Nei giorni della perdita di petrolio in Louisiana, causata dell’esplosione della piattaforma petrolifera della BP, l’ammiraglio della Guardia costiera Thad Allen era incaricato di gestire la crisi e riceveva ogni giorno tra le 300 e le 400 pagine di email, messaggi di vario genere e rapporti sull’incidente nel Golfo del Messico. La quantità di informazioni era tale da non essere gestibile e secondo il responsabile fu una delle cause degli errori negli interventi nei primi giorni dell’emergenza. Più di recente, l’eccessiva quantità di informazioni ha mandato fuori strada la CIA, tanto da spingere il suo direttore Leon Panetta a dire al Congresso degli Stati Uniti che Hosni Mubarak si sarebbe dimesso, eventualità che venne smentita poche ore dopo da un messaggio alla nazione del presidente, che annunciava di non volersene andare.
Troppe informazioni mi attraversano il cervello
Troppe informazioni mi fanno impazzire
(Too much information, The Police, 1981)
L’eccessiva quantità di informazioni o di opzioni per compiere una scelta mette in difficoltà il nostro cervello, come spiega Sharon Begley in un lungo articolo per Newsweek che dà nuovi spunti per il ricco dibattito su come Internet modifichi il nostro modo di pensare. Il tema in questo caso è quello che ci fa dire a volte “OK, a un certo punto basta analisi, indagini e riflessioni: bisogna decidere e agire”. Una volta era più facile.
Che la nostra mente fatichi a orientarsi e a decidere quando ha troppe informazioni è noto ormai da secoli, eppure negli ultimi anni il problema si sarebbe acuito a causa delle nuove tecnologie e della Rete, mezzi che ogni giorno ci investono con quantità enormi di nuove informazioni. Begley ha parlato con alcuni scienziati che stanno facendo ricerche su questi aspetti.
La scienza che si occupa delle decisioni, in piena espansione, ha dimostrato che un maggior numero di informazioni può portare a scelte oggettivamente più povere, e a scelte di cui le persone poi si pentono. Ha spiegato che un sistema inconscio guida buona parte delle nostre scelte, e che può essere messo in panchina da troppe informazioni. Ha anche dimostrato che le decisioni che richiedono maggiore creatività beneficiano nel lasciare che il problema rimanga in incubazione al di sotto del livello di consapevolezza: qualcosa che diventa difficile quando le informazioni non smettono mai di arrivare.
Il flusso continuo di stimoli e dati ci lascia meno possibilità di concentrarci per effettuare una scelta efficace, dicono i ricercatori. La nostra mente viene distratta, si focalizza meno sulla questione e spesso si lascia ingannare. La scienza che si occupa delle decisioni ha isolato alcune tendenze che sono tipiche di questo fenomeno.
Fallimento totale nel decidere
Se sono investite da un numero eccessivo di informazioni, le persone tendono a non compiere una scelta. Nel 2004 uno studio condotto da Sheena Iyengar della Columbia University ha dimostrato che più dati ricevono le persone, più la loro partecipazione diminuisce. Il livello è sceso dal 75 al 70 percento quando il numero di scelte è passato da due a undici, e al 61 percento quando le opzioni sono diventate 59. I partecipanti all’esperimento si sono sentiti sopraffatti dall’eccessivo numero di scelte e hanno lasciato perdere.
Altri studi hanno dimostrato che, per esempio, quando si tratta di fare un acquisto online, la qualità dei prodotti acquistati è migliore se i clienti devono scegliere tra dieci diverse opzioni ed è peggiore se devono scegliere tra cinquanta. E troppe scelte portano spesso a non scegliere, facendo sì che i clienti rinuncino al loro acquisto.
Rimpianto per la scelta
Più le persone hanno informazioni a disposizione, più e probabile che in un secondo momento si pentano della scelta che hanno fatto. Nel 2006 Iyengar ha testato questo assunto analizzando le ricerche di lavoro da parte degli studenti dei college americani. Dalla ricerca è emerso che più gli studenti ottenevano informazioni da diverse fonti sui possibili lavori, più si mostravano insoddisfatti dalla loro scelta finale.
Sapevano così tante cose, consciamente o inconsciamente, che alla fine potevano immaginare facilmente i motivi per cui un lavoro non scelto potesse essere migliore. In una realtà con informazioni limitate, il rimpianto per le decisioni che prendiamo diventa meno frequente. Siamo infastiditi dal fatto che trovare il meglio sia impossibile.
Uno dei motivi, spiega Iyengar, è dovuto dal fatto che la nostra mente è in grado di tenere in considerazione circa sette cose per volta, mentre se ci sono informazioni aggiuntive è necessario un aiuto da parte della memoria a lungo termine. Il nostro cervello deve così scegliere, eliminare il superfluo e cercare di mantenere in evidenza le informazioni chiave. Se ci sono troppi dati, fatichiamo a valutare le variabili e a selezione ciò che è più importante, sentendoci alla fine insoddisfatti per le scelte che abbiamo compiuto.





