Massimo Sandal, 29 anni, laureato in biotecnologie industriali all’Università di Bologna e attualmente ricercatore a Cambridge in Inghilterra – si era parlato del suo lavoro sul morbo di Parkinson tre anni fa – ha scritto dieci giorni fa sul suo blog un lungo post in inglese sulle frustrazioni del lavoro nella ricerca scientifica. Si concludeva con un’annunciata intenzione di “riprendersi la vita” e ha avuto nei giorni seguenti una notevolissima circolazione e discussione in rete (Sandal è tornato sull’inattesa dimensione del dibattito qualche giorno dopo). Il Post gli ha chiesto di spiegare ai profani quali siano le ragioni di tanta sensibilità ai temi della vita dei ricercatori.
Molti guardano la ricerca scientifica dall’esterno, come fosse una torre d’avorio in cui personaggi dal cranio rigonfio di materia grigia discutono con apollinea serenità i misteri dell’universo. Chi vede la cosa da fuori cosa vede? Quando va bene, professori sorridenti che spiegano la nuova (possibile) cura per il cancro, che commentano le ultime foto di Hubble o il riscaldamento globale. L’impressione che danno i media è quella di un mondo di mattacchioni che discutono serenamente di bosoni, scioglimento dei ghiacci e DNA, senza nessun’altra preoccupazione al mondo.
Sono fesserie. Chi fa ricerca giorno dopo giorno non sono i professori (che hanno un ruolo fondamentale, per carità: ma più di guida, networking e fundraising che altro). Sono i giovani: i dottorandi e i cosiddetti “postdoc” (ricercatori post-dottorali, che hanno un titolo di dottorato ma che non lavorano ancora indipendentemente). Costoro, benché anonimi, sono quelli che fanno tutto il lavoro vero e proprio e sono alla base di una piramide, e questo di per sé sarebbe normale (le gerarchie sono ovunque, di operai ce ne sono tanti e di Marchionne uno solo). Il problema è che si tratta di una piramide su cui non puoi mai fermarti: devi scalarla o perire.
Mi spiego meglio. Se io entro in FIAT per fare l’operaio o l’impiegato, è probabile che io possa rimanere in eterno a fare l’operaio o l’impiegato. Nessuno (che io sappia: potrei sbagliarmi) mi obbliga a fare carriera per diventare dirigente. Nella scienza invece tu non puoi rimanere a fare il ricercatore ad libitum.
La carriera funziona così. Quando uno inizia il dottorato, neolaureato, inizia a fare ricerca vera e propria. Fa esperimenti, calcoli, ipotesi, teorie eccetera: tutto quello che ci si aspetta faccia uno scienziato, magari sotto l’occhio vigile di un dottorando più vecchio o di un postdoc.
Alla fine se tutto va bene il nostro dottorando, dopo tre-quattro anni (o anche più fuori dall’Italia) vissuti chiuso in un laboratorio, rinunciando alle serate e ai weekend, grottescamente malpagato, senza la minima rappresentanza professionale a difendere i suoi inesistenti diritti, avrà realizzato un paio di lavori scientificamente dignitosi, e li avrà pubblicati su una rivista scientifica “peer reviewed”.
Se il suo capo non è un totale figlio di buona donna, avrà avuto riconosciuto il suo lavoro con il primo nome nella lista degli autori: una finezza che significa tutto (avere articoli come primo autore è conditio sine qua non per qualsiasi progresso di carriera; uscire dal dottorato senza un “first-author paper” significa una quasi certa condanna a morte accademica. Avere il primo nome significa che il lavoro “è tuo”, gli altri nomi sono collaboratori secondari o supervisori. E no, non esiste nessun meccanismo di controllo: tutto sta alla correttezza del proprio supervisore. Se il tuo supervisore vuole far andare avanti qualcun altro e non te, il primo nome te lo puoi scordare, anche se hai fatto tutto il lavoro da solo. Non capita spessissimo, ma capita).
