Fare la rivoluzione è sempre esaltante e pericoloso. Fare la rivoluzione a novembre può sembrare provocatorio e indelicato. Fare la rivoluzione a Firenze è suggestivo e persino romantico. Ma al di là di tutto, il problema è che fare la rivoluzione, oggi, è un imperativo morale irrinunciabile. Nessuna esagerazione, sia chiaro. Siamo gente di campagna, abituata al senso delle proporzioni: sappiamo non prenderci troppo sul serio.
Ma sappiamo anche che l’Italia di questi giorni è un paese impantanato, avvitato su se stesso, imputridito in vicende bieche e incapace di declinare al futuro il verbo sognare, il verbo sperare, il verbo pensare. L’Italia ha caratteristiche straordinarie, uniche nel mondo, un Paese portatore sano di entusiasmo e di intelligenze, di passione e di energia. Eppure passiamo il tempo inseguendo le società offshore che comprano case all’estero, viviamo di dichiarazioni banali e vuote di chi sguazza nell’acquario della politicuccia romana, aspettiamo le riforme gattopardesche che mortificano la repubblica democratica fondata sul lavoro e affondata sulla rendita. I problemi sono gli stessi da vent’anni: una pressione fiscale allucinante a fronte di servizi non sempre all’altezza della pubblica amministrazione, la scuola e l’università pensate più in funzione dei posti da occupare che dei cervelli da far funzionare, il grande tema della giustizia affrontato solo per risolvere il problema di uno (indovina chi) e non di tutti, cittadini e aziende. E potremmo continuare con l’ambiente, la tecnologia, il lavoro, l’innovazione, i beni culturali e compagnia cantante fino ad arrivare alle questioni più spicciole come dimezzare indennità e numero dei parlamentari, risposta immediata e chiara al torrente in piena dell’antipolitica.
Sulle questioni di merito discuteremo dal 5 al 7 novembre alla stazione Leopolda. Quello che poniamo da subito è un problema di metodo: nel mondo civile i partiti rimangono sempre gli stessi, ma i leaders cambiano. Se perdono le elezioni i dirigenti politici si fanno una fondazione, scrivono un libro, danno suggerimenti, ma vanno a casa. Qualcuno di loro è talmente bravo che dopo dieci anni di governo va a casa direttamente senza bisogno di perdere le elezioni. I partiti restano, i leaders cambiano, i problemi si affrontano.
Da noi è tutto alla rovescia: i dirigenti politici si fanno le fondazioni, scrivono libri, danno consigli ma rimangono lì, sempre, tenacemente abbarbicati allo strapuntino della seggiola. Non si schiodano, guai a chi li tocca. Si cambiano i partiti, si cambia il nome dei partiti, ma i leaders sono gli stessi, con le solite facce, le solite idee, il solito linguaggio. Con un gruppo di amici abbiamo pensato di non nasconderci. Di non restare in silenzio, quatti quatti ad aspettare che il grande orologio biologico della cooptazione faccia scattare il nostro turno. Ci siamo buttati nella mischia con la lealtà di chi non ha niente da chiedere per sé, se non il rispetto per le proprie idee. Ci hanno detto che siamo sfasciacarrozze e pierini, giovanotti e maleducati: noi abbiamo solo chiesto il rispetto di quella norma maleducata dello Statuto del Pd che dice che dopo tre mandati si va a casa. Vorrà dire che lo chiederemo per piacere “Scusi, cortesemente, potrebbe rispettare le regole e lasciare quello scranno dopo qualche decennio?”
Non abbiamo grandi ambizioni, insomma. Vogliamo solo fare la rivoluzione. E vogliamo farla con il sorriso sulle labbra di chi vuole bene alla politica e si ritiene umiliato quando ne calpestano la dignità. Meritiamo di più dello squallore di questi anni: tocca anche a noi provare a cambiare la rotta, mettendoci faccia e cuore.




dajeeee! io ci sarò! da roma, insieme ad una marea di altri ragazzi!col sorriso sulle labbra…
non ho ben capito perché la chiama rivoluzione, però.
@ barbarap: perchè, se leggi bene ciò che dicono di voler fare, lo sarebbe.
Poi si può non crederci, dire che sono bugiardi e che lo fanno solo per tornaconto personale.
Oppure dire che sono solo quattro giovanotti visionari e donchisciotteschi, e non ce la faranno mai. Si può pensare male e dire peggio.
Ma se gli accordi il beneficio del dubbio e ipotizzi che ce la possano fare, allora è una rivoluzione.
Nel PD temono più Renzi che Berlusconi…
dai renziiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
La rivoluzione, ogni volta che sento questa parola mi viene in mente il vecchietto, Numero Uno, il capo della banda di Alan Ford e sento puzza di fregatura, ma son problemi miei, lasciamo stare. Quello che volevo dare è invece un suggerimento costruttivo: si cominci la rivoluzione uscendo dalle gabbie concettuali di quella stessa sinistra che si giudica obsoleta.
