• Cultura
  • venerdì 11 febbraio 2011

Che cosa vuole la tecnologia?

di Kevin Kelly

Uscirà a fine febbraio per Codice Edizioni «Quello che vuole la tecnologia», il nuovo libro di Kevin Kelly, fondatore di Wired; ve ne proponiamo cinque pagine in anteprima

«Riconosco che il mio rapporto con la tecnologia è pieno di contraddizioni. E sospetto che anche voi ne abbiate di simili»


Ma non ero un amish. Se devi abbattere un grosso albero – questa la mia conclusione – è una buona idea usare una motosega. Qualunque nativo della foresta che ne avesse avuta una a disposizione sarebbe stato d’accordo con me. Una volta che imponi la tua voce sulla tecnologia e diventi più sicuro in merito a ciò che vuoi, è evidente che alcune tecnologie sono semplicemente superiori ad altre. Se i miei viaggi nel vecchio mondo mi avevano insegnato qualcosa, era che l’aspirina, gli abiti in cotone, le pentole di metallo e i telefoni sono invenzioni fantastiche. Sono buone. La gente di tutto il mondo, tranne pochissime eccezioni, se ne serve appena può. Chiunque abbia mai provato un attrezzo manuale perfettamente progettato sa che può elevarti lo spirito. Gli aeroplani hanno ampliato i miei orizzonti; i libri mi hanno aperto la mente; gli antibiotici mi hanno salvato la vita; la fotografia ha acceso la mia creatività. Persino la motosega, che può tagliare di netto dei nodi troppo duri per un’accetta, ha instillato in me un senso di riverenza per la bellezza e la forza del legno come nient’altro al mondo avrebbe potuto fare. Iniziai a sentire il fascino della sfida rappresentata dal saper scegliere quei pochi strumenti che avrebbero elevato il mio spirito.

Nel 1980 collaboravo come freelance al Whole Earth Catalog di Stewart Brand, la pubblicazione che usava i propri lettori per selezione e raccomandare attrezzi appropriati scelti fra un sacco di roba inutile. Negli anni Settanta e Ottanta il Whole Earth Catalog era di fatto una versione decisamente ante litteram di un sito web basato sulla filosofia dello user generated content, che sfruttava solo carta da giornale a poco prezzo. Il suo pubblico erano i suoi autori. Ero eccitato all’idea dei cambiamenti che alcuni attrezzi semplici e scelti con cura avrebbero potuto apportare nella vita delle persone. A ventotto anni iniziai a vendere per corrispondenza delle guide di viaggio che offrivano informazioni su come accedere, spendendo poco, a quei mondi tecnologicamente semplici in cui gran parte del pianeta viveva. All’epoca gli unici due beni che possedevo erano una bicicletta e un sacco a pelo; per questo avevo chiesto in prestito a un amico un computer (un vecchio Apple ii) per automatizzare il mio neonato business notturno, e usavo un modem telefonico per trasmettere i miei testi allo stampatore. Un collega del Whole Earth Catalog appassionato di informatica mi fornì di straforo un codice come utente esterno che mi consentiva di collegarmi da remoto a un sistema sperimentale di teleconferenze ideato e realizzato da un professore del New Jersey Institute of Technology. Nel giro di poco mi ritrovai immerso in qualcosa di grande e a suo modo selvaggio: la frontiera di una comunità online. Era un continente nuovo, più misterioso addirittura dell’Asia, e iniziai a parlarne come se fosse una destinazione esotica. Con mia immensa sorpresa mi resi conto che queste reti informatiche ad alta tecnologia non soffocavano la mente di quei primi utilizzatori (che eravamo noi); al contrario, la colmavano.

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