7. Gli incentivi al rientro dei cervelli dall’estero.
Si tratta di una norma in vigore, sotto varie forme, da molti anni ormai, e non c’è dubbio che la recente istituzione di un programma “Levi Montalcini” per favorire il rientro di una trentina di giovani meritevoli sia stata un successo, anche in grazia delle modalità di valutazione scelte, assolutamente trasparenti.
Non voglio insistere – sarebbe puerile – sul fatto che si tratta di una goccia nel mare. Il vero problema è duplice: da un lato bisogna stabilire se siamo assolutamente sicuri che un ricercatore che è stato all’estero (e qui le equivalenze di posizione sono sempre molto tricky) è sempre e comunque migliore di uno che è rimasto in Italia, al punto da meritare corsie preferenziali in ogni caso; dall’altro bisogna capire cosa vogliamo fare di chi torna, perché questi ricercatori arrivano (giustamente) con contratti a termine, e al termine del termine si trovano dinanzi ai medesimi muri che riguardano tutti gli altri, e sono spesso indotti a tornare all’estero da dove sono venuti.
8. La riduzione dei settori scientifico-disciplinari.
Questa tendenza, anch’essa avviata da Mussi, ha il sacrosanto obiettivo di sanare uno spezzettamento delle discipline che non ha riscontro in altri Paesi, e che ha chiaramente rappresentato uno strumento del clientelismo e della proliferazione insensata di cui sopra. Ma siamo alle solite: uno sguardo ai nuovi cosiddetti “macrosettori” elaborati dal Consiglio Universitario Nazionale (di nuovo dunque a livello centrale) in parte su parere delle varie Consulte, mostra come le nuove aggregazioni disciplinari rechino in più d’un caso le tracce di segmentazioni condotte sulla base dei potentati baronali anziché di precisi progetti. Ciò beninteso potrebbe cambiare negli anni, ma un vero beneficio non si avrà prima di un serio mutamento nell’etica individuale di chi lavora all’interno del sistema.
Infine nel ddl Gelmini, o meglio nella propaganda collegata, ci sono alcune falsità più o meno evidenti:
9. Si parla di un sistema meritocratico.
Che la meritocrazia finisca per prevalere nel processo di reclutamento (di cui sopra al punto 2) è tutto da dimostrare nella prassi, ma di assodato per ora ci sono soltanto drastici tagli ai fondi per le borse di studio destinate ai capaci e meritevoli; tagli la cui realtà nessuno ha potuto contestare, e che si propagheranno esponenzialmente negli anni a venire. Per onestà di cronaca, va detto che questo dato contraddice la prassi seguita fin qui dalla stessa Gelmini, la quale viceversa nel 2009 aveva aumentato i fondi per il diritto allo studio perfino più di quanto non avessero fatto Mussi e Prodi.
10. Si parla di un rafforzamento dell’autonomia delle singole Università.
Qualunque sia il giudizio che si dà dell’autonomia fin qui realizzata, è certo che non vanno in questa direzione né la messe di regolamenti ministeriali (oltre 100) cui – posto che vengano mai scritti – tutte le sedi dovranno uniformarsi, né il saldo controllo dei finanziamenti da parte del Ministero dell’Economia (il quale, non fosse intervenuto un emendamento in limine, avrebbe avuto addirittura la possibilità di commissariare gli Atenei disastrati).
11) Si parla di un miliardo di euro come “denaro fresco” investito nell’Università.
In realtà gli 800 milioni sganciati da Tremonti serviranno esclusivamente a ripianare una parte dei tagli previsti per il Fondo di Finanziamento Ordinario di quest’anno; l’anno prossimo i tagli messi in bilancio dalla legge del 2009 saranno ben più sostanziosi (circa un 20%), e nessuno sa se o come verranno compensati.
Pertanto, pare assai difficile che questi fondi vengano destinati a nuovi investimenti nella ricerca oppure alla promozione (tramite concorso riservato) di un certo numero di ricercatori ad associati (si parla di 1500 posti, ma in realtà già si sa che manca la copertura): un provvedimento, questo del concorso riservato, che sarebbe peraltro comunque sciagurato, fonte sicura di nuove corruttele, e destinato in realtà primariamente a incrinare il fronte fin qui alquanto compatto dei ricercatori a tempo indeterminato (la Rete 29 Aprile), la gran parte dei quali è impegnata in una protesta non corporativa contro il ddl che sancisce de facto la loro fine giuridica.
