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Cos’è la ricerca, davvero

di Massimo Sandal

Un italiano di 29 anni a Cambridge annuncia la sua intenzione di arrendersi alle frustrazioni della vita del ricercatore, e scatena un gran dibattito in rete

28 febbraio 2011

Massimo Sandal, 29 anni, laureato in biotecnologie industriali all’Università di Bologna e attualmente ricercatore a Cambridge in Inghilterra – si era parlato del suo lavoro sul morbo di Parkinson tre anni fa – ha scritto dieci giorni fa sul suo blog un lungo post in inglese sulle frustrazioni del lavoro nella ricerca scientifica. Si concludeva con un’annunciata intenzione di “riprendersi la vita” e ha avuto nei giorni seguenti una notevolissima circolazione e discussione in rete (Sandal è tornato sull’inattesa dimensione del dibattito qualche giorno dopo). Il Post gli ha chiesto di spiegare ai profani quali siano le ragioni di tanta sensibilità ai temi della vita dei ricercatori.

Molti guardano la ricerca scientifica dall’esterno, come fosse una torre d’avorio in cui personaggi dal cranio rigonfio di materia grigia discutono con apollinea serenità i misteri dell’universo. Chi vede la cosa da fuori cosa vede? Quando va bene, professori sorridenti che spiegano la nuova (possibile) cura per il cancro, che commentano le ultime foto di Hubble o il riscaldamento globale. L’impressione che danno i media è quella di un mondo di mattacchioni che discutono serenamente di bosoni, scioglimento dei ghiacci e DNA, senza nessun’altra preoccupazione al mondo.

Sono fesserie. Chi fa ricerca giorno dopo giorno non sono i professori (che hanno un ruolo fondamentale, per carità: ma più di guida, networking e fundraising che altro). Sono i giovani: i dottorandi e i cosiddetti “postdoc” (ricercatori post-dottorali, che hanno un titolo di dottorato ma che non lavorano ancora indipendentemente). Costoro, benché anonimi, sono quelli che fanno tutto il lavoro vero e proprio e sono alla base di una piramide, e questo di per sé sarebbe normale (le gerarchie sono ovunque, di operai ce ne sono tanti e di Marchionne uno solo). Il problema è che si tratta di una piramide su cui non puoi mai fermarti: devi scalarla o perire.

Mi spiego meglio. Se io entro in FIAT per fare l’operaio o l’impiegato, è probabile che io possa rimanere in eterno a fare l’operaio o l’impiegato. Nessuno (che io sappia: potrei sbagliarmi) mi obbliga a fare carriera per diventare dirigente. Nella scienza invece tu non puoi rimanere a fare il ricercatore ad libitum.
La carriera funziona così. Quando uno inizia il dottorato, neolaureato, inizia a fare ricerca vera e propria. Fa esperimenti, calcoli, ipotesi, teorie eccetera: tutto quello che ci si aspetta faccia uno scienziato, magari sotto l’occhio vigile di un dottorando più vecchio o di un postdoc.

Alla fine se tutto va bene il nostro dottorando, dopo tre-quattro anni (o anche più fuori dall’Italia) vissuti chiuso in un laboratorio, rinunciando alle serate e ai weekend, grottescamente malpagato, senza la minima rappresentanza professionale a difendere i suoi inesistenti diritti, avrà realizzato un paio di lavori scientificamente dignitosi, e li avrà pubblicati su una rivista scientifica “peer reviewed”.

Se il suo capo non è un totale figlio di buona donna, avrà avuto riconosciuto il suo lavoro con il primo nome nella lista degli autori: una finezza che significa tutto (avere articoli come primo autore è conditio sine qua non per qualsiasi progresso di carriera; uscire dal dottorato senza un “first-author paper” significa una quasi certa condanna a morte accademica. Avere il primo nome significa che il lavoro “è tuo”, gli altri nomi sono collaboratori secondari o supervisori. E no, non esiste nessun meccanismo di controllo: tutto sta alla correttezza del proprio supervisore. Se il tuo supervisore vuole far andare avanti qualcun altro e non te, il primo nome te lo puoi scordare, anche se hai fatto tutto il lavoro da solo. Non capita spessissimo, ma capita).

