Nessun dubbio?

Sulla storia dello sciopero della fame della giornalista Paola Caruso, Matteo Bordone ha un'opinione minoritaria

Intanto, il direttore del Corriere della Sera chiede che Caruso si fermi

Aggiornamento: qui la risposta a De Bortoli di Paola Caruso, qui un bel commento equilibrato di Massimo Mantellini.

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Oggi il Post ha raccontato dell’iniziativa presa da Paola Caruso – uno sciopero della fame – contro la sua condizione di precariato al Corriere della Sera: iniziativa che sta ricevendo molte solidarietà in rete. Stasera il direttore del Corriere della Sera si è espresso sulla vicenda, come riporta l’Ansa.

«Non ho mai ricevuto dalla collega Paola Caruso la richiesta di un colloquio. Se lo farà, la riceverò volentieri, come faccio con tutti. Prego la collega Caruso di smettere lo sciopero della fame e di ritrovare serenità e misura». Il Cdr ha reso noto di aver chiesto un incontro urgente con la direzione per discutere la vicenda.

Intanto, sempre su internet, Matteo Bordone ha argomentato le serpeggianti perplessità di molti altri osservatori della storia.

Io Paola Caruso non la conosco. Scopro oggi che è una collaboratrice del Corriere della Sera a contratto da sette anni. Non ha un posto fisso, insomma, come milioni di persone in questo paese. Ha però un posto, ed è un posto da collaboratore al Corriere della Sera, di quelli che tantissimi desidererebbero. Pur essendo RCS un grande editore, un’azienda con le dimensioni e il piglio di un ministero, è sempre un editore che vende tanta tanta carta. Per quanto possano essere inefficienti e cattivi, operano in un campo che sappiamo essere effettivamente in crisi in tutto il mondo.
Paola Caruso a quanto pare si aspettava di essere la prossima in fila, quella che, alla prima occasione disponibile, sarebbe stata assunta. Questo per via dei suoi sette anni di contratti a termine rinnovati. Trattasi però di una convenzione, di un uso: le aziende non sono la Magistratura, dove si avanza per anzianità secondo la legge.
Non solo, ma questo meccanismo, acerrimo nemico di qualsiasi forma di meritocrazia, in una struttura complessa e diversificata come un giornale può produrre mostri. Anime chete appena bravine che accumulano lustri di anzianità; collaboratori capaci e scalpitanti che cambiano testate e maturano esperienze, senza accumulare mai un monte sfiga spendibile con l’ufficio del personale.

(continua a leggere sul blog di Matteo Bordone)