Questi sono solo alcuni dei punti critici di questa riforma: altre osservazioni le avevo messe in campo in un articolo di due settimane fa. Ma tutte queste parole non bastano a dare la vera misura del problema, perché è chiaro a tutti che l’Università si inserisce (a monte) in un sistema produttivo sempre più bloccato e in un settore pubblico che, nonostante i proclami brunettiani, non dà né riceve fiducia alcuna; ed è altrettanto palese che l’Università si inserisce (a valle) in un sistema dell’istruzione che ha comportato la progressiva perdita di ruolo e di autorità – per colpa di diverse maggioranze e di diversi governi – della scuola secondaria superiore, la quale fornisce all’Università gli studenti e dovrebbe in teoria assorbire tra i propri ranghi docenti non pochi dei laureati che l’Università produce. Ma di questo problema, che tanto compromette il futuro del nostro Paese, bisognerà parlare un’altra volta, con più calma.





Articolo ampio, documentato, ben ponderato. Sono perfettamente d’accordo con il pensiero di Ariadne, e penso che una materia complessa come questa sia degna di approfondimenti e non di banali semplificazioni. I riferimenti bibliografici sono tipici di chi è abituato a scrivere articoli scientifici e a preparare lezioni universitarie, e l’argomentare quello che si sostiene con citazioni è indice di serietà e di competenza.
Secondo me il pezzo di pontani non era un’invettiva, non era di parte, non conteneva errori più di ogni altro punto di vista. Il punto è un altro: la sede richiedeva una sintesi più serrata e un registro pù esplicativo. Tutto qui. Il pezzo secondo me può risultare oscuro per chi non sia un addetto ai lavori. E, in questo momento, ciò che viene chiesto a chi lo è, è di “tradurre” la questione in termini comprensibili anche a chi non ha vissuto i 30-40 anni di puntate precedenti.
Come fanno alcune università americane a diventare famose?
Hanno dei padrini che le sponsorizzano oppure comprano pagine di pubblicità? Niente di tutto questo ma pubblicano semplicemente i risultati delle loro ricerche che tanto sono più importanti quanto più aumentano il valore-prestigio di quell’università che le ha prodotte. Tale aumento di prestigio produrrà una maggior facilità nel reperire fondi, privati o statali, per pagarsi altre ricerche e produrre altri risultati da pubblicare. E’ un circolo virtuoso creato solo dal lavoro faticoso dei ricercatori.
Da noi cosa si fa?
Si cerca di governare con delle leggi un processo che andrebbe lasciato libero di viaggiare sulle sole gambe della capacità scientifica, intelligenza e impegno delle persone. Tutto questo solo perchè si cerca di salvare capra e cavolo ossia baroni, clientele politiche, interessi parentali e di caste, col risultato che resteremo sempre e soltanto con una capra e un cavolo.
La politica dovrebbe togliere le mani dal voler regolamentare il funzionamento delle università ma, se è il caso, produrre una semplice legge che dia loro la possibilità di reperire fondi e pubblicare i risultati delle ricerche. Il resto verrebbe da se come sola conseguenza della propria bravura.
Grazie del post, davvero molto utile. Non sarebbe male anche un riassuntino da lincare che si limiti a spiegare il ddl, senza , ma per chi ha il tempo e la voglia di leggerselo è chiaro, nei limiti della complessità della materia.
Non un grande articolo nemmeno per me.
Sono d’accordo con Karl e delio.
La mia esperienza personale sull’universita’ non e’ esaltante. Questa riforma non la migliora perche’ andrebbe rifondata l’universita’, non rappezzata. Ma non la peggiora nemmeno. Tanto il merito e’ pura utopia e il precariato se non si e’ figli di e’ la regola, e’ stata e lo sara’ ancora.
spiegata bene bene? alla faccia.
che triste vedere un docente universitario che non riesce ne’ a sintetizzare gli argomenti ne’ ad esporli in maniera organica ed equilibrata.
Se volete un gran bel parere su quello che non funziona nell’università italiana leggete questo parere autorevole:
http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/mattino-di-padova-per-l-universita-il-merito-non-conta.flc
da un sito della cgil, per i piu’ diffidenti…
In sostanza le critiche all’articolo non entrano nel merito delle questioni sollevate dall’articolo stesso, né, salvo casi molto rari, spiegano perché l’articolo è giudicato un peana contro la riforma. Cioè non dicono perché la riforma va valutata positivamente. A me pare che l’articolo non sia affatto una semplice critica nel senso di un rifiuto della riforma, ma un tentativo di approfondirne alcuni (ce ne sarebbero altri) punti mostrandone la problematicità. Grazie a Pontani. E grazie anche a chiunque altro volesse cimentarsi in uno sforzo difficile di analisi di un DdL che contiene veramente tanti problemi, ne pone di nuovi, senza risolvere realmente pressoché nessuno dei vecchi.
junger, molti (io tra gli altri) qui non stanno dicendo che la riforma è buona e giusta. si limitano a dire che questa spiegazione della riforma non è in effetti una spiegazione, ma una critica confusa, prolissa e molto parziale. personalmente, io credo che la riforma contenga veri e pericolosi punti critici ma anche possibili opportunità, che starebbe all’opposizione parlamentare valorizzare. distruggere tutto non serve a granché, visto che l’università italiana non gode di buona salute e il prossimo intervento, da qualunque parte esso venga, di certo non andrà nella direzione della diminuzione del precariato o dell’allontanamento dal mondo aziendale, purtroppo o per fortuna. lasciare tutto com’è è forse peggio che riformare male.