A questo punto il dottorando, ora dottorato, dovrà fare la via crucis del postdottorato. Ovvero, lavorare per vari anni in 2, 3, 4 laboratori, 2-3 anni alla volta, finché non si sia fatto un curriculum abbastanza robusto per il passo successivo. Ma mentre durante il dottorato viene pagato in qualche modo dall’università, dopo il dottorato è spesso necessario (anche se non sempre: ma nei posti più prestigiosi è pratica comune) reperirsi da soli i fondi per pagare il proprio stipendio.

La competizione per tali fondi è spietata, e diventa sempre più spietata man mano che si prosegue. Il motivo è semplice: le agenzie che danno i fondi (in generale si tratta di agenzie internazionali o nazionali di natura governativa, oppure di fondi privati o derivati da donazioni, come Telethon in Italia, o il Wellcome Trust in Inghilterra) di norma non finanziano più del 20% delle application che ricevono, e spesso ne finanziano intorno al 5%. Inoltre fare tali application comporta un’enorme perdita di tempo: non si tratta semplicemente di inviare un curriculum e una lettera, ma di scrivere papiri di 10-40 pagine in cui devi convincere un panel di revisori su ogni aspetto della tua ricerca, in cui devi limare ogni parola perché il tuo progetto sia realistico, brillante, convincente. Insomma, devi fare marketing: ma invece che con uno slogan lo devi fare con dozzine di pagine di pubblicità. Aggiungete che, per avere delle speranze, devi fare domanda a numerose agenzie alla volta, e capite che circa il 40% del tempo di molti ricercatori è speso soltanto a fare domande di fondi. Ovviamente le possibilità di avere fondi dipendono essenzialmente dal proprio curriculum, ovvero dalle pubblicazioni (specie come primo autore).

Tali fondi, qualora vinti, sono a termine (quasi mai durano più di tre anni, spesso due) e quindi praticamente ogni anno uno fa nuove domande per garantirsi i prossimi due anni di stipendio. Ed ecco che qui arriva il nodo: tutte le agenzie di fondi che danno soldi per postdoc pongono dei limiti di età o di esperienza. In pratica, raggiunti i 35 anni avere una borsa per postdoc inizia a diventare impossibile. C’è solo un’alternativa: sperare di trovare una posizione come ricercatore indipendente, diventare in altre parole un giovane “group leader” e iniziare a coordinare il lavoro altrui.

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65 Commenti

  1. maurice74

    ciao a tutti
    veramente una bella discussione, forse unica in rete, si sente il bisogno di sapere che la gente non parla solo di matrimoji regali e di bunga bunga.
    Io esco un po’ dalla discussione e potro la mia esperienza personale.
    Ho sempre voluto fare il ricercatore in fisica ma ho sempre voluto anche avere una vita “normale” e piena di interessi. Per diventare ricercatore ho lasciato una posizione da tempo indeterminato nell’industria. Ho fatto il precario per un po’ e poi sono stato assunto a tempo indeterminato, in un laboratorio di ricerca “minore”.
    Per capirci, quando andavo a giro per fare i vari concorsi da ricercatore tutti i concorrenti facevano le stesse cose, i vari esperimenti CMS e i decadimenti tau e il bosone di higgs, ed esperimenti con i muoni polarizzati. Io sono entrato in una nicchia, che non fa nessuno, forse per questo sono stato assunto a 29 anni.
    Questo secondo me è parte del problema, nel senso che il sistema della ricerca porta tutti a impegnarsi sugli stessi argomenti, si riducono le possibilità di fare qualcosa di diverso ed innovativo, i senior stessi considerano “fisica” solo certi argomenti.
    Cose che rimpiango.
    Mi sarebbe piaciuto anche a me entrare in qualche mega esperimento, cercare il bosone di higgs richiando di vincere il premio nobel, diventare associato alla normale di pisa o alla berkeley university. Ma la probabilità che sia tanto intelligente da riuscire in questo è molto bassa. So di non essere un genio, ognuno ha i suoi limiti ed i miei li ho ben presenti. E un po’ lo ammetto mi fanno arrabbiare. Però è così.
    So anche che in Italia non potrò mai essere niente di più di un ricercatore, erchè comunque vengono promossi solo certi argomenti ed il mio non è tra questi. Quindi se volete i miei pensieri tristi si riassumono nell’aver scoperto che non sono un genio (se lo ero, tutto diventava possibile) e nel sapere che non farò carriera. Mi dispiace anche che in Italia si ricada generalmente nel “pubblico impiego” per cui siamo automaticamente fannulloni (certo…fannullonissimi….io lavoro 10 ore al giorno pensa te quanto sono fannullone) e malpagati.
    Cose positive.
    Faccio un lavoro che mi piace e per il quale non mi dispiace lavorare anche negli week end. Anche se la mia ricerca non è di punta, le mie tre-quattro pubblicazioni l’anno le faccio, e conosco colleghi (tanti, purtroppo) che non arrivano alle due l’anno, a volte faticano per una l’anno.
    E’ vero, non sono un genio e la mia fisica forse non è di punta, ma se concorro ad un posto alla normale di pisa posso ancora illustrare le cose che faccio senza che mi si prenda (troppo) in giro, sostenendo la discussione e lasciando comunque la sensazione che questa roba un senso scientifico ce l’abbia. Poi arrivo ultimo in graduatoria ma siamo alla Normale, cercano i nuovi Einstein, è anche giusto così.
    Riesco a trovare il tempo per la mia famiglia, e per altre passioni (musica, cinema, libri).
    Cambierei qualcosa? Non lo so.
    A volte penso che la roba ce faccio sono frignacce e forse dovrei partire e andare tipo in svizzera a cercare il “nullone”, magari guadagnando 5 volte il mio stipendio. Un mio collega se nè andato in USA e guadagna quella cifra, e non è più geniale di me. Non lo so. Il mio “problema” è che sono stato stabilizzato molto presto e che comunque pubblico, e mi sono affezionato alle mie ricerche di nicchia.
    Ha senso rimettersi in gioco completamente ? E per cosa?

