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«La scimmia che vinse il Pulitzer»

di Nicola Bruno, Raffaele Mastrolonardo

L'introduzione e il primo capitolo del libro di Nicola Bruno e Raffaele Mastrolonardo, uscito per Bruno Mondadori il 22 marzo

«In pochissimi avevano avuto tempo e voglia di fare un lavoro di verifica sulle dichiarazioni e le promesse che ogni giorno facevano i candidati.» Il campanello d’allarme era suonato forte durante la convention repubblicana del 2004, quando Zell Miller, un democratico passato tra le file del presidente in carica George W. Bush, aveva attaccato frontalmente il candidato democratico John Kerry: «Ero seduto nella sala stampa. Quando Miller è salito sul palco e ha iniziato a dire che Kerry non sarebbe stato in grado di gestire la guerra in Iraq perché al Congresso aveva sempre fatto ostruzionismo sui provvedimenti militari, ho capito che si trattava solo di propaganda. Avrei voluto controllare l’archivio delle votazioni, andare a spulciare tra quelle dello stesso Miller. Sapevo che anche lui, in quanto democratico, aveva votato contro e volevo dare ai lettori gli strumenti per capirlo». Ma il giornale doveva chiudere e il caporedattore voleva l’articolo: addio ricerca, il pezzo va in stampa come mero resoconto del feroce attacco al candidato democratico. E il contesto? La verifica dei fatti? C’è tempo, anzi no, non c’è.

«Dopo quell’articolo ero divorato dai sensi di colpa. Quel giorno mi resi perfettamente conto che non aveva più senso un giornalismo di questo tipo», dice mentre divora con calma una pantagruelica colazione americana a base di bacon e uova, ordinata prima dell’intervista.

Tre anni dopo quell’episodio, alla vigilia di una nuova campagna elettorale che avrebbe portato Barack Obama alla Casa Bianca, il fastidio nato durante la convention repubblicana si è precisato, anzi radicalizzato. Il punto, ha capito nel frattempo Adair, è che siamo tutti a bordo di un carrozzone politico-mediatico: «In pochi si curano degli interessi dei cittadini, ancora meno della ricerca della verità. Ormai avevo fatto una scelta definitiva: volevo scendere dal carro per non risalire più». Dopo averlo detto a se stesso deve dirlo ai suoi capi, anche perché la corsa delle presidenziali del 2008 sta per iniziare. Adair si fa coraggio, scarica i dubbi dalle spalle e in un giorno di primavera del 2007 entra nell’ufficio dei suoi superiori armato di un’idea. «In questa campagna» proclama «vorrei fare solo due cose: il fact-checking di tutte le dichiarazioni più controverse dei candidati, e un sito web con una mini redazione per dare il massimo risalto a questo lavoro.» Sul campo, in prima linea a seguire dibattiti e comizi, ci vada qualcun altro. Lui se ne starà dietro le quinte, lontano dai riflettori, dalle strette di mano dei potenti e dalla contiguità con gli spin doctor dei candidati. Vuole una trincea per fare quello che non avrebbe mai potuto fare da corrispondente: il cane da guardia della verità. I superiori ascoltano e non comprendono come un cronista di razza rinunci all’evento più importante per nascondersi dietro un monitor.

Di lui però si fidano, non vogliono perderlo e, in fondo, sul web qualcosa di nuovo per le elezioni bisogna pur farlo. Senza contare che il “St. Petersburg Times” è di proprietà del Poynter Institute for Media Studies, un centro di ricerca sul giornalismo che all’idea di servizio pubblico ci tiene parecchio. Dunque ok, annuiscono i capi, Adair avrà una chance almeno per la durata della campagna. PolitiFact.com, sito da Pulitzer, nasce a Tampa quel giorno di primavera. Doveva durare lo spazio delle elezioni, sopravvivrà ben oltre, vincendo il più ambito premio a cui aspirano i giornalisti statunitensi.

3. I sei gradi della menzogna
Due giorni dopo la protesta del Tea Party, non si sono ancora spente le polemiche sul numero dei presenti. La mattina del 14 settembre 2009 Bill Adair, direttore di PolitiFact, riceve un’e-mail da un suo amico della CNN. Dice di aver visto anche lui la foto della manifestazione su Facebook, ma qualcosa non gli torna: era stato a Washington e non gli sembrava che ci fosse tutta quella gente. «Proveremo a capirci qualcosa in più», risponde Adair. Durante la riunione Bill ne discute con la redazione e decide di assegnare il caso a Catharine Richert, giovane reporter che lavora a PolitiFact da due anni. Deve innanzitutto capire da dove è saltata fuori la cifra dei 2 milioni di manifestanti e qual è stata la prima fonte a pubblicare la foto che ha fatto il giro della rete, imponendosi come la prova della marcia contro Obama. Catharine parte dalle fonti ufficiali. Telefona a Peter Piringer del D.C. Fire and Emergency Department (una sorta di Protezione civile dello Stato di Washington) per avere un riscontro più attendibile.

Piringer afferma che il suo ente non diffonde stime sulle manifestazioni perché spesso vengono strumentalizzate per scopi politici. La Richert lo incalza ricordando una dichiarazione fatta a un quotidiano locale: «Sì, però ieri ha detto a un giornalista in via ufficiosa che secondo lei c’erano tra le 60 e le 75 mila persone». Risposta: «Non era una stima ufficiale». Con la foto sullo schermo, Catharine insiste: «Ma secondo lei c’era davvero tutta quella gente?».

«Era una folla impressionate», risponde Piringer, aggiungendo poi un dettaglio fondamentale: «Arrivava fino alla Terza Strada». Catharine annota in grande sul proprio bloc-notes quest’ultima dichiarazione. Qualcosa non torna: nella foto di Facebook si vedono i manifestanti arrivare fino alla Quindicesima Strada. Piringer dice «fino alla Terza Strada». Ci sono tredici isolati in più. Di chi fidarsi? Di una foto senza autore comparsa su Facebook o della testimonianza di un pubblico ufficiale? […] Due anni dopo la nascita di PolitiFact, Bill Adair non si sente più inutile. Vive tra Washington e Arlington (in Virginia) e quando c’è un tema controverso i principali programmi di approfondimento politico ormai chiamano lui, arbitro della verità insignito di un Pulitzer. È ospite regolare di TownHall della CNN e di Top Line di ABC News, oltre che di una serie di show serali e mattutini. Entra in scena con la sua faccia da bravo ragazzo, le labbra sottili, l’accento del Sud, lo sguardo serio ma non serioso, e impone una pausa nel chiacchiericcio politico.

Lo fa senza acredine ma con l’autorevolezza di chi può portare argomenti solidi alle proprie affermazioni. Obama dice che si è fatto strada solo con le donazioni online di semplici elettori? Falso: ecco le prove dei finanziamenti ricevuti dalle grandi lobby. Sarah Palin vira improvvisamente a destra sulla riforma sanitaria? Guardate questo video: due anni fa pensava l’esatto contrario. Una catena di e-mail sostiene che il Presidente vuole alzare le tasse? È una bufala: abbiamo letto ogni pagina del programma e i conti esatti sono questi. Chiuso il discorso. O meglio, aperto: ma a partire dalle ricerche di PolitiFact, sito che dimostra che i fatti non sono scomparsi, solo che mancava qualcuno che li andasse a cercare. E ora che c’è, i media si risvegliano e la gente apprezza.

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