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— Italia

Il governo vuole tagliare i fondi per le rinnovabili

di Francesco Costa

Cosa c'è nel decreto sulle energie rinnovabili promosso dal ministro Romani, che si discute domani

Secondo le associazioni ambientaliste e di settore, il decreto sancisce la fine del fotovoltaico in Italia

1 marzo 2011

Domani il Consiglio dei ministri discuterà un già molto contestato decreto sulle energie rinnovabili. Il decreto, promosso dal ministro per lo Sviluppo economico Romani, recepisce una direttiva europea sulle energie rinnovabili ma la recepisce, diciamo, a modo suo. Il testo prevede infatti l’abrogazione degli incentivi del Conto Energia a partire dal 2014, la loro sospensione una volta raggiunto un tetto di megawatt, il taglio retroattivo del 30 per cento agli incentivi per l’eolico, l’introduzione del meccanismo delle aste al ribasso per i nuovi impianti oltre i 5 MW. La misura che sta facendo più discutere, e ha sollevato le proteste del centrosinistra, delle associazioni ambientaliste e degli operatori del settore, riguarda il Conto Energia e il fotovoltaico. Per sapere cosa vuole fare il governo bisogna prima capire di cosa parliamo e come funziona il mercato in questo momento.

Dal 2005 tutte le bollette dell’energia elettrica in Italia prevedono un contributo destinato agli incentivi per il fotovoltaico. Questi fondi compongono il cosiddetto Conto Energia, costituito su recepimento di una direttiva europea che impegna l’Italia a produrre attraverso fonti rinnovabili il 20 per cento della propria energia entro il 2020. Invece che costruire centrali elettriche basate su fonti rinnovabili, che avrebbero avuto un costo ingente sulle casse dello Stato, l’Italia ha deciso di puntare sugli incentivi: i consumatori si costruiscono il loro impianto fotovoltaico a loro spese, lo Stato attraverso un ente – che si chiama GSE, Gestore dei Servizi Energetici – garantisce al consumatore un incentivo. Non si tratta di un finanziamento a fondo perduto, bensì a conto esercizio: per i successivi vent’anni dall’allacciamento dell’impianto, il consumatore riceve una certa somma – che varia secondo la tipologia di impianto – per ogni kWh di energia prodotta.

Lo stanziamento di questi fondi rientra in una tendenza globale: tutti i paesi europei stanno investendo nel settore delle rinnovabili miliardi di euro, anche a fronte dei bilanci messi in difficoltà dalla crisi e del crescente debito pubblico. Allo stesso modo, gli Stati Uniti hanno fatto dei fondi per le energie rinnovabili uno dei pochi capitoli di spesa immuni dai tagli resi necessari dalle dimensioni del deficit. Negli anni, il Conto Energia è stato rinnovato e l’Italia ha aumentato lo stanziamento di fondi destinati alle energie rinnovabili: in questo momento la loro entità è tale che chi dota la propria abitazione o la propria impresa di un impianto fotovoltaico riesce nel giro di pochi anni a recuperare i soldi del suo investimento e guadagnare pure.

In base alla legislazione vigente, gli incentivi al fotovoltaico restano in piedi fino al 2020 ma si riducono progressivamente – prima ogni anno, adesso ogni quattro mesi – sulla base del fatto che a fronte delle dimensioni crescenti del mercato l’intervento economico dello Stato diventa via via meno necessario. Anche perché il mercato del fotovoltaico è effettivamente cresciuto parecchio, diventando uno dei pochissimi settori industriali in Italia ad avere conosciuto una fase di grande espansione negli ultimi anni, generando introiti e nuovi posti di lavoro. In questo momento in Italia oltre 100 mila persone sono impiegate direttamente o indirettamente nell’industria del fotovoltaico. Il meccanismo però ha delle distorsioni, denunciate anche da molti degli stessi operatori del settore: un piano nato per delocalizzare la produzione di energia incentivandone la produzione domestica, infatti, in alcuni casi si è trasformato in un business. La costruzione di impianti molto grandi, che producono svariati kWh di energia, permette di guadagnare molti soldi nel giro di poco tempo – e dal momento che si è in presenza di un tetto nazionale, limita la possibilità di altri cittadini ad accedere ai fondi col loro impianto domestico.

