Fa male, il presidente della Camera, a ricordare ciclicamente quanto sia artificiale e vuoto il preteso concetto politico o storico di “Padania”, entrato stabilmente nel linguaggio italiano? È più saggio ritenere che vi sia entrato come uno di quei soprammobili kitsch e inguardabili arrivati come regalo di nozze di cui abbiamo imparato a sopportare l’esistenza, pensando che non bastino a deturpare la casa che ci siamo costruiti a nostro gusto? Non dovremmo forse rimanere fedeli al nostro senso della misura e del ridicolo e continuare a rifiutarci di discutere una cosa che non esiste, e che non merita nemmeno la legittimazione di una smentita?
Fa bene, il presidente della Camera, secondo noi. Perché certo, altri sono i problemi, e perché è vero che bisogna conservare sempre la distinzione tra il paese che si vorrebbe e quello che è in realtà: e però la realtà si modifica giorno per giorno, non consentendo alle sciocchezze di radicarsi, non dandovi avallo, smettendo di turarsi il naso e basta. Fini ha detto, ieri:
“La più grande sciocchezza è quella di parlare di Padania. Che cosa tiene insieme, infatti, Ventimiglia con il Cadore se non l’essere italiani? Non si può sostituire all’identità nazionale quella artefatta della Padania. Che non è una identità culturale, è una pianura…”.
Fini si è espresso con grande correttezza: non ha infatti negato l’esistenza di una cosa che si può chiamare Padania. Ma ha ricordato di cosa si tratta: un sinonimo di ciò che abbiamo più frequentemente chiamato Pianura Padana, o Val Padana. Il luogo dove scorre il Po. Wikipedia ha una ricca ricostruzione della storia del termine.
L’aggettivo padano nasce nel XIX secolo, derivato da Padus, il nome latino del Po. I regni napoleonici in Val Padana inclusero la Repubblica Cispadana e la Repubblica Transpadana, secondo l’uso di denominare i territori in base ai corsi d’acqua, nato con la rivoluzione francese. Anche l’antica Regio XI augustea (che insisteva sull’attuale territorio di Valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia), venne così denominata Regio XI Transpadana solo nella letteratura accademica degli ultimi secoli.
Gianni Brera usò poeticamente il termine Padania a partire dagli anni sessanta per indicare il territorio che ai tempi di Catone corrispondeva alla Gallia Cisalpina (o, per usare le parole di Brera, alla «Gallia Cis- e Transpadana»).
Negli anni ’60 e ’70 il termine Padania era considerato un sinonimo geografico di Val Padana: come tale era incluso nell’enciclopedia Universo e nel dizionario Devoto-Oli del 1971. Nel 1975 usò il termine Padania in un articolo su La Stampa l’allora presidente della Regione Emilia-Romagna Guido Fanti, e successivamente il presidente del CNEL Giuseppe De Rita. Quindi fu la volta di Indro Montanelli per indicare gli stessi territori. Tali usi non corrispondevano all’attuale, in quanto tendevano a considerare un territorio limitato alla pianura del Po, escludendo le zone alpine, la liguria, e il nord-est.
Un ulteriore uso del termine Padania era limitato ad alcune ricerche linguistiche, in relazione all’insieme degli idiomi galloitalici, talvolta allargato anche agli idiomi retoromanzi. Negli anni settanta la sezione di Lombardia, Ticino e Grigioni lombardi dell’ Association Internationale pour la Défense des Langues et des Cultures Menacées (AIDLCM) cominciò ad usare il terminepadano per riferirsi all’insieme degli idiomi galloitalici. Nell’analisi glottologica di Geoffrey S. Hull, linguista della University of Western Sydney, Padania indica la terra in cui si parlano gli idiomigalloitalici, nonché il veneto, l’istrioto e, come anfizona, gli idiomi retoromanzi, considerati fondamentalmente tutti delle varianti divergenti locali di un unico sistema linguistico: la linguapadanese. Tali definizioni, di diffusione marginale, di Padania etnolinguistica, inclusi (come per Hull) o meno (come secondo l’AIDLCM lombardo-ticinese e lo scrittore Sergio Salvi) i territori di idioma retoromanzo, veneto e istrioto, non corrispondono a quella successivamente introdotta nella politica dalla Lega Nord, che ha reso popolare la parola Padania.