A questo punto il dottorando, ora dottorato, dovrà fare la via crucis del postdottorato. Ovvero, lavorare per vari anni in 2, 3, 4 laboratori, 2-3 anni alla volta, finché non si sia fatto un curriculum abbastanza robusto per il passo successivo. Ma mentre durante il dottorato viene pagato in qualche modo dall’università, dopo il dottorato è spesso necessario (anche se non sempre: ma nei posti più prestigiosi è pratica comune) reperirsi da soli i fondi per pagare il proprio stipendio.
La competizione per tali fondi è spietata, e diventa sempre più spietata man mano che si prosegue. Il motivo è semplice: le agenzie che danno i fondi (in generale si tratta di agenzie internazionali o nazionali di natura governativa, oppure di fondi privati o derivati da donazioni, come Telethon in Italia, o il Wellcome Trust in Inghilterra) di norma non finanziano più del 20% delle application che ricevono, e spesso ne finanziano intorno al 5%. Inoltre fare tali application comporta un’enorme perdita di tempo: non si tratta semplicemente di inviare un curriculum e una lettera, ma di scrivere papiri di 10-40 pagine in cui devi convincere un panel di revisori su ogni aspetto della tua ricerca, in cui devi limare ogni parola perché il tuo progetto sia realistico, brillante, convincente. Insomma, devi fare marketing: ma invece che con uno slogan lo devi fare con dozzine di pagine di pubblicità. Aggiungete che, per avere delle speranze, devi fare domanda a numerose agenzie alla volta, e capite che circa il 40% del tempo di molti ricercatori è speso soltanto a fare domande di fondi. Ovviamente le possibilità di avere fondi dipendono essenzialmente dal proprio curriculum, ovvero dalle pubblicazioni (specie come primo autore).
Tali fondi, qualora vinti, sono a termine (quasi mai durano più di tre anni, spesso due) e quindi praticamente ogni anno uno fa nuove domande per garantirsi i prossimi due anni di stipendio. Ed ecco che qui arriva il nodo: tutte le agenzie di fondi che danno soldi per postdoc pongono dei limiti di età o di esperienza. In pratica, raggiunti i 35 anni avere una borsa per postdoc inizia a diventare impossibile. C’è solo un’alternativa: sperare di trovare una posizione come ricercatore indipendente, diventare in altre parole un giovane “group leader” e iniziare a coordinare il lavoro altrui.





Nell’articolo di science lei dice pero’:” I was never going to be original enough to be a star…Once I had decided I would never be shaking hands with royalty in Stockholm, I downgraded my career expectations drastically, in a way that fellow failed perfectionists may recognize. I focused on more mundane goals, such as getting a permanent job in the U.K. system. I got tenure, and after about 10 years of running my lab, my science declined.”
E l’aver lavorato con un Nobel non fa automaticamente di lei uno scienziato geniale (oltretutto quando lei ha iniziato il postdoc Bishop nn l’aveva ancora ricevuto). Il sistema avra’ anche sei grossi problemi, ma di sicuro non perde per strada scienziati outstanding (e qui si potrebbe iniziare un lungo discorso su quanti scienziati effettivamente servano alla societa’.)
Condivido in parte le affermazioni qui fatte circa la ricerca. Molto poco invece la frase “Chi fa ricerca giorno dopo giorno non sono i professori (che hanno un ruolo fondamentale, per carità: ma più di guida, networking e fundraising che altro)”, che e’ di certo sbagliata, dato che in effetti ci sono molti professori che “giorno dopo giorno” fanno ricerca etc. Ne conosco tanti. Uno sono sommessamente e modestamente io (per carita’, coi miei limitati mezzi, giorgio dopo giorno). Saluti. Giorgio Spada Associato di Fisica Terrestre Universita’ di Urbino http://www.fis.uniurb.it/spada/Home.html -
@gam65: Che servano solo scienziati outstanding è una sciocchezza (lo diceva già Bertrand Russell). E questo atteggiamento è parte del problema.
