Wikileaks ha danneggiato la democrazia in Zimbabwe?

L'Atlantic spiega come la diffusione di un rapporto diplomatico ha rafforzato la dittatura di Robert Mugabe

Secondo l’Atlantic, la pubblicazione di un cable dell’ambasciata americana in Zimbabwe avrebbe seriamente danneggiato il processo di democratizzazione del paese, dando al suo controverso dittatore Robert Mugabe armi diplomatiche con cui contrastare l’ascesa del premier Morgan Tsvangirai, apprezzato dalla comunità internazionale.

Uno dei punti chiave utilizzati dall’opinione pubblica e dalle organizzazioni internazionali per giudicare – anche legalmente – la bontà o meno del lavoro di Wikileaks è capire quanto la pubblicazione indiscriminata dei documenti riservati possa danneggiare ingiustamente persone, stati o organizzazioni. I talebani avevano promesso azioni contro i nomi presenti nei documenti statunitensi sulla guerra in Afghanistan (Wikileaks era stata criticata da molte ong per non averli eliminati), ma finora non si hanno avute notizie di rappresaglie dei militanti, mentre venti giorni fa il regista Michael Moore ha sbugiardato un cable dall’ambasciata americana a Cuba sul suo documentario Sicko, mettendo quindi in dubbio la credibilità a prescindere di tutti i rapporti. Questi due episodi non sono però — almeno per ora — particolarmente gravi, soprattutto se confrontati con la mole di informazioni effettivamente utili e interessanti che Wikileaks ha pubblicato.

Un cable dell’ambasciata americana in Zimbabwe, scrive l’Atlantic, potrebbe però modificare la percezione sulla bontà del lavoro dell’organizzazione di Julian Assange. Il presidente della nazione africana, ormai dal 1987, è il dittatore Robert Mugabe, criticato duramente dalla comunità internazionale, accusato di crimini contro l’umanità per le modalità con cui amministra il paese: persecuzione degli avversari politici, violenze sistematiche e, tra le altre cose, appropriazione degli aiuti internazionali per scopi personali. Il suo governo ha portato all’esclusione dello Zimbabwe dal Commonwealth, e sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno negato a Mugabe l’accesso ai propri territori.

Nel 2008 si sono tenute le ultime elezioni presidenziali, in cui Mugabe ha superato al ballottaggio l’esponente dell’opposizione Morgan Tsvangirai, in un’elezione che la comunità internazionale ha definito una farsa. Sotto insistenza dell’Unione Africana Mugabe è arrivato al compromesso di un governo di unità nazionale, con Tsvangirai come premier. Al contrario di Mugabe, Tsvangirai è sostenuto dall’Unione Africana e dagli Stati Uniti come elemento chiave per il processo di democratizzazione del paese. In un cable, pubblicato sempre da Wikileaks, l’ambasciata americana definisce Tsvangirai un uomo “coraggioso, impegnato e democratico, al momento l’unico elemento in campo con ottime qualità e in grado di muovere le masse”, nonostante “non sia molto aperto ai consigli, non sia decisivo e scelga male gli uomini con cui lavorare”.

Il 24 dicembre 2009 Tsvangirai ha incontrato una delegazione di rappresentati da Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Unione Europea, in cui si è parlato di Mugabe e della situazione nel paese. L’argomento della riunione erano le sanzioni imposte allo Zimbabwe da una serie di stati occidentali. In quella riunione, Tsvangirai ha detto alle autorità occidentali che, nonostante i buoni progressi dell’ultima annata, la strada verso la democrazia era ancora lunga, e le sanzioni erano necessarie per mettere in difficoltà Mugabe e indurlo a sminuire il suo potere politico, incontrastato anche grazie a una serie di modifiche alla Costituzione. Il premier Tsvangirai ha ammesso quindi esplicitamente il suo doppio gioco: contro le sanzioni davanti a Mugabe e al popolo, ma in realtà a favore di queste misure per indebolire il dittatore.

Queste informazioni sarebbero rimaste riservate, se Wikileaks non avesse diffuso il documento in cui l’ambasciatore americano ha raccontato la riunione al dipartimento di stato. La reazione del governo dello Zimbabwe alla lettura del cable è stata immediata: il procuratore generale nominato da Mugabe ha aperto un’inchiesta contro Tsvangirai e le sue affermazioni. E, scrive l’Atlantic, se è difficile che il premier possa venire incriminato unicamente per quanto dichiarato nel rapporto, il danno politico nei suoi confronti è già stato fatto. Le sanzioni al paese sono estremamente impopolari tra i cittadini, e ora Mugabe ha un’arma in più con cui attaccare il suo avversario, che ora viene considerato un doppiogiochista al soldo degli stati stranieri. Davanti al parlamento e al popolo, Mugabe ha inoltre ora una buona scusa per sciogliere il governo d’unità nazionale.

Il giudizio dell’Atlantic è netto:

Per i loro sostenitori, Wikileaks e Julian Assange sono eroi della causa democratica. Lo stesso Assange ha detto che la sua organizzazione promuove la democrazia rafforzando i media. Ma, in Zimbabwe, il nobile scopo di Assange ha dato a un tiranno le munizioni per danneggiare, se non uccidere, le speranze di una democrazia multipartitica. Qualche settimana fa, Assange ha affermato che “nessuno, nessuno di cui io sia al corrente, è stato danneggiato” da Wikileaks. Questo non è più vero, se mai lo è stato.

Qualsiasi danno possa aver fatto Wikileaks alle riforme democratiche non è causato da cattiveria, bensì dall’ingenuità. Probabilmente è sbagliato descrivere Assange, come ha fatto il vicepresidente Joe Biden, come un “terrorista tecnologico”. Lui, la sua organizzazione e i suoi sostenitori credono di essere in grado di promuovere la democrazia facendo della segretezza un nemico. Quello che stiamo vedendo in Zimbabwe, però, è che questi metodi non possono essere portati avanti senza danni collaterali.

Foto: DESMOND KWANDE/AFP/Getty Images