’è Gioventù ribelle
Innanzitutto, come spiega Emilio Bellu sul blog di videogiochi che tiene sul sito dell’Unità, il gioco “non è stato costruito da zero, ma è piuttosto una mod di Unreal Turnament 3, e tuttora include suoni e schermate appartenenti al gioco Epic”. Insomma, è una versione modificata di un videogioco ben più celebre, ormai diventato lo standard del genere sparatutto: quello in cui si vede in primo piano solo l’arma del personaggio guidato dal giocatore. Fosse tutto qui. Il gioco non ha alcun tipo di trama né di obiettivo, non permette alcuna interazione con lo scenario (i colpi d’arma vanno tutti a vuoto), gli avversari sono privi di qualsiasi intelligenza (sono fermi, di fatto: dei manichini), gli errori storici non si contano (un revolver Colt in mano ai bersaglieri?) e ogni tanto ci si imbatte in qualche scena surreale, tipo puntare la pistola in faccia al Papa. Guardate qui.

 

Non passa molto tempo e Gioventù ribelle fa il giro del mondo, per ragioni molto diverse da quelle presumibilmente auspicate dai suoi promotori. I siti internet italiani sui videogiochi ospitano recensioni dai toni sbalorditi e indignati, quelli stranieri si sbellicano dalle risate: sia Destructoid che Neogaf si chiedono se Gioventù ribelle sia il peggior videogioco della storia dei videogiochi.

Le proteste
Data l’enfasi che era stata data al progetto, scattano tutta una serie di comprensibili proteste tra gli utenti e gli operatori industriali del settore, che comprensibilmente temono che Gioventù ribelle danneggi la percezione all’estero della neonata industria videoludica italiana. La sezione italiana della International Game Developers Association, in una lettera aperta, scrive che “il modo in cui è stato presentato Gioventù Ribelle è purtroppo offensivo per gli sviluppatori italiani che lavorano seriamente e con profitto nel settore e costituisce un problema di credibilità dell’industria italiana agli occhi dei colleghi europei e mondiali, come dimostrato dai poco edificanti commenti su forum e gruppi di discussione italiani e stranieri”. La questione viene seguita sia dalla stampa di settore che da quella nazionale e inizia a diventare imbarazzante.

La retromarcia
I promotori dell’iniziativa decidono allora di togliere la versione demo dal sito, “a causa delle strumentalizzazioni subite”, e promettono di mettere la versione completa quando sarà pronta. E ridimensionano il tutto: Gioventù ribelle passa dall’essere un’iniziativa “realizzata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, in collaborazione con Assoknowledge Produttori Italiani di Videogiochi, Alberghi per la Gioventù e il coinvolgimento di sponsor tecnici come Ferrovie dello Stato, Cinecittà Studio Luce e Rai Trade” a essere semplicemente un videogioco “realizzato per intero e in pochi mesi dagli studenti del Corso Triennale di CG Animation dell’Istituto Europeo di Design”. Una tesi di laurea. Non solo. Gioventù ribelle passa da voler “dimostrare che un gioco italiano può competere coi grandi titoli internazionali” a essere definito come “non un videogioco commerciale realizzato secondo gli standard e con le risorse internazionali, ma solo una demo culturale”, prodotto senza alcun finanziamento da parte del ministero.

Cosa succederà
La versione definitiva di Gioventù ribelle verrà pubblicata a giugno, almeno così è stato promesso. La discussione rimane aperta. I suoi promotori sostengono che sia comunque importante portare le autorità e le istituzioni a interessarsi all’industria videoludica italiana e capire quanto possa essere rilevante per lo sviluppo del Paese: un passo verso il necessario e utile sdoganamento del videogioco anche in Italia. Gli utenti e diversi esperti e operatori del settore sembrano invece convinti che Gioventù ribelle abbia danneggiato l’industria videoludica italiana. Di certo la gestione improvvisata della sua realizzazione e della sua promozione non depongono a favore dell’operazione: il gioco è stato prima presentato come un prodotto d’eccellenza e poi derubricato al lavoro di otto studenti, è stato prima pubblicato online e poi frettolosamente rimosso. Rimane opaca anche la catena di comando, diciamo: i rapporti tra i soggetti a vario titolo promotori dell’operazione. Ne ha fatto un riassuntone Wired. C’è di positivo, almeno, che secondo il ministero tutta l’operazione non è costata un euro allo Stato.