@giorgiospada: Le eccezioni, specie tra i professori giovani, esistono. Ma non era, la mia, una critica al ruolo dei group leader, ruolo che è essenziale. Era una constatazione, ovviamente statistica.
questo articolo rappresenta in maniera assai fedela la realtá del sistema ricerca, aldilá di confini governi e nazionalitá
PER FAVORE QUALCUNO POSSIEDE LA VERSIONE IN INGLESE DI QUESTO POST?
la vorrei appendere in bacheca in dipartimento da me
Con buona pace di Bertrand Russell, mai detto che servano solo scienziati outstanding, solo che in un momento in cui i fondi sono pochi e gli istituti tagliano non c’e’ rischio di perdere i piu’ bravi (e non mi sembra poco).
vorrei fare alcune considerazioni che non mi sembra siano state fatte prima:
1. in linea di principio chi inizia la carriera da ricercatore (accademico) non lo fa per i soldi. se lo fa, ha sbagliato ad interpretare la realta’
2. dalla 1 discende che chi fa il ricercatore lo fa per passione e per questo deve ritenersi un privilegiato perche’ ha la possibilita’ di fare (sempre con le adeguate eccezioni) quello che gli piace ed essesere pagato.
3. visto 1 e 2 la cosa che cosa attrae molto della carriera del ricercatore e’ la LIBERTA’ e vorrei che tutti voi mi diceste quante volte questo concetto di liberta’ e’ utilizzato piu’ o meno consciamente per qualificare questo lavoro come “il piu’ bel lavoro del mondo”.
A mio parere, al giorno d’oggi a volte si confonde la passione per la ricerca con la passione per la vita del ricercatore accademico: responsabilita’ limitate (e fidatevi che se provaste a lavorare in azienda capireste di cosa parlo), flessibilita’ di organizzarsi come si vuole, possibilita’ di viaggiare spesso a scrocco.
Il fatto che molte persone che hanno iniziato il PhD per caso, anzi, per mancanza di altri lavori, continuano il post doc con scarsa motivazione (conoscendo magari le limitazioni che questo lavoro offre) provoca un aumento sconsiderato dell’offerta e questo di conseguenza una minor disponibilita’ di fondi in generale.
concludo dicendo che, lasciando perdere condizioni facilitanti dovute a una intelligenza sovrumana, per raggiungere un obbiettivo bisogna farsi il culo (pensiamo a tutti i professionisti di alto livello) e che un posto con tenure track non e’ una cosa che si trova in un pacchetto di patatine e ci viene offerto solo perche’ abbiamo fatto una vita di sacrifici. Forse dopo aver sognato durante tutto il PhD, bisogna guardare in faccia la realta’…
bellissimo articolo su una situazione oggettivamente bruttissima :(
Ciao! Ho 30 anni, sono una post-doc, lavoro al CNR e ad aprile sarà il mio ultimo mese di lavoro! è frustrante fare questo lavoro in Italia, nonostante le forti motivazioni personali, ho perso l’entusiasmo e la voglia di dedicare le mie intere giornate e serate a fare un lavoro che a mio parere non può neanche essere definito tale!
Mi è piaciuta molto questa lettera, condivido lo sfogo!
Caro Massimo,
la tua fotografia sulla ricerca moderna, sebbene trasmetta un po’ di delusione e pessimismo, contiene del vero, in particolare cerca di essere realistica cercando di ridipingere il fondale eliminando dal paesaggio tutte quelle figure ipocritamente auliche riempendolo di situazione “reali”.
In fondo e’ un tentativo di racconto “neorealista” di come si compete nella ricerca moderna.
Indubbiamente le agenzie di funding, le grandi riviste, e a volte la grande industria, premono per togliere alla ricerca quel carattere speculativo che ci ha sedotto, piu’ o meno tutti, in eta’ ingenua e romantica.
E’ inoltre vero che sono i giovani a fare ricerca, e ci mancherebbe altro!
I post post doc, cioe’ i “tenure track” o i prof, coordinano etc. ma era cosi anche agli inizi del 900 quando le ricerche diventavano piu” complesse e si lavorava in gruppo. Direi cosi anche ai tempi di Faraday e cioe’ appena dopo Newton. Quindi da questo punto di vista c’e’ poco da dire.