Un primo utilizzo socio-economico del termine Padania si trova nel volume «La Padania, una regione italiana in Europa», redatto da vari accademici nel 1992 per conto della Fondazione Agnelli. In tale studio, oltre ad analizzare le caratteristiche socio-culturali ed economiche che contraddistinguono la Padania, viene auspicata la formazione di uno spazio politico padano capace di rappresentare direttamente il proprio territorio in Europa.
Certo, niente vieta di introdurre termini nuovi quando concetti nuovi appaiono, o di estendere i significati a seconda dei cambiamenti. Ma in Italia nessun concetto nuovo meritevole di essere battezzato è mai nato a questo proposito: non esiste nessuna identità di pensieri, condivisioni, comunanze che possa in qualche modo riunire lo spazio che sta tra le Alpi e gli Appennini, se non quella geografica, di trovarsi tra le Alpi e gli Appennini. L’unico fatto nuovo, indiscutibile, è stata la nascita di un partito e del consenso che ha ricevuto. E per questo è apparso giustamente un nuovo nome: Lega Nord. È un partito italiano con un piccolo ma apprezzabile radicamento nel Nord Italia: ovvero il 12% circa dei voti nelle ultime elezioni politiche. È un fatto che non si avvicina lontanamente a costituire un elemento di prevalenza o omogeneità in un territorio in cui più quasi nove persone su dieci questa idea della Padania non la prendono sul serio (e probabilmente non la prendono sul serio nemmeno molti elettori stessi della Lega Nord).
Il Bollettino 2010 della Società Geografica Italiana riporta che la “nazione padana” non ha alcun fondamento storico-culturale: “La Padania di oggi appare un’aggregazione piuttosto tardiva di tessere regionali espulse da mosaici precedenti”.
Non è insomma una brutta parola, “Padania”, anche se non le ha fatto bene il gonfio suono della voce di Umberto Bossi a cui l’abbiamo sentita pronunciare nella quasi totalità dei casi. Basta sapere cos’è, come dice il Presidente della Camera: “non è una identità culturale, è una pianura”. Si può, se si vuole, rinnovare la vecchia frase fatta “nebbia in val padana” con “nebbia in Padania”.




I trentinialtoadigesi credo che lo “statuto speciale” se lo godano eccome.
A parte questo, da abitante del nord mi sfugge quale sia, come fa notare Fini, quale sia il sentimento di identità storico-culturale che può legare un abitante dell’astigiano con uno di Chioggia, e via dicendo. Se l’unica è che una bandiera di partito (dalle tendenze d’opinione ondivaghe a dir poco) li riunisce alle elezioni comunali, bravi, ma non è identità storica e non è materia di rivendicazioni plausibili.
“molti lettori stessi della Lega Nord”, direi elettori, che c’è poco da leggere nella Lega Nord…
Non entro nella querelle storico-geografica, in quanto non me ne può fregare di meno. Definire però, la Lega un partito italiano con un piccolo radicamento nel nord Italia è una fesseria totale.
La Lega si è inventata o ha riciclato, fate un po’ voi, il termine Padania per indicare un territorio che ha, altrochè, delle identità e visioni comuni, che sono proprie non solo degli elettori leghisti. L’enorme differenza in termini di sviluppo economico tra il Nord e il Sud, rimasta uguale nei decenni, ha prodotto una feroce contrapposizione tra il Nord Italia produttivo e il resto del Paese, visto come parassitario e legato alla politica e all’assistenzialismo pubblico. Non è un caso che la Lega raggiunga il maggior consenso proprio nelle regioni italiane a più alta produttività e con segno ampiamente negativo tra dare e avere nei confronti dello Stato. Negare che questo sia il principale ostacolo ad un unità d’Italia, che sia unità per davvero, significa che tra 150 anni ci ritroveremo punto e a capo.
