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— Cultura

La legge contro gli sconti sui libri

Per difendere gli interessi di editori e librai, il Senato ha approvato una norma che pagheranno i lettori

4 marzo 2011

Mercoledì scorso il Senato ha approvato quasi all’unanimità – unici astenuti i senatori radicali – un disegno di legge sulla “Nuova disciplina del prezzo dei libri” promosso da Riccardo Levi, senatore del PD. La legge stabilisce che non si possano applicare ai libri sconti superiori al 15 per cento del loro prezzo. Soltanto in occasioni di speciali “campagne promozionali”, da effettuarsi per un periodo non superiore a un mese e comunque mai a dicembre, gli sconti possono arrivare al 20 per cento: ma in quelle occasioni, se vogliono, i librai possono sottrarsi all’applicazione degli sconti. I libri venduti “per corrispondenza”, cioè su Internet, non possono essere scontati per più del 20 per cento. La legge arriverà alla Camera nelle prossime settimane, dove anche quest’ultimo tetto dovrebbe essere portato al 15 per cento.

Le contraddizioni plateali di questa iniziativa sono due. Una è quella tra un intervento proibizionista come questo e tutte le chiacchiere – anche quelle molto bipartisan – sulla necessità di riformare in senso liberale le leggi di questo paese. Ovvero tra la retorica della “rivoluzione liberale” di cui il centrodestra si riempie la bocca da anni – l’ultima volta pochi giorni fa, con la proposta di modifica degli articoli della Costituzione sulla libertà d’impresa – e un intervento smaccatamente statalista e regolamentatorio. Tra le liberalizzazioni e le “riforme a costo zero” promosse dal PD per sbloccare l’economia e incentivare i consumi, e un intervento che evidentemente imbriglia ulteriormente il mercato e avvantaggia tutti meno che i consumatori. Come ha detto nel suo intervento il senatore radicale Perduca:

«mi dispiace in qualche modo incrinare questa comunione di intenti, ma lo faccio perché credo vada consegnata alla storia della Repubblica italiana la resistenza di un minimo di approccio liberale e liberista nei confronti della sacra e santa unione tra editori, librai e le maggiori organizzazioni di rappresentazione degli utenti e dei consumatori, che non necessariamente sono passate alla storia per fare gli interessi degli stessi»

La seconda contraddizione è quella tra la sempre annunciata intenzione di rendere più accessibili la cultura e i libri e la pratica di impedirne l’abbassamento dei prezzi. Colpisce in particolare che gli editori – sempre pronti a difendere il regime privilegiato dell’IVA sui libri – si dimentichino improvvisamente l’argomento del contenimento dei prezzi per i lettori quando questo contenimento può essere offerto da imprese che gli sono concorrenti come le grandi librerie online. Perché di fatto, di questo si tratta: di una barriera corporativa di editori e librai tradizionali nei confronti dell’apertura del mercato alla concorrenza moderna delle librerie online, con i benefici per i consumatori che sempre arrivano dai regimi liberi e di maggiore concorrenza. È un po’ come se l’apertura del mercato degli operatori telefonici si fosse accompagnata a un divieto di fare prezzi concorrenziali a quelli di Telecom.

C’è infine anche una comica faccia tosta negli argomenti con cui un provvedimento di questa invadenza è stato proposto e presentato come una legge a tutela e salvaguardia del sacro valore dei libri e dell’importanza dei loro lettori. I libri, ha detto in aula il senatore del PD Vincenzo Vita, sarebbero minacciati “dall’arrivo dei grandi ipermercati” e dalla “vendita online”, perché se “si fa la vendita su grandi colossi come Amazon, vedremo sparire una parte qualitativa della cultura italiana, della cultura migliore del villaggio globale” (sic). Non è chiaro in che modo Amazon minacci le vendite e la diffusione dei libri anziché incentivarle. Non è chiaro perché far sì che i libri costino di più e che il loro prezzo sia vincolato dalla legge possa facilitare la loro vendita e la loro diffusione. Soprattutto non è chiaro in che modo questa norma prepotente possa avvantaggiare chi i libri li compra e li legge.