Quello su cui riflettere e’ questa ossessione per il risultato previsto ed immediato su cui le universita’ ed i centri di ricerca stanno abdicando sotto la pressione dei burocrati delle agenzie di finanziamento. Questa ossessione, innesca quei meccanismi che descrivevi in dettaglio.
Se poi aggiungiamo l’ ossessione dell’ “impact and H factor” la vita del ricercatore, giovane ed attempato diventa sempre meno attraente.
Infine, e’ chiaro che solo una parte dei postdoc raggiungera’ una posizione permanente, attraverso l’ ingresso in un centro di ricerca o la tenure track e la professor ship.
Allora che fare? Suggerire a tutti di lasciar perdere con la ricerca?
Intanto, voglio osservare che nella descrizione che fai del ricercatore, come un ossesso che passa la sua vita per diversi anni solo frequentando il laboratorio c’ e’ qualcosa di fondamentale che non torna, ma non torna nel senso che non e’ quella secondo me una buona formazione intellettuale. Se ci si imbarca in un lavoro ad alta competizione, si deve mettere in conto la possibilita’ di perdere. Se vuoi tentare di diventare un cantante lirico, o una rock star o un pilota di formula uno, devi sapere che il rischio di non farcela e’ molto alto.
Lo stesso vale per il lavoro da ricercatore. La probabilita’ di avere una posizione permanente non e’ zero, ma nemmeno 1. Il problema e’ che molto spesso, per tante ipocrisie e convenienze, la cruda realta’ viene mascherata o edulcorata, per cui si scopre all’ improvviso che la strada che porta ad una stabilita’ professionale diventa un imbuto.
Per questo motivo e’ sbagliato pensare di dedicare tutto il proprio tempo ad un lavoro. Bisogna curare altri aspetti ed altri talenti che ognuno di noi ha. Provare ad arricchire il proprio orizzonte culturale mantenedo viva la curiosita’. In caso di fallimento, o rinuncia nel mestiere del ricercatore la vita puo’ accoglierci non come degli zombie ma come Caro Massimo,
la tua fotografia sulla ricerca moderna, sebbene trasmetta un po’ di delusione e pessimismo, contiene del vero, in particolare cerca di essere realistica cercando di ridipingere il fondale eliminando dal paesaggio tutte quelle figure ipocritamente auliche e riempendolo di situazione “reali”.
In fondo e’ un tentativo di racconto “neorealista” di come si compete nella ricerca moderna.
Indubbiamente le agenzie di funding, le grandi riviste, e a volte la grande industria, premono per togliere alla ricerca quel carattere speculativo che ci ha sedotto, piu’ o meno tutti, in eta’ ingenua e romantica.
E’ inoltre vero che sono i giovani a fare ricerca, e ci mancherebbe altro!
I post post doc, cioe’ i “tenure track” o i prof, coordinano etc. ma era cosi anche agli inizi del 900 quando le ricerche diventavano piu” complesse e si lavorava in gruppo. Direi cosi anche ai tempi di Faraday e cioe’ appena dopo Newton. Quindi da questo punto di vista c’e’ poco da dire.
Quello su cui riflettere e’ questa ossessione per il risultato previsto ed immediato su cui le universita’ ed i centri di ricerca stanno abdicando sotto la pressione dei burocrati delle agenzie di finanziamento. Questa ossessione, innesca quei meccanismi che descrivevi in dettaglio.
Se poi aggiungiamo l’ ossessione dell’ “impact and H factor” la vita del ricercatore, giovane ed attempato diventa sempre meno attraente.
Infine, e’ chiaro che solo una parte dei postdoc raggiungera’ una posizione permanente, attraverso l’ ingresso in un centro di ricerca o la tenure track e la professor ship.
Allora che fare? Suggerire a tutti di lasciar perdere con la ricerca?
Intanto, voglio osservare che nella descrizione che fai del ricercatore, come di un ossesso che passa la sua vita per diversi anni solo frequentando il laboratorio, c’ e’ qualcosa di fondamentale che non torna, ma non torna nel senso che non e’ quella secondo me una buona formazione intellettuale.