1 – L’atmosfera da comari che si riuniscono ogni giovedì per il bridge e il tè coi biscotti fatti in casa. Va tutto male, non si può andare avanti così, hai visto ieri la Franca com’era vestita, mia nipote pensa che villani sai cosa le è successo al supermercato. Una lista di problemi e relative proposte di soluzione, non chiacchiere, non “declinare al futuro il verbo sognare, il verbo sperare, il verbo pensare”, se voglio ascoltare un imbonitore metto il canale di televendita e ascolto cosa mi danno gratis se compro la batteria di pentole. Ambiente, innovazione, tecnologia, per tutti, cittadini e aziende, soddisfatti o rimborsati, isole comprese.
2 – La ricerca di un’identità per contrasto. Basta con io sono io perché certe cose son contrario e non le accetto. Cos’è che vuoi, si può sapere? Gli esempi son tanti. La scuola, sono di sinistra perché quella privata deve morire. L’acqua: so che gli acquedotti fanno schifo e in alcuni posti esce merda dal rubinetto ma non dico cosa farei io, dico che non va bene far gestire la faccenda a ditte private specializzate. Il lavoro: sono di sinistra non perché so come aumentare l’occupazione, ma perché mi scaglio contro la rendita. “la repubblica democratica fondata sul lavoro e affondata sulla rendita” Ma quale rendita? Di cosa stai parlando? Rendita è tante cose: le pensioni? La ritenuta fiscale sulle plusvalenze? Gli affitti, i noleggi, la rendita domenicale dei terreni, l’usufrutto? Vuoi vietare il pagamento degli interessi sul debito, tassare la proprietà, rendita maddeche machestaiaddì?
Detto questo bisogna ammettere che un barlume di luce si vede, anche se viene da pensare che sia dovuto all’ingenuità di chi non ha (ancora) mani e piedi legati dal groviglio di impedimenti che comporta la politica vera, in un paese come il nostro dove le lobbies non sono inserite in un meccanismo di trasparenza ma occulte e felici di esserlo, un paese come il nostro dove non basta dover scendere a patti con le regioni, ma occorre sudare per una miriade di amministrazioni locali che possono firmare un pezzo di carta e metterti i bastoni fra le ruote per anni.
La “pressione fiscale allucinante a fronte di servizi non sempre all’altezza”, per esempio, una della miriade di evidenze note a qualunque cittadino che non abbia subito una lobotomia frontale, la giustizia, certo, solo a Roma ci sono tanti avvocati quanti nell’intera Francia, ma non una parola su cosa hai in mente per cavarci dalle sabbie mobili. Bene, mi ribadisci il concetto che siamo nella merda, mi assicuri che hai tutta l’intenzione di fare qualcosa, col sorriso e mettendoci faccia e cuore, bene, molto bene, e allora? Spiegami bene come faresti che da solo proprio a indovinarlo non ci riesco, non so leggere nel pensiero. Il debito pubblico? Aspettiamo che per strada scoppi la guerra come in Grecia? La concorrenza di paesi dove il lavoro costa poco e non ha diritti? Mi piace vederti sorridere, pieno di ottimismo, ma scusami tanto sono troppo vecchio per bermi cazzate tipo “la rivoluzione”.
posso dire un cosa? non la mettete giù come un affare da legulei (lo statuto del pd, bla bla bla) perché quelli vi fanno le scarpe. Fatene una buona volta una questione di politica: leader che da 15 anni perdono e hanno la responsabilità storica di non aver disciplinato il conflitto di interessi se ne devono ‘annaaaaaaaaaaaaaaa! Dovete fare gli stronzi, la rivoluzione coi guanti di velluto non si fa.
Mah, mi scappa da ridere. Quante rivoluzioni ha già scatenato a Firenze, il Renzi? A parte di cacciare i vigilini dalle strade, s’intende.
Se solo una parte di ciò che Renzi ha fatto a Firenze verrà fatto a livello nazionale, il pd potrebbe davvero cambiare volto nei prossimi anni.
Credo che alla sua iniziativa andrebbe data piena fiducia da parte di tutti coloro che hanno a cuore il futuro di questo partito, diamogli tempo, ssoteniamolo e vediamo.
Anche perchè l’alternativa mi pare sia solo quella di incarognirsi ancora di più nelle critiche lasciando tutto lo spazio politico a questi patetici dirigenti che sanno solo fingere di rimboccarsi le maniche per perpetuare la loro fallimentare gestione.
forza Renzi, forza Civati, forza ragazzi.
Non voto PD da anni, non voterò Bersani, fino a quando comanderà il finto nemico di B., ossia il baffetto unipol, il mio voto non lo vedranno più.
Purtroppo questi non si schiodano nemmeno se scendono sotto il 20%, peggio per loro e peggio per noi.
Fico, la rivoluzione dei rutelliani e dei veltroniani. Il programma: Soylent Verde per tutti!
Ah, scordavo, Orvieto era uno scandalo, Firenze un rinnovamento. Vorrei capire perche’.
Guarda, io se uno come Renzi ce la facesse, sarei anche disposto a sotterrare il mio odio per i fiorentini (che ogni buon pisano dovrebbe albergare in se’) e a votare per la prima volta in vita mia il PD.
Se fosse livornese no, non ce la farei. Ma un fiorentino si’, dai.