È chiarissimo, invece, che questa norma avvantaggia chi i libri li vende. Molti tra questi, almeno: ché le difficoltà di molte librerie sono indubbie, ma non si risolvono con misure protezionistiche, né si trattiene così il cambiamento. La norma avvantaggia chi è allergico alla concorrenza, ai rischi e alle opportunità che questa comporta. Avvantaggia chi – in tempi tempestosi in cui la salvezza può venire solo dalla duttilità e la disponibilità all’innovazione – vuole garantirsi una sopravvivenza a danno dei libri e di chi li legge. Gli stessi promotori di questa norma hanno detto più volte che la legge è stata scritta a più mani, insieme alle associazioni dei librai e a quelle degli editori. Si tratta naturalmente di un’operazione legittima, purché lo si dica apertamente: questa legge è un favore ai librai e agli editori, ingiusto e inopportuno, il cui risultato è scongiurare che i libri siano più facili ed economici da comprare e leggere.

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174 Commenti

  1. francesko02

    Io sono a favore della legge. Mi dispiace ma sono contrario al monopolio Amazon. In Francia l´80% dei libri sono venduti da Amazon. Questo vuol dire dare i soldi agli USA. Io non capisco come si possa essere cosi´masacosti da non renderci conto che se compriamo tutto da fuori finiamo in strada. Il businnes plan di Amazon dice che per 10 anni sara´in perdita in Italia. Questa non e´economia. E´finanza. Sono due cose differenti. Il piccolo commerciante italiano non puo´andare in perdita per 10 anni. Amazon si. Amazon puo´comprare come sta facendo ora i libri con il 30% di sconto e rivenderli con il 37% di sconto. Il piccolo libraio no.
    Leggere articoli come questo mi da molto dispiacere… Con amazon stiamo facendo la stessa fine che abbiamo fatto con la Cina. Diamo lavoro fuori e non rimaniamo senza.
    Tutti i riferimenti alla politica sono del tutto insensati. Destra e sinistra non fa differenza dal punto di vista ecomico. Ragionano entrambe con la mente di chi comanda l´economia.

  2. Ho letto l’intervento di Marco Cassini, di MinimumFax, e non mi ha convinto.
    Per 22 anni ho fatto l’editore, la mia azienda si chiamava Gambero Rosso e fatturava nel 2005 5 milioni di euro.
    Successive vicende non hanno riguardato l’attività editoriale ma il canale tv e dintorni, i libri hanno sempre fatto utile.
    Io penso che non sia vero che questa legge salverà le piccole librerie, io penso sia solo demagogia bipartisan di quelli che l’hanno votata.
    Questa legge ha un dato certo, impedisce al lettore/consumatore di comprare cercando il prezzo più basso sul mercato, in questi mesi, per esempio, quello di Amazon.it che pratica uno sconto del 30%
    Fare una legge contro qualcuno penso sia il peggior modo di legiferare, pensare che questa legge aiuti i piccoli editori – a proposito,chi sta dentro questa categoria? quanto deve essere il fatturato di un piccolo? E quello di un medio editore? – io penso sia un’idea sbagliata.
    Meglio concedere vere tariffe agevolate per telefono, spedizione postale, carta.
    Anche se tutto questo suona tanto come economia assistita.

  3. lucamcc

    Non salverà le piccole librerie perché non è quello lo scopo della legge.
    Disciplinare gli sconti significa regolamentare il mercato del libro tutto, cercando di salvaguardare un minimo di pluralità dello stesso, garantendo a più soggetti l’accesso a settori [editoria - distribuzione - vendita] attualmente dominati da pochi soggetti che di fatto controllano tutta la torta. E’ un’opinione di merito, non di valore; poi si può essere d’accordo sull’efficacia, sull’opportunità o quant’altro, ma la legge non è “la legge che salverà le piccole librerie”, presentarla in questi termini è francamente fuorviante.