Se ci si imbarca in un lavoro ad alta competizione, si deve mettere in conto la possibilita’ di perdere. Se vuoi tentare di diventare un cantante lirico, o una rock star o un pilota di formula uno, devi sapere che il rischio di non farcela e’ molto alto.
Lo stesso vale per il lavoro da ricercatore. La probabilita’ di avere una posizione permanente non e’ zero, ma nemmeno 1. Il problema e’ che molto spesso, per tante ipocrisie e convenienze, la cruda realta’ viene mascherata o edulcorata, per cui si scopre all’ improvviso che la strada che porta ad una stabilita’ professionale diventa un imbuto.
Per questo motivo e’ sbagliato pensare di dedicare tutto il proprio tempo ad un unico lavoro. Bisogna curare altri aspetti ed altri talenti che ognuno di noi ha. Provare ad arricchire il proprio orizzonte culturale mantenedo viva la curiosita’. In caso di fallimento, o rinuncia nel mestiere del ricercatore la vita puo’ accoglierci non come degli zombie ma come protagonisti vitali. Ma e’ sicuro che, in caso di rinuncia, l’ esperienza fatta nella ricerca sia una esperienza inutile?
Certo se si guarda all’ Italia, qualsiasi cosa che abbia a che fare con la cultura ha valore prossimo a zero, ma la conoscenza ci da sempre qualche chance in piu’,
ci permette di scegliere e reinventarci e di essere pronti a ripartire di fronte ad uno stop. Non diventare cantanti lirici di professione, puo’ essere una delusione, ma non significa che dovremo odiare la musica. Potremo sempre tentare di insegnarla, di farla con gli amici o suonare con Jovannotti ( cosi potremmo suggerirgli che oltre al giro di Do ci sono gli accordi in settima).
I nostri vecchi dicevano che la banca piu’ sicura e’ il nostro cervello.
Nel caso tuo, vista la tua eta’, francamente mi sembra presto per rinunciare. Se hai davvero talento, e questo cerca di capirlo da solo, insisti e ricordati l ‘ Alfieri del ” volli sempre volli fortissimamente volli”. La volonta’, passione e tigna possono portarci chissa’ dove. Poi le competizioni sono tra essere umani e quindi imperfette ed ingiuste e puo’ succedere che a volte o anche spesso vince chi non merita.
La ricerca e’ un’ attivita’ intellettuale che rispecchia i tempi in cui viviamo e quindi non un mondo ideale, ma a differenza degli altri mestieri, il giudice non e’ solo un tuo pari, ma e’ la natura, sono gli esperimenti che facciamo o le teorie per descrivere la natura che inventiamo. I risultati che otteniamo hanno un carattere di oggettivita’. E’ su questo che bisogna farsi valere.
Per il resto molti nel mondo della ricerca sono insoddisfatti di come e’ organizzata, di come e’ finanziata e di come arriva alla societa’. E’ da vedere se anche la ricerca soccombera’ e lascera’ il posto ad un esercito di esecutori professionals.
A 29 anni bisogna combattere e non impacchettare i propri libri e scordarsi quello che si e’ messo in banca.
Io fossi in te prenderei la rincorsa e proverei a saltere tutti gli ostacoli che ci hai raccontato nel tuo blog.
In bocca al lupo.
enzo
P.S.
per quel che mi riguarda, al di la’ della posizione che occupo, mi vedo come un postdoc permanente e mi aiuta tener fresca la battuta di Flaiano ” lo scienziato moderno stanco dell’ infinitamente grande e dell infinitamente piccolo si occupa dell’ infinitamente medio”.
Mi riferisco a tutti coloro che accusano l’autore del post originale o altri nella situazione di essere “poco brillanti”.
Con quale arroganza parlate? Ma avete letto le statistiche? Il 90% delle persone che hanno investito tutta la loro vita in questa carriera viene tagliato fuori.
Sapete cosa vuol dire ritrovarsi a 35 anni senza figli e con le ovaie rattrappite, senza famiglia e/o prospettive di lavoro dopo aver dato TUTTO per studiare? Forse avete 20 anni e siete ancora convinti di potercela fare, di avere tutta la vita davanti, poveri illusi. Il peggio e’ che chi rimane dentro si convince di esserci riusciti per merito.