Per questa ragione il decreto proposto dal governo inserisce un limite alle dimensioni degli impianti che possono godere degli incentivi, ma fa anche molto altro: taglia gli incentivi prima della loro scadenza naturale, prevista per il 2020, abrogandoli a partire dal 2014. Inoltre, gli incentivi potrebbero essere sospesi molto prima: il decreto, infatti, prevede anche che questi vengano sospesi al raggiungimento degli 8000 MW prodotti tramite fotovoltaico. Considerati i ritmi di crescita e diffusione di questa fonte rinnovabile, il tetto si potrebbe essere raggiunto prima tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. Anche altri paesi europei si sono dotati di tetti agli incentivi, ma sono molto più alti: la Germania, per esempio, ha un tetto vicino ai 50 mila MW. Il tutto a fronte di continue direttive dell’Unione Europea a favore dell’ampliamento dei finanziamenti nel settore delle fonti energetiche rinnovabili e del fatto che la stessa legge sul Conto Energia è stata rinnovata soltanto a novembre, senza nessun accenno a tagli agli incentivi.

Il ministro Romani sostiene che il meccanismo del Conto Energia costi allo Stato troppi soldi rispetto all’energia di cui facilita la produzione, senza contare l’aggravio che comporta sulle bollette dell’energia elettrica dei cittadini (aggravio comunque molto contenuto rispetto a quello adottato da Francia e Germania). Per questo sostiene che gli incentivi debbano essere tagliati, confermando la propensione del governo a puntare sull’energia nucleare per soddisfare il fabbisogno energetico italiano liberandosi progressivamente delle fonti fossili. Il ministro per l’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, è sembrata più possibilista, dichiarando che l’Italia manterrà gli impegni assunti in sede europea. Le associazioni ambientaliste e quelle che raggruppano gli operatori del settore, invece, sono infuriate: sostengono che il nuovo provvedimento costituirebbe di fatto la fine del fotovoltaico.

foto: CRISTINA QUICLER/AFP/Getty Images

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28 Commenti

  1. ro55ma

    @jamesnach
    speriamo non sia così (visione pessimistica e molto problematica per il tipo di manifatturiero italiano di piccole e micro…) e se lo fosse, è evidente che a nessuno passa per la testa di imbarcarsi nel “capitalintensivenuk” chè non abbiamo di meglio da fare. Il problema è che il bilancio (energetico) complessivo nazionale fa acqua da tutte le parti e non è in grado di sostenere nessun tipo di rilancio/sviluppo: è una coperta corta che scopre il sud o lascia in nordest in balia degli elettrodotti altrui, ecc. ecc.
    La discussione sulle rinnovabili (de-ideologizzata), è solo una delle opzioni sulle quali siamo comunque in ritardo (e non dare la colpa a Romani-Berlusconi, per favore…) e, come al solito, in balia dei furbetti (di tutti i colori, magari fosse Verdini o quell’altro imbecille pugliese, il problema). Avere il coraggio di spiegare al Paese come stanno le cose, quali sono le soglie di ammortamento e come (il sistema, non il singolo) le può raggiungere se l’obiettivo è comune, non da furbetti che lo scaricano sugli altri o su pantalone, come per i rifiuti, ecc., questo sarebbe bello sentire da parte di un leader dell’opposizione (di sentirlo da Romani, come dire, mi pare non rappresenti un problema da molto).

  2. @ro55ma concordo in linea di principio con quel che dici in relazione al meccanismo incentivante. Anche l’Aeeg, nel già segnalato documento, critica il ricorso esclusivo alla “feed-in tariff” spiegando le ragioni di carattere politico ed economico per cui almeno in parte l’incentivazione dovrebbe essere inserita nella fiscalità generale e ridotta in valore. Altra cosa però è dire che gli incentivi vanno sospesi in toto.
    Ti sbagli invece quando parli del CIP6 come ciò che ha permesso di smaltire i rifiuti, non solo perché è del tutto evidente che in Italia il ciclo dei rifiuti è un rifiuto esso stesso, ma anche perchè economicamente una valorizzazione energetica dei rifiuti, partendo da materia prima a costo zero è profittevole senza incentivi. Infine, e soprattutto, perché il CIP6 ha incentivato in larga parte la raffinazione di sottoprodotti petroliferi che sono l’esatto opposto delle rinnovabili, anche se vengono definite “fonti assimilate”.
    Sul nucleare in Italia, io sono contrario per ragioni politiche, economiche, ambientali e tecnologiche, ma è difficile esprimersi in breve. Consiglio di leggere lo snello “Si fa presto a dire nucleare”,Alberto Clò, ed.Il Mulino.