  4. @francesko02: “In Francia l´80% dei libri sono venduti da Amazon.” Cazzata, ad occhio sarà meno del 5% (che é comunque tanto, ma almeno é una cifra realistica).

  5. kiriana

    @jamesnach scrive:
    >Non è proprio concorrenza leale, mi sembra.
    >
    Ovviamente quella di amazon non è proprio concorrenza leale cosi come non è leale che gli imprenditori italiani trasferiscano le loro fabriche all’estero per risparmiare.
    La globalizazione deve esistere sia per gli industriali che per chi compra.
    E’ giusto che una persona compra dove risparmia.
    E la legge deve garantire il libero mercato.

  6. marthafabbri

    Per quanto riguarda i canali di vendita, nel 2009:

    FRANCIA (5% di sconto max.)

    Bookshops: 24.4 %
    Hyper and supermarkets: 21.4 %
    Entertainment media stores: 21.2 %
    Book clubs/mail order booksellers: 16.3 %
    Internet: 7.9 %

    (Dati a volume, Source: TNS-Sofres for OEL/CNL, survey of 10,000 people over the age of 15, excl. school textbooks and loose leaf editions.)

    UK
    (l’accordo sul prezzo fisso è cessato a fine 1994)

    Chain Bookshops: 33.4
    Independent Bookshops: 8.6
    Bargain Bookshops: 7.6
    Supermarket: 14.9
    Non-specialist Retail: 10.2
    Direct Mail: 11.0
    Internet: 14.4

    (Dati a volume, Source: Books & Consumers 2010, BML Bowker/Kantar Worldpanel 2010)

    mth

  7. marthafabbri

    E scusate, visto che ci siamo, i dati sull’Italia per il 2009:

    libreria: 73%
    GDO: 18%
    edicola: 1%
    altre forme di vendita al dettaglio: 1%
    librerie online e vendite tramite internet: 7%

    Circa il 35% delle librerie appartengono a catene.

    (Fonte: Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia, a cura dell’Ufficio studi AIE)

  8. Sono d’accordo con @zioluc: anch’io, che sto studiando questo argomento da qualche tempo, sto scoprendo molte cose e sarebbe bello creare uno spazio di approfondimento migliore rispetto alla sfilza di commenti.
    Credo che nessuno di quelli che sono intervenuti, io per prima, l’abbia fatto per partito preso e solo perché il Post non condivide le proprie idee; anzi mi sembra che ognuno abbia cercato di aggiungere informazioni e argomentare le proprie opinioni. Io sarei orgogliosa di avere lettori così al mio giornale.

    Dall’altro lato resto fermamente convinta che un giornalista debba documentarsi sui fatti e descriverli a dovere prima di dare la propria opinione e credo che sia quello che è venuto a mancare in questo articolo.

    Gli emendamenti dell’ultimo ddl non prevedono il 20% di sconto massimo per le vendite online, ma il 15%.
    Durante le campagne promozionali ad opera degli editori lo sconto può salire fino ad un massimo del 25% del prezzo di copertina, non il 20%.
    I librai sono liberi di non aderire, ma la novità è che le case editrici non possono impedire loro di aderire.
    Inoltre le promozioni possono durare solo un mese, ma non sono limitate numericamente (com’era nel testo precedente).

    Ecco, credo che fare informazione sia innanzitutto dare dati corretti (soprattutto se sostanzialmente non cambiano l’opinione) perché il dubbio è che il giornalista non abbia speso troppo tempo a guardare la legge (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlmess&leg=16&id=526227).

    E mi dispiace rendermi conto di questa superficialità perché non posso fare a meno di pensare che possa essere diffusa anche ad altri articoli del giornale, che trattano argomenti di cui non sono sufficientemente competente per accorgermene.

  9. chibold

    1) se il problema è il prezzo fisso del libro deciso dalle case editrici che poi si presta a scontistica selvaggia, quello doveva essere modificato dalle legge. Tutte le soluzioni intermedie sono vane, se lette alla luce dei commenti sopra.