Sono uno studente di dottorato in Economia, università di Mannheim (Germania), a giugno finirò (finalmente!) il primo anno. Non sono un vero e proprio novello, prima di arrivare qui ho studiato economia per 6 anni, oltre alla laurea specialistica ho un master di II livello, entrambi conseguiti in Italia.
Ho diverse obiezioni da fare all`articolo che leggo, chiarendo dal principio che parlo specificamente per economia e per quelle università – ormai quasi tutte quelle in cui vale la pena fare un dottorato – impostate sul sistema americano (esami obbligatori i primi anni, selezione seria non solo all´ingresso ma anche in itinere, durata del dottorato in genere di 5 anni, mai meno di 4). Per il semplice fatto che posso fare le affermazioni che faccio solo per quello che conosco.
1) Il piazzamento post-doc di norma avviene attraverso il cosiddetto job market, ti presenti alle università con i lavori prodotti per la tesi, che devi aver scritto tu e tu solo sostanzialmente, dunque il problema del coautore non si pone. Non tutti arrivano a fare il job market, è vero, ma dipende solo dalla qualità dei lavori e dalle ambizioni personali, e mi sembra più che giusto. Chi non fa il job market riesce quasi sempre a piazzarsi in istituzioni pubbliche o società finanziarie, con stipendi in media molto migliori di quelli che avranno, anche in prospettiva, i colleghi che continueranno nell´ambito accademico.
2) Le università che ti accettano dopo il job market ti pagano sempre. Certo non sono stipendi stellari, ma se l´obiettivo era questo, allora bisognava cercare di sfondare in qualche altro campo, non certo nella ricerca, e si tratta di cosa piuttosto nota.
3) Il ricercatore “si è mangiato la vita: non ha mai avuto un weekend libero, non si è mai liberato dal suo lavoro (la ricerca è un lavoro che divora, da cui non stacchi mai, a livello mentale), ha subito probabilmente mobbing e scorrettezze da numerosi colleghi, ha forse rinunciato o quantomeno messo in secondo piano famiglia e figli, non ha mai avuto una stabilità economica o geografica (molti ricercatori cambiano Stato 2, 3, 4 volte nella vita, spesso anche di più), ha dovuto conquistare tutto palmo a palmo”. Organizzandomi il lavoro, di week-end liberi ne ho parecchi, e sto facendo il primo anno di dottorato, che a quanto sento viene giudicato uno dei momenti più duri. Di scorrettezze ne ho subite tante nella vita. Ma qui non ancora, da questi ragazzi con cui sto condividendo quest´esperienza non ancora, e conoscendoli ormai bene – volenti o nolenti stiamo sempre assieme, anche non solo per studio – sono certo che non glie ne farò mai né le subirò da loro. Non ho ancora cominciato a fare ricerca e non vedo l´ora, ma se dovessi scoprire che anziché entusiasmarmi mi divorerà, vedrò di cambiare “mestiere”. Vedere e vivere in posti diversi, unico modo per entrare veramente in rapporto con culture e modi di pensare diversi, è forse l´unica cosa che mi affascina di più dell´idea di cominciare con questa benedetta ricerca. Quelllo che mi sono conquistato palmo a palmo e quello che dovrò conquistarmi saranno solo e sempre una ragione di orgoglio.
4) e ultimo punto. Se il problema è come al solito l`Italia, non c´è nessuno alle frontiere che ti ferma se provi ai cambiare aria, parlo per esperienza personale. Dunque se uno decide di rimanerci, vuol dire che ha tirato le somme e ha giudicato conveniente restare. Io non sono abituato a lamentarmi delle cose che reputo convenienti per me.
Questo sopra non è un teorema che dimostra che il mondo accademico è il paradiso; è semplicemente un controesempio. E chi ha studiato un po´ di matematica sa che uno ne basta per dimostrare l´invalidità del teorema che pretende di stabilire che sia l´inferno.