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Più font per tutti

di Antonio Dini

Piccola storia della tipografia e questioni linguistiche: "i font" o "le font"?

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Il problema è stato che la rivoluzione informatica del personal computer ha creato anche la nascita del cosiddetto “desktop publishing”, proprio con il Macintosh. Per la prima volta si potevano impaginare a video i testi, addirittura fare gabbie grafiche molto complesse, preparare i documenti elettronici per la stampa che, grazie a un innovativo linguaggio chiamato PostScript, da cui poi Adobe ha costruito la sua fortuna insieme ad Apple, si potevano mandare elettronicamente in tipografia e vedere realizzati in tempi brevissimi libri, giornali, brochure.
Il Mac era il primo computer che faceva vedere quello che poi si sarebbe ottenuto in fase di stampa, il primo ad introdurre le stampanti laser pensate dai geni dello Xerox Parc, il primo a consentire di cambiare carattere in tutto il sistema e nei documenti, sia come stile che come genere e dimensione.
La parola “font” al maschile è così diventata una consuetudine per tutti, in America, Regno Unito e ovviamente Italia. I francesi distinguono invece fra “police matricielle” e “fonte de caractères” mentre per i tedeschi ci sono gli “schriftart” e gli “schriftschnitt”.
Oggi è diventato tutto digitale. Font indica indifferentemente il grafema, i glifi e la loro singola manifestazione come carattere di stampa. Da qui regna sovrana la confusione fra linguisti, studiosi di arte e tecnica tipografica, i tipografi e il resto di noi che usiamo il computer. Come orientarsi? Proviamo con una guida molto semplice.

In breve: per la tipografia il grafema è la rappresentazione concreta di un glifo a cui sono state aggiunte le caratteristiche stilistiche. Il glifo è un’unità grafica elementare, il grafema invece è un elemento del testo. Se prendiamo un glifo in particolare, di quel certo stile, dimensione, corpo etc, abbiamo un font, cioè un tipo specifico di carattere.
Facciamo un esempio. La lettera dell’alfabeto scritta è un grafema (ad esempio la “c” è un singolo grafema che corrisponde a due fonemi o suoni: la “c” e la “i” che diciamo quando pronunciamo la consonante). La lettera “C” dell’alfabeto quando viene scritta utilizzando l’Helvetica è un glifo, e quando la scriviamo usando la nostra videoscrittura con la “C” dell’Helvetica a dimensione 14 punti e corpo normale è un font, cioè un particolare carattere.
Peccato che con l’avvento del computer, delle semplificazioni (e per l’Italia anche delle traduzioni) approssimative, sia diventato tutto “font”. Invece, si potrebbe al limite parlare di “polizze” e di “famiglie di fonti” e semplificare un po’ la vita a noi comuni mortali.
Anche perché con l’arrivo dell’elettronica, sono nate intere famiglie di fonti che non sono state pensate per la stampa ma solo per essere mostrate a video. E qui cambia di nuovo tutto, perché la stampa su carta è ben diversa dalla renderizzazione a video (catodico prima, Lcd ed E-Ink poi). E questo è un fattore critico quando si passa dal consumo della carta stampata (libri e giornali) a quello dei bit via internet (Kindle e il Post, ad esempio). Vediamo meglio.

Abbiamo usato, per gli esempi fatti sinora, una delle famiglie di fonti più note: l’Helvetica. Nata negli anni Cinquanta grazie a due tra i più famosi grafici progettisti di caratteri di stampa, gli svizzeri Max Miedinger ed Eduard Hoffmann, Helvetica è diventata un classico istantaneo e la sua storia è stata persino immortalata in un film-documentario di rara bellezza, realizzato da Gary Hustwit. Helvetica è una famiglia di fonti gloriosa perché pensata per rendere al massimo nella stampa su carta e su mille altre superfici. Oggi tappezza letteralmente la nostra vita nel mondo fisico. Non è così nello spazio video del digitale.
Infatti, quando il Macintosh è sbarcato nei negozi, nel 1984, il suo sistema operativo utilizzava una famiglia di fonti studiata apposta per non essere stampata da nessuna parte: Chicago. Questa famiglia di fonti doveva infatti popolare i menu e le scritte sotto le icone dello schermo a nove pollici del primo modello. A disegnarlo era stata una grafica di New York, Susan Kare, che per inciso è anche la “madre delle icone”, dato che ha creato sia per Apple che per Microsoft i disegni delle prime generazioni di icone sulla scrivania dei computer, dal cestino alla filza per documenti, comunemente chiamata cartella.
Susan Kare per l’occasione aveva creato anche altre tre famiglie di fonti: New York, Geneva e Monaco. Negli anni della prima rivoluzione digitale si erano aggiunti altri nomi di città, come Athens, London, Los Angeles, San Francisco e lo straordinario Venice, mentre la tecnologia con la quale venivano realizzati i caratteri è cambiata lentamente ma in modo radicale: dal sistema bitmap si è passati ai caratteri vettoriali realizzati come TrueType o PostScript. Chicago è stato usato dal 1984 fino al 1997, ma ancora per qualche anno nel nuovo millennioè stato possibile trovarlo ad esempio sui display dei primi iPod.
Oggi le famiglie di fonti studiate per lo schermo e quelle studiate per la stampa si incrociano e si sovrappongono. Sulle superfici digitali dell’iPad si usano caratteri nati per dare il meglio quando vengono stampate su carta, mentre sulle rotative vengono fatte correre intere famiglie di fonti che mai avrebbero pensato un giorno di poter essere stampate.
I tipografi di un tempo non avrebbero mai fatto tanti errori da principiante.

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