    2)mi dà fastidio il discorso “non compriamo su Amazon, i soldi vanno in USA”. Io vorrei comprare dove mi offrono un servizio migliore (ovviamente per i miei standard). Possibile che in Italia l’assistenzialismo debba essere l’unica soluzione?

  10. francesco1980

    Io continuo a non comprendere il legame sconti-sopravvivenza di una o un’altra classe.
    Onestamente non me la sento di invocare il liberismo quando si parla di libri, penso che venga meno una condizione abbastanza fondamentale: se io voglio acquistare l’ultimo libro di Tizio ho due scelte, comprarlo o no. Non esiste un Cimitero di Praga edito da Feltrinelli ad un prezzo migliore della Bompiani, esiste solo La versione Bompiani ad un prezzo stabilito sul quale non ho voce in capitolo. In qualsiasi modalità io decida di acquistarlo la Bompiani avrà ricevuto dalla rete o dalla piccola/grande distribuzione un pagamento figlio (come per qualsiasi attività) di una contrattazione che non riguarda noi utenti finali.
    Anche mettendo in gioco tutta la mia empatia, non riesco a capire che differenza ci sia fra lo sconto praticato su diversi livelli da grandi e piccole librerie e quello sul prosciutto di marca tal del tali della coop o del salumiere sotto casa. Sono sicurissimo che sia giusto non abusare degli sconti ma è anche vero che, nel caso dei libri, non è tanto un problema di % di sconto quanto di cosa è scontato o cosa non lo sarà mai.
    Posso essere d’accordo che appunto un Amazon che mi vende l’ultimo libro di Eco a 7€ in meno fin dal primo giorno di uscita possa danneggiare un pò tutti, ma è anche vero che passati sei mesi, un anno, lo stesso libro costerà ancora 19€ e che sul bancone del libraio o della Feltrinelli gli unici libri con lo sconto saranno sempre quei quattro ad libitum, l’unico modo per acquistare lo stesso libro sarà quello di attendere l’economica che però costa anche meno all’editore, non è che sia un regalo nè tantomeno uno sconto.
    Il mio punto di vista è banalmente quello di uno che pensa ad un equivalente dei saldi di fine stagione. Giustamente molti hanno sottolineato che i saldi sono semplicemente modalità che una azienda ha per svuotare i magazzini, promuovere nuovi prodotti etc. Lo ‘sconto’ di Amazon è di fatto figlio di un maggiore numero di copie acquistate ad un prezzo migliore (che va bene sia all’editore che ad Amazon) e di tutto quel che comporta il lavorare solo online eliminando parte della catena editore->libreria (cosa che stranamente non ci scandalizza quando è l’ikea a fare gli sconti). Quindi sarebbe più costruttivo magari limitare gli sconti sui libri appena usciti che limitare le grosse campagne sconto (la legge dice che il massimo sconto è applicabile solo se non lo si è fatto per 6 mesi).
    Che poi gli sconti possano effettivamente incentivare la lettura, non so quanto sia vero. Di sicuro chi già ama leggere, comprerà di più ma oltre questo dubito ci sia qualcuno che possa prevedere l’effetto di tutto questo.
    Penso solo che librai ed editori abbiano fatto una richiesta e che lo stato li abbia accontentati riservandosi di mascherare la cosa come protezione della cultura, come sempre nell’unica forma possibile, quella a zero spese.

  11. viola

    La questione mi pare molto più complessa di come la presenta l’articolo. Intanto conviene (sempre) guardare che cosa succede all’estero: Francia e Germania regolamentano il prezzo dei libri mentre l’Inghilterrà è da tempo completamente “liberista”. L’Inghilterra dunque ci può dire che cosa succede se prevale una opzione “liberista”. Dopo l’abolizione della legge sul prezzo fisso, la politica degli sconti è diventata sempre più aggressiva (3×2, 50% di sconto su bestsellers, etc.); nel Natale di tre anni fa, perfino il direttore generale di Waterstones si è espresso contro questa lotta senza frontiera per scontare sempre di più. In ogni modo prima sono sparite le librerie indipendenti (oggi circa il 10% del mercato), poi le piccole catene (ad esempio Ottakars) che in parte sono state assorbite da Waterstones e Borders. Oggi, dopo l’ingresso massiccio di Tesco nel mondo dei libri, anche le due grandi catene sono in crisi e Borders è in vendita. In Inghilterra la politica di sconto selvaggio ha fatto sì che la libreria come luogo anche fisico di aggregazione e confronto sta rischiando di sparire perchè i più piccoli sono stati via via mangiati dai più grandi. L’unica Piazza rischia di rimanere quella virtuale di Amazon. Se questa è la strada che vogliamo percorrere per l’Italia certamente la legge Levi la ostacola. Se invece pensiamo che la varietà dei punti di vista e dell’offerta libraria sia una ricchezza anche per i cittadini e la democrazia, allora questa è una onorevole mediazione.