La frase con cui inzia il post è un epic fail di Fini che dimostra ancora una volta di non aver capito cosa voglia una parte del paese. Che non lo voterá più. E mi sembra un fail anche del Post. Perchè gli stessi argomenti si possono ribaltare per dimostare la tesi contraria.
Il fatto che la “Padania” non esista storicamente e che non sia culturalmente un’entità omogenea, ma solo un luogo geografico, è una discussione accademica. A voler ben vedere anche l’Italia prima di Cavour, Mazzini e Garibaldi non esisteva come unità culturale e sociale. Probabilmente francesi, spagnoli o austriaci pensavano la stessa cosa: era solo un luogo geografico, non una nazione unita. Questo perchè per fortuna non conta solo la storia, ma anche i progetti.
E oggi dietro a quel nome c’è un progetto in cui molti sembrano credere. A me sembra molto più interessante guardare avanti e capire come proporre un progetto alternativo, convincere e realizzarlo.
I concetti identitari e geografici cambiano, a seconda di come uno li vuole vedere e di cosa uno vuole pensare di essere.
Se Bossi dice che la Padania esiste, e c’è gente che si definisce padana, allora la Padania esiste.
L’Italia è nata così, e nel 1861 si sarebbe potuto fare esattamente lo stesso discorso: lingue, ordinamenti, storie, monete, economie completamente diverse, unite da un’idea.
Bossi va ostacolato perché è razzista e ignorante, mentre l’idea della Padania è una fesseria perché oggi servono meno stati e più grandi, non di più e più piccoli.
Nell’idea di Italia, infine, c’è molto di più di quel che c’è nell’idea di Padania. Ma non è la filologia a definire le identità: quelle ognuno se le costruisce come gli pare (anche e soprattutto quando si inventa un passato mitico rispetto al quale ci si pone come “restauratori”).
In un vecchio sketch di “Goodness Gracious Me” una bellissima serie comica di anglo-indiani trasmessa a suo tempo dalla BBC un ragazzo inglese di origine sikh si chiedeva rimuginando se poteva davvero definirsi sikh e cosa questo comportava per la sua identità e per la sua anima.
Un vecchio saggiò lo notò e gli chiese: “Hai il turbante?”
“Sì” rispose il ragazzo.
“Allora sei un sikh”.
Fine della storia.
Concordo pienamente con Lowresolution: aver creato un concetto parzialmente geografico e aver aggregato intorno a questo stesso delle menti (non sempre eccellenti), dei pensieri (non sempre puri), delle aspirazioni (non sempre legittime), delle esigenze (non sempre condivisibili), delle passioni (non sempre razionali) é equivalente ad un processo di formazione di una identitá nazionale.
La Padania come idea di nazione quindi esiste, almeno fin quando la Lega sapra´ alimentarne il mito.
E´una realtá di nazione peró, quella Padana, che non eccita i cuori ma che spaventa perché poggia sulla negazione di principi di solidarietá che ormai tutte le nazioni sono disposte a condividere sin dalla loro nascita e utilizza delle figure ideologiche … non proprio originali:
- idea mistica di “popolo” e mitologizzazione delle sue origini;
- liturgie di massa e culto di un leader in chiave quasi messianica;
- idea del territorio inteso come spazio economicamente vitale;
- una forma di moderno socialismo dove alla classe lavoratrice di un tempo viene sostituita la classe di piccoli imprenditori;
- L´attenzione alla organizzazione del tempo libero intesa come strumento di organizzazione del consenso;
- l´attenzione al controllo dei media;
- Atteggiamenti spudoratamente protezionistici in ambito economico;
Sono tutte cose giá viste in un film che … ando´a finire assai male.
Concordo, seppure a malincuore, con le parole, molto lucide, di dtrevi.
E’ ovvio che la questione non è se a Ventimiglia e a Udine mangiano lo steso piatto tipico o fanno gli stessi balli popolari o se centinaia di anni fa in quelle zone c’erano i Francesi o gli Austriaci o gli Australiani.