    Ecco, se mi aiutaste con qualche consiglio ve ne sarei grato…altrimenti graie comunque di aver letto

    Mi piacerebbe ci fosse un forum (anche in inglese) dove consigliarci, e supportarci, noi “ricercatori” di oggi

  2. pexji

    Buongiorno,

    ho letto attentamente il post, da persona relativamente interessata dato che mia moglie è, come lei ricercatrice. Capisco lo sfogo ma francamente mi sembra inopportuno, per vari motivi: innanzitutto lavorare in ricerca è una occasione ed una opportunità per un mondo d’elite, non una situazione contingente in cui ci si trova. In altre parole Lei ha fatto la scelta di lavorare in ricerca, nessuno l’ha costretta. Inoltre è paradossale ed anche un po’ insolente equiparare la sua posizione agli operai della FIAT, i quali la maggior parte delle volte non scelgono di non fare carriera, ma non possono farla. Se nel suo lavoro è costretto a dover fare carriera e la cosa non le va a genio, può sempre fare domanda per FIAT Mirafiori. Viceversa un operaio della FIAT non può chiedere di fare ricerca. Sono sicenramente allibito che una persona che fa parte di una elite (talvolta sottopagata in italia, ma sempre una elite), chieda gli stessi trattamenti di un operaio. Lei alla fine del post chiede un consiglio, non mi permetto di dargliene, ma le dico cosa farei al suo posto: cercherei di fare carriera nella ricerca finchè è possibile ed il lavoro mi piace, qualora mancassero le prime due condizioni, cambierei lavoro. Con le sue qualifiche non sarà un problema.

    Cordiali saluti

  3. Molto interessante. E’ però la fotografia del sistema anglo-americano. Il sistema francese (che è quello che conosco meglio) non è esattamente uguale, perché è basato su un paio di anni di post-doc e poi assunzione a tempo indeterminato come ricercatore (CNRS, CEA, INSERM etc ..) o come “maitre de conferences” (per chi lavora nell’università). E ci sono molte persone che restano tali. Questo ha vantaggi (indubbi alla luce del “percorso del combattente” descritto) e svantaggi (“assopimento” per dirla breve).
    Come sempre trovare il miglior sistema non è facile, ma sono utilissime testimonianze come questa quando, per esempio, si vogliono assumere sempre più molti meccanismi del sistema anglo-sassone.

  4. mari190382

    GRAZIE DAVVERO con questo mi hai tolto un dilemma esistenziale: rinuncio al lavoro appena trovato (dopo 1 anno di agonia) per fare il dottorato o mi tengo il lavoro tanto agognato???
    non volevo vivere con il rimorso del “ah se avessi seguito la ricerca”, e con questo tuo contributo, che ora salverò certamente, mi hai tolto tutti i dubbi.
    grazie davvero.

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