Ringrazio il prof. Pontani per l’esposizione chiara e esaustiva con la quale ha spiegato la “riforma Gelmini”, confutando, argomentando, citando, documentando. Un’ottima lezione universitaria!
Forse non per certi lettori de “Il Post” che l’hanno trovata lunga, complicata, piena di citazioni, noiosa, per gente che conosce la materia, ecc. Tutto vero, com’è vero che la materia “Università” è molto complessa per essere spiegata in parole semplici e ancor più complicata (e insidiosa) è la legge “anti-baroni”, “anti-fannulloni”, ecc., e peggiori le complicanze nefaste che provocherà, se applicata.
Alle domande, poste da diversi lettori, perché i docenti non devono o non vogliono timbrare il cartellino e perché ci sono assenteisti cronici impuniti, le risposte ci sono.
Un professore universitario, oltre alle ore di insegnamento e di ricerca e le incombenze di segreteria che dedica in sede, dedica centinaia di ore a ricerche in archivi e biblioteche, partecipa a ricerche e riunioni, fa relazioni a congressi o lezioni ad altre sedi o fuori città. E al tempo per tutte queste attività in sede e fuori sede o città (che spesso eccede le 50 ore settimanali) va aggiunto il tempo speso per il lavoro portato a casa (lavoro di segreteria, ma anche tesi, tesine, articoli e libri da leggere o da scrivere e correggere, articoli da referare, telefonate di lavoro. Più che timbrare cartellini all’ingresso dei luoghi di lavoro, dovrebbero impiantare ai docenti (contestualmente all’assunzione) una piastra elettronica che monitori in ogni momento posizione e attività, alle sedi competenti. Salvo essere pagato per tutte le ore di straordinario e rimborsato per tutte le spese sostenute (viaggi, telefonate, libri, ecc.).
Per quanto riguarda i professori fannulloni e assenteisti, vorrei ricordare che oggi, grazie alla determinazione dell’On. Prof. Ministro Brunetta, nominato dal Presidente del Consiglio Cav. Berlusconi (meglio noto all’estero per aver popolarizzato in Italia il rituale bunga-bunga), non ci sono più. E quando c’erano, erano ben noti a chi nell’Università doveva sapere.
L’annuncio della “riforma Gelmini”, mi aveva provocato l’urticaria, sia per il curriculum della ministra sia per l’entusiasmo partigiano di docenti che già mi erano noti come mestatori di concorsi universitari in mezz’Italia. Ora, dopo aver letto i due articoli del prof. Pontani, ho capito anche i perché di certi entusiasmi.
L’unico modo possibile per reagire ad una legge che mortifica i giovani ricercatori e l’istituzione universitaria, è l’esodo verso l’Europa: la tanto vituperata Università italiana ha prodotto, malgrado tutto, ottimi giovani scienziati in molti settori. Che lascino il campo aperto ai talentuosi leccaculi e le virtuose nipoti di Mubarak.
A qualche mese di distanza dalle polemiche mi pare che l’intervento conclusivo di echi sia il giusto riassunto della questione. L’articolo è complesso perché complessa è la materia. Criticare la complessità dell’articolo chiedendo all’autore di essere più semplice è come chiedere a un fisico nucleare di usare solo i numeri interi. Con buona pace di chi reagisce con fastidio alle analisi. E gli effetti della “riforma” ormai si fanno sentire ampiamente. Era davvero meglio riformare male che non riformare affatto? Temo di no. Ero tra coloro che chiedevano a gran voce una riforma. Oggi comincio a fare autocritica. Di sicuro questa sedicente riforma non ha al momento portato alcun effetto positivo, ma molti negativi. E soprattutto ancora mancano quasi tutti i passaggi che dovrebbero comunque realizzarla, che piaccia o meno. L’unico vero risultato per il momento (metà marzo 2011) è la paralisi… Splendido risultato, forse quello cui davvero si mirava, al di sotto di tanta ideologia e propaganda. Un’occasione davvero sprecata. Non c’è affatto da compiacersene. Siamo messi sempre peggio.