La Lega nacque come reazione a un risentimento che covava da tempo, con torti e ragioni, nel settentrione italiano. E si trattava di un risentimento prepolitico. Mio nonno, mediatore immobiliare parecchi decenni prima della comparsa della Lega, si rifiutava di fare affari, come diceva lui, con quelli della Bassitalia, perché erano inaffidabili.
Questo risentimento non poteva che aumentare quando le mille storie private hanno cominciato a fondersi in una solo storia collettiva di assistenzialismo sfacciato. Soprattutto il terremoto in Irpinia, con le valanghe di soldi pubblici buttati, funse da (scusate il paradosso) riunificatore dei separatisti.
Inoltre, come sappiamo fino alla nausea, mentre i conti pubblici non sono più un esercizio di stile senza effetti concreti, la malversazione e il clientelismo (non esclusive meridionali, ma che in Meridione toccano vette sgomentevoli) al Sud sono continuate bel belle. La Regione Emilia Romagna, per una popolazione di 4 mln di persone, ha circa 3000 dipendenti, quella Sicilia, con 5,5 mln di residenti, ne ha ha oltre 20 000. E poi forestali calabresi ecc ecc.
E questo non è considerato tollerabile in Settentrione, non più. E nemmeno da un sacco di gente che vota a sinistra (quorum ego): ormai solo qualche brava suorina dell’ortodossia piddina spalanca gli occhioni sorpresi, anche qua in Romagna, se si dicono queste cose.
E dunque, con parole rozze, con uomini improbabili, con proposte discutibili e soprattutto con alleati ignobili, la Lega ha denominato un territorio che -più o meno- è quello che pare di essere in grado di sostenersi con le proprie gambe.
Non dico che mi piaccia. Ma negare l’evidenza ha fatto incancrenire i problemi.
E così ora ci tocca l’astrazione della Padania, che però nasce da questioni assolutamente tangibili.
“con parole rozze, con uomini improbabili, con proposte discutibili e soprattutto con alleati ignobili” questo è il problema, però. Va bene creare un mito e cercare di ottenerlo, ma innanzitutto l’incoerenza con se stessi e col mito che si vuole alimentare, e in secondo luogo la povertà della proposta stessa creano a me (e a molti altri, che non siamo per forza suorine) più di un disagio.
E’ risaputo da dove venga il malcontento del produttivo Nord… Siamo pieni di prof. Terroni che rubano il lavoro ai bravi insegnati locali….si pagano troppo tasse ( parliamo ovviamente di quella minima parte che non facciamo in nero…)…troppi extracomunitari (stesso discorso dei prof di prima) … E’ questo il pane quotidiano del leghista padano medio….la maggior parte ovviamente e’ un bel po’ sotto la media…ah dimenticavo…. E I CLANDESTINI ??????
Fortunatamente vivo a poca distanza dalla Francia e ,nel caso i padani prendessero il sopravvento, non mi sarebbe così difficile raggiungere un paese civile!
In quanto a mala amministrazione non mi pare che i nordisti ci abbiano messo molto a imparare dai loro tanto vituperati colleghi del sud. Conosco più di una perosna, convintamente di destra, che si è già pentita della sua scelta alle ultime regionali.
Eviterei riferimenti ai celti (o galli), per carità di patria, dato che nelle guerre tra romani e celti, i veneti erano alleati dei primi contro i secondi…
Cominciamo col dire che i Celti (di tutte le varietà) sono scomparsi un paio di migliaia di anni fa. Ci si dimentica (piacevolmente) che i vari popoli provenienti dal nord alla caduta dell’impero romano, altri non erano che i discendenti di quei romani che c’erano andati (al nord) qualche secolo prima. Basta aver letto, anche superficialmente, I promessi sposi per sapere che la Lombardia è stata dominio spagnolo per due o tre secoli e che tra quegli stessi spagnoli molti erano (probabilmente) discendenti della dominazione araba. I triveneti vengono fuori dalla mescolanza dei romani con Unni, Visigoti, Dalmati e via discorrendo… e questi mi vengono a parlare di “identità padana”.
Come avrebbe detto Totò:” ma mi facciano il piacere!!!”
Detesto dare ragione a Piti :-), ma stavolta sono totalmente d’accordo con lui. Infatti piove.