  3. jamesnach

    Come dice correttamente miche fax, il CIP6, nato per sostenere le rinnovabili, ha arricchito i petrolieri e probabilmente, come sostiene Mucchetti del Corriere, è stato creato per salvare Edison.
    (cfr. “Licenziare i padroni?”, Feltrinelli).
    La Sarlux di Moratti, per esempio, nel 2004 ha fatturato 490 mil€, di cui il 73% di provenienza “assimilate Cip6″, pari al 10% del totale elargito solo quell’anno per le mitologiche “assimilate”.
    Queste tre tabelle dovrebbero chiarire cosa ha davvero incentivato il CIP6 e chi ne ha beneficiato.
    http://www.autorita.energia.it/it/dati/eem15.htm
    http://www.autorita.energia.it/it/dati/eem16.htm
    http://www.autorita.energia.it/it/dati/eem18.htm

  4. @jamesnach è ovvio che India e Cina, che devono foraggiare la crescita economica di paesi in cui vive la metà del mondo, stanno investendo fortemente sul nucleare, proprio perché è il modo di avere energia affidabile, con un 93% di utilizzabilità, una cifra molto superiore a quella di alcune fonti rinnovabili.
    Parlando chiaro, un megawatt nucleare installato produce 0,9 megawatt giorno per giorno, calcolando i tempi di fermo della centrale per il cambio del combustibile ogni due anni e manutenzione, un megawatt eolico rende 0.16 megawatt perché il vento non sempre c’è (e costano quasi uguale).
    I paesi industrializzati hanno costruito nucleare in tempi precedenti e hanno smesso di farlo avendo alternative e un’opposizione interna, i paese emergenti devono sostenere la loro crescita, possibilmente senza continuare con l’inquinamento selvaggio alla cinese.
    Sui finanziamenti al nucleare mi riprometto di indagare, visto che a me i costi risultano confrontabili con il termoelettrico al netto di sussidi. Considera poi che il combustibile è una quota ridicola del costo del kW nucleare, il resto sono costi che sono anche investimenti: manutenzione, contratti, personale. Il petrolio sono solo prelievi dalla nostra economia e iniezioni in un’altra.
    Infine, il nucleare di quarta generazione, se pure è di là da venire sembra il modo più conveniente di produrre idrogeno su larga scala, quello che farà andare le macchine dei miei nipoti dopo che i SUV di chi vota Pdl avranno prosciugato le risorse di petrolio. Incidentalmente, il nucleare di quarta generazione può rifissionare i rifiuti del nucleare di terza trasmutando elementi a lunga radioattività in elementi con durata inferiore.
    Il mio punto di vista rimane quello di valutare tutte le opzioni e decidere con razionalità, senza babau a priori.
    L’incidente di Cernobyl, che è scolpito nella memoria di tutti è la storia di una tecnologia difettata, scelta forse perché più redditizia per effetti secondari bellici, di operatori tenuti all’oscuro, di test decisi in modo autoritario e eseguiti da personale più timoroso dei capi che delle conseguenze di un meltdown, di barre moderatrici con un evidente difetto, di decine di sistemi di sicurezza esclusi.
    Insomma, solo in Russia poteva succedere e le centrali di oggi hanno un metro e mezzo di cemento armato intorno al reattore per contenere la radioattività in caso di incidente.
    L’esplosione di Cernobyl fu causata dall’esclusione di tutti i sistemi di sicurezza e dal riscaldamento, che causò l’elettrolisi dell’acqua di raffreddamento, quindi l’esplosione della miscela di idrogeno e ossigeno insieme alla grafite del moderatore.
    Le centrali di oggi hanno sistemi di sicurezza passivi, che non possono essere esclusi e funzionano anche in assenza di energia per cause naturali, come la convezione termica.

  5. peccato che i tumori, l’inquinamento, ecc… non vengono mai presi in considerazione.
    altro che nucleare

  6. jamesnach

    @mico

    Ti assicuro – è il mio mestiere – che i costi di investimento per il nucleare sono molto più elevati non solo di quelli delle tecnologie tradizionali (carbone, gas), ma anche delle rinnovabili.
    Ovviamente le rinnovabili hanno un load factor molto inferiore, per cui il confronto nel costo/kWh si complica, ed è a oggi nella maggior parte dei casi a favore del nucleare (che però, come dicevo, è anch’esso sussidiato).
    Ma il confronto con le tradizionali è perso, e nettamente.
    Per esempio, il rapporto MIT “The future of Nuclear Power”, uno dei più citati, ha raddoppiato la stima dei costi al kW tra 2003 e 2009, passando da 2 mil$/MW a 4 mil$/MW (http://goo.gl/e5gaB).
    Questo è ancora niente rispetto alle stime Novembre 2010 del DOE (US Department of Energy), che prevedono per il nucleare una stima di 5.339 $/kW, contro i 2.271 del carbone, i 1.003 dollari per il gas a ciclo combinato avanzato e 2.844 $/kW per l’eolico.
    E, soprattutto, che vedono in termini di costo finale dell’elettricità un costo per il nucleare del 14,37 centesimi al kWh contro gli 11,32 dell’eolico, i 12,49 del carbone,mentre il gas resta a 8,05. (http://goo.gl/5hkoU)
    Ovviamente, questi numeri dipendono da molte ipotesi, ma le tendenza è chiara: mentre il nucleare aumenta i costi, le rinnovabili continuano a diminuirli.