  12. waxell

    E’ un provvedimento comico; poi non capisco perchè ciò che vale per i libri non possa valere per qualsiasi altro settore in cui, spesso, i prezzi online risultano scontati anche del 30%, 40% e oltr, rispetto a quelli dei negozi. Se il progresso è internet, la banda larga, le vendite on line, non si capisce perchè si debbano assumere decisioni così contrarie ad un sano sviluppo del mercato. Il mondo è cambiato e sta cambiando, non esistono più rendite di posizione, per cui lo Stato stia fuori da questo e si occupi di cose più importanti. Ci sono in alcuni settori economici degli aumenti dei prezzi sconsiderati, benzina, assicurazioni ecc. ecc., e quei “cog….ni” che stanno in Parlamento vanno a prendere un provvedimento che penalizza i consumatori, perchè, poverini, possono comperare cultura ad un prezzo troppo basso.
    E con questi deficienti che ci governano vogliamo anche festeggiare i 150 di ridicola unità del ns. paese: Totò docet “…ma mi faccia il piacere…”

  13. waxell

    Scusate, ma non avevo letto il commento del Sig. Marco Cassini: molto divertente, l’assunto è il grosso mangia il piccolo; quindi difendiamo il piccolo con una politica statalista. Questa teoria potrebbe essere applicata per qualsiasi settore economico; la mancanza di librerie indipendenti non credo causi nessun deficit al consumatore, perchè le librerie on line hanno ogni tipologia di libro. Il resto della possibile ricerca verso autori diversi dai soliti noti è affidato alla curiosità e alla voglia di diversificare del lettore; gli imput e gli stimoli sono infiniti. In definitiva, ma perchè dobbiamo sempre pensare di regolamentare tutto supponendo che il cittadino sia perennemente incapace di intendere e volere.

  14. marthafabbri

    per quanti sopra si chiedevano quale potrebbe essere il risultato in termini di variazione dei prezzi di un provvedimento come la legge levi, continuo a proporre dati dall’estero.
    mi sembra cada a fagiolo quanto si è appena verificato nella svizzera tedesca, dove è stata reintrodotta la legge sul prezzo fisso dei libri dopo pochi anni di regime libero.
    a quanto pare, uno dei risultati del prezzo “libero” è stata la diminuzione dei prezzi dei bestseller a fronte di un aumento dei prezzi di tutti gli altri libri.
    a leggere l’articolo di publishing perspectives che racconta la vicenda, succinto e interessante, pare che invece il prezzo fisso in germania abbia portato a una diminuzione dei prezzi:
    http://publishingperspectives.com/2011/03/swiss-to-reinstate-fixed-book-prices/

    *In Germany, where fixed book price law is strong, book prices have actually fallen in comparison with other goods over the past decade. Swiss book prices, in contrast, have risen over the past four years. “Economic theories say that free markets produce lower prices, but interestingly in the case of books that’s not so,” commented Dani Landolf, director of The Swiss Publishers Association (SBVV).
    While bestsellers get deep discounts, the majority of other books become more expensive to fund the price wars. Sabine Dörlemann, president of Swiss Independent Publishers (SWIPS), expressed frustration that books from small publishers with tight budgets were assigned higher prices, which reduces sales though the publisher sees none of that extra money.*

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