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Chi compra i nostri dati

di Elena Favilli

Il Wall Street Journal racconta il business dei dati personali online, e i rischi per la nostra privacy

Ogni giorno centinaia di persone setacciano la rete a caccia di informazioni da vendere alle aziende

13 ottobre 2010

La questione della privacy è uno degli aspetti più controversi e complessi tra quelli legati ai cambiamenti di internet. L’anno scorso negli Stati Uniti era uscito un libro che si chiamava The Numerati (tradotto in Italia a marzo da Mondadori con il titolo “Il potere segreto dei matematici“) e che affrontava questo problema da un punto di vista molto particolare e interessante: quello delle persone che di mestiere ogni giorno setacciano la rete a caccia di dati personali da vendere alle aziende.

I “Signori dei Numeri”, spiegava Baker, studiano ogni nostra mossa: scompongono i nostri acquisti per capire se risparmiamo, se siamo a dieta o se stiamo pensando di comprare una casa. Rovistano tra email e tabulati telefonici per tracciare i nostri spostamenti, ricostruire le nostre relazioni, individuare i valori su cui si potrebbero orientare le nostre prossime scelte elettorali. Sono una nuova intellighenzia matematica, che analizza il nostro comportamento come lavoratori, consumatori, elettori, pazienti, amanti.

Oggi il Wall Street Journal dedica un lungo articolo all’argomento, partendo da un episodio abbastanza spiacevole capitato agli utenti di PatientsLikeMe: una comunità online in cui ciascuno – dopo avere registrato il proprio account – partecipa alle discussioni in corso sui temi legati alla salute, spesso raccontando nei dettagli le proprie esperienze personali.

Era l’una del pomeriggio del sette maggio quando il sito ha iniziato a notare delle attività sospette in una delle discussioni in corso. Si erano accorti che le persone avevano iniziato a scambiarsi racconti estremamente personali legati ai loro disturbi mentali. Alcuni parlavano dei loro problemi di bipolarismo, alcuni addirittura delle loro sindromi più gravi di autolesionismo. Si trattava chiaramente di un’intrusione dall’esterno. Un nuovo membro del sito, usando un software particolarmente sofisticato, stava rastrellando e copiando ogni singolo messaggio dai forum privati di PatientsLikeMe.

Dopo averlo bloccato, PatientsLikeMe è riuscito a risalire all’identità dell’utente e ha scoperto che dietro al suo nickname si nascondeva Nielsen Co., uno degli istituti di ricerca privati più grossi del mondo. Una delle attività principali di Nielsen consiste nel monitorare le attività online di utenti che abbiano un profilo interessante per i propri clienti, tra cui anche alcune aziende farmaceutiche.

Il mercato dei dati personali è in continua espansione, spiega il Wall Street Journal, e sempre più aziende offrono tra i loro servizi quello di monitorare le conversazioni online e raccogliere informazioni riservate lasciate su social network, forum e negozi virtuali. Secondo l’istituto di ricerca Winterberry Group LLC, l’anno scorso negli Stati Uniti si sono spesi 410 milioni di dollari per ricerche di questo tipo – dette anche scraping: il verbo to scrape in inglese vuol dire appunto racimolare – per quest’anno la cifra potrebbe essere addirittura di 840 milioni.

Alcune di queste aziende raccolgono informazioni come email, numeri di telefono e fotografie per costruire profili dettagliati dei singoli individui. Altri offrono quello che viene definito “listening service”: il monitoraggio in tempo reale di centinaia di migliaia di fonti di notizie, di blog e di siti web, per vedere che cosa le persone stanno dicendo rispetto a determinati argomenti. Uno di questi servizi è offerto anche da Dow Jones & Co., l’editore del Wall Street Journal. Dow Jones raccoglie dati dal web – che possono anche includere informazioni personali contenute all’interno di articoli e post di blog – per aiutare i clienti a monitorare come sono rappresentati nei media. Ufficialmente non raccoglie informazioni associate a siti protetti da password. Lo stesso PatientsLikeMe vende informazioni collegate ai suoi utenti, ma lo fa in forma anonima.

Il problema, continua il WSJ, è che questi signori dei numeri operano in una zona grigia della legalità. Le leggi sulla raccolta di dati personali variano a seconda degli stati e negli Stati Uniti finora le sentenze della Corte Costituzionali sono state spesso contraddittorie. «Lo scraping ormai avviene ovunque, ma questo non vuol dire che non possa essere messo in discussione», spiega Eric Goldman, professore di legge alla Santa Clara University, «tutti lo fanno, ma non è totalmente chiaro che chiunque possa farlo senza permesso». Le aziende si difendono dicendo che quello che fanno non è molto diverso da quello che può fare chiunque cercando informazioni online. L’unica differenza è che loro lo fanno su vasta scala, dicono: «Prendiamo una quantità incredibilmente alta di informazioni e la trasformiamo in qualcosa di intelligente», ha detto al WSJ Chase McMichael, capo della InfiniGraph, un’azienda di base a Palo Alto, California, che offre listening services alle aziende interessate a capire i gusti dei loro consumatori.

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6 Commenti

  1. fabry86

    sinceramente io non ho capito quali sono i rischi che corriamo…

  2. idonthavetimeforthiscrap

    Beh, esempio con il sito in questione: tu ti scrivi a partientlikeme perchè hai subito un trapianto o un intervento, e questi raccolgono le tue informazioni, vedono che, ad esempio, l’intervento è costato un sacco e ti iniziano ad arrivare e-mails per prestiti, per acquisti agevolati di medicinali, per assicurazioni eccetera. Una bella rottura di scatole. Metti che tu hai l’hobby del modellismo o di collezionare qualcosa e ti iscrivi ad un forum di gente con il tuo stesso hobby, questi raccolgono i tuoi dati, vedono che hai questo hobby e iniziano ad arrivarti offerte legate a questo hobby, eccetera. Insomma si fanno i fatti tuoi per venderti roba. Irritante, imo.

  3. fabry86

    Ma se è per questo penso che sia sufficiente avere un buon antispam….

  4. sascha

    Ai giovani d’oggi, cresciuti a televisione e giochi elettronici, è discretamente difficile far capire il concetto di privacy. Quando non mettono filmati compromettenti su Youtube o Facebook pensano di non aver più problemi…

  5. mich

    @fabry86 e @idonthavetimeforthiscrap
    Quanto ha scritto idonthave e` vero, ma e` molto semplicistico.
    Il pericolo e` anche piu` subdolo: supponi che parli di un tumore che nel tuo sviluppo ti potra` rendere inabile nel giro di 6 mesi. E supponi che la tua assicurazione sanitaria lo venga a sapere (in USA le assicurazioni non sono statali, ma private ed il premio e` concordato, esattamente come in Italia con le assicurazion furto-incendio con la casa): e` chiaro che l’assicurazione al prossimo rinnovo aumentera` il premio.
    E questa e` “solo” una considerazione economica.
    Ma supponi che su tali siti (PatientsLikeMe, ma anche Facebook, Twitter o simili) posti le tue considerazioni su un figlio malato, o sui tuoi problemi di salute da giovane. E supponi che qualche anno dopo vuoi trovare un lavoro. Che succede se il tuo possibile datore di lavoro viene a scoprire di te/di tuo figlio tali informazioni? Vorra` ancora assumere una persona che puo` ricadere nella malattia? che magari dovra` assentarsi per assistere il figlio malato?

    In teoria il datore di lavoro non dovrebbe tenere in considerazione tali informazioni, … ma sfido chiunque che le conosce a non usarle (anche solo in modo inconscio).

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