    Poi possiamo speculare sul nucleare di quarta, quinta e sesta generazione, ma la verità è che non si riesce a tirare in piedi un impianto che sia uno di terza generazione.
    E che il motivo non sta nella complessità della fisica alla base del processo, ma risiede principalmente nelle enormi difficoltà di project management che impianti da centinaia di MW(a volte migliaia) comportano, con la loro infinita catena di contractors e subappaltatori e un problema enorme di perdita di controllo della qualità.
    Per intenderci: uno dei motivi principali alla base dei problemi di Oilkiluoto è il cemento. A questo siamo.

    Per cui: le rinnovabili non sono la panacea a tutti i mali, c’è un sacco di fuffa, c’è gente che se ne approfitta, ma stanno dimostrando una chiara tendenza al ribasso dei costi, e una crescente possibile integrazione nei sistemi elettrici.
    Il nucleare viceversa, si fa sempre più costoso e sempre più complesso. Soprattutto quello scelto dall’Italia.

    Chiudo con una considerazione molto elementare: la potenza installata da rinnovabili nel 2010 avrà una in Italia produzione potenziale di oltre 10 TWh all’anno, la stessa che sarebbe ipoteticamente producibile nel 2022 da un reattore nucleare EPR.

  7. @jamesnach. Concordo! citi giustamente il problema dell’enormità dell’impresa nucleare anche in senso “fisico” e organizzativo. Senza parlare del concentramento di capitali. (è più facile per la malavita infiltrarsi in mega-appalti con mille rivoli di subappaltatori come avviene per una grande centrale o in mille appalti piccolini per impianti fotovoltaici?). Questo ci porta (@mico) ad un altro punto, perchè la diatriba rinnovabili/nucleare non va esaurita in termini di €/kWh o load factor, ma analizzata con una “visione” del futuro. Quella programmazione realista che tanto manca al nostro Paese, visto che si parla di nucleare scollegandolo da un serio piano energetico nazionale. L’atomo è produzione centralizzata, il rinnovabile è decentramento, diffusione. L’idea è che ognuno produca localmente ed autoconsumi l’energia di cui ha bisogno e sia connesso ad una rete “locale”. I surplus e i deficit sono condivisi attraverso una rete “translocale” sostenuta da grandi centrali di base a produzione stabile ma con potenza modulante(magari idroelettriche, geotermiche, o termodinamiche, ci sono varie opzioni tranne il nucleare che è “lento”). Detta in due parole questa soluzione richiede un esubero di virgolette e può sembrare semplicistica, ma la mia idea è che se dobbiamo investire grandi capitali su qualcosa è sull’ammodernamento della rete, non sull’atomo ed è questo il vero motivo per cui nucleare e rinnovabili sono incompatibili.

  8. fran1985

    La motivazione di questo provvedimento è che la riduzione degli introiti delle bollette più le spese per gli incentivi porta più danni che benefici a fronte dell’energia prodotta dalle rinnovabili.
    Questa motivazione è assurda!
    Dati terna alla mano:
    l’Italia copre il suo fabbisogno lordo di energia elettrica, per il 19,6% attraverso fonti rinnovabili.
    Il 13,1% dell’energia è importata dall’estero.
    E il 67,3% attraverso centrali termoelettriche che bruciano combustibili fossili in gran parte IMPORTATI DALL’ESTERO.
    Quindi direttamente o indirettamente l’Italia paga l’80,4 dell’energia consumata nel paese.
    Come si può dire che aumentando la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili, quindi gratuità, e togliendola da sistemi costosi si và in perdità?
    Lasciando perdere il discorso sull’ambiente, della lotta contro il riscaldamento globale, e delle shifezze prodotte dalle centrali termoelettriche che, parlandoci francamente non interessa al governo.
    Ma, in termini economici, avere la totalità dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, quindi con costi della sola manutenzione aldilà dell’investimento iniziale, non è preferibile ad avere energia prodotta da sistemi che oltre alle spese iniziali di costruzione, avviamento e manutenzione si sommano le spese non indifferenti per l’aquisto dei combustibili?
    Onestamente mi sento preso in giro da queste giustificazioni e da queste scelte di un governo che non capisco che interessi fà. Di certo non quelli dell’Italia.

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