Non ho letto l’articolo di Newsweek, ma il tema mi ricorda molto il saggio di Barry Schwartz, “The paradox of choice”, la cui tesi e’ che la troppe scelte a nostra disposizione ci creano frustazione, alimentano un insoddisfabile perfezionismo, rendendoci meno felici. Bel libro, se non lo avete letto ve lo consiglio.
Io sono anni che rimpiango il vecchio monopolio telefonico.
Ahhh, il multitasking… Faceva un discorso simile anni fa Michele Serra nel suo “Ragazzo Mucca”, in cui diceva di desiderare quattro stomaci come un ruminante, per potere digerire il flusso quotidiano di informazioni.
Beh, è anche per questo motivo che leggo il Post.
chi non avesse letto il libro di cui parla Massimiliano può rimediare con questa Ted Talk: http://www.ted.com/talks/barry_schwartz_on_the_paradox_of_choice.html
Rimpiangere la SIP vuol dire non ricordarsi cos’era e cos’era il servizio offerto, dai tempi medi di allaccio ai costi delle interurbane, alle fasce orarie. A meno che non si tratti di prove di cazzeggio.
L’informazione (anche non molto estesa) è sempre contenuta in molti “byte” di memoria, mentre la scelta richiede un solo bit (si/no). Incanalare tutta l’informazione in un bit (“funneling”) è un dramma tutto umano. Come in altri casi, “l’invenzione” di questo dramma umano risale ad Hamlet.
Grazie scarlet, ho seguito tutto il filmato, molto rinfrescante. :-)
Suggerisco a chi fosse interessato alla questione di dare un’occhiata al libro di Nicholas Carr, “Internet ci rende stupidi”, appena pubblicato da Cortina. Quest’oggi c’è una recensione – piuttosto ragionevole, mi pare – di Maurizio Ferraris su Repubblica, quella di carta.
Non esiste un problema di troppa informazione, esiste un problema di filtri inadeguati.
Però, forse, lowresolution, i filtri siamo noi. E siamo filtri intasati da troppa informazione. Da overflow. Per capire quale informazione è buona e quale no, bisogna sgranocchiarne tanta e sempre: e si fa facilmente indigestione. Almeno credo.
L’esempio del TED talk di Barry Schwarz è molto bello. Lui è paralizzato dalla scelta di un paio di jeans. Una scelta che invece una teenager compie sicura, pure divertendosi.
E’ un problema di competenza. Se non sei preparato o non hai sufficiente conoscenza per scegliere e applicare i filtri giusti ti trovi sopraffatto non da troppa informazione, ma dal problema di capire, analizzare, confrontare. In una parola dal problema di imparare e costruirsi la competenza necessaria. Pensa alla musica: teoricamente scegliere cosa ascoltare o quale film vedere potrebbe portare al sovraccarico informativo. Poi entrano in gioco i propri filtri personali (che in quel caso sono molto più complessi di quel sembri) e tutto si risoove naturalmente. Senza indigestioni.
Conversazione piacevole.
Secondo me, low, non è che hai torto nel parlare della competenza come snodo essenziale per munirsi dei filtri critici idonei. Ma pensa anche questo: la competenza sulle cose, su certe cose, esisteva anche prima di questo mondo iperinformante, iperproponente, un mondo nel quale ogni aspetto è ormai uno straterello sottile di un qualcosa che non esaurisce mai niente e apre di continuo nuovi spazi di conoscenza ma anche di rivelazione di inadeguatezza.
Anche mio padre, che era del 1936, aveva gusti e competenze, professionali e no. Fra le no, amava il cinema, per dire. Ma quello che gli passava davanti era qualcosina. Un nuovo film di Bergman, uno di Fellini, un Billy Wilder. E che altro poteva fare, un giovanotto di provincia di tanti anni fa, nel tempo libero dallo studio, del resto?
Adesso io, che pure non sono un bambino e quindi ho già fisiologicamente e generazionalmente tagliato un sacco di fonti e di stimoli, mi trovo che c’è il cinema (che piace pure a me), e un sacco di cose in più che fanno capolino nella mia vita e che in quella di mio padre non c’erano. Più recensioni, se parliamo di cinema, più proposte, più possibilità.
Posso andare in luoghi che decenni fa erano impensabili (magari per mere ragioni economiche, quando un viaggio intercontinentale costava due mesate di stipendio: e oggi vai a Tokyo con 700 euro), posso entrare in contatto con forme di pensiero, di arte, di comunicazione per le quali non posso avere i filtri. Non li ho per quasiniente, e la fuori sono in tantissimi a offrire la loro merce. Persino le pizzerie, le umili, banali, spesso insignificanti pizzerie sono diventante molte decine dove un tempo ce n’erano due sì e no; e poi il cibo cinese, e quello asian fusion, e le bistecche texane, e il mcDonald, e quello indiano e domineddio.
Le competenze che abbiamo servono per ciò che sappiamo, tautologicamente: ma oggi siamo chiamati sempre in nuovi contesti.
A volte penso che leggo il Post essenzialmente per farmi aiutare nello scegliere alcune proposte politiche, sociali, culturali. Perché fa un lavoro, e bisogna fidarsi, sebbene non ciecamente, di qualcuno che assembla parole per te.
Renzi, però, lo ho escluso…