Ehi, buongiorno
Quello sulle adeguate comunicazioni al consiglio di amministrazione di Unicredit è un punto, e ne riparliamo più avanti. Quello sulle mani di Gheddafi nell’economia italiana è un altro punto, del quale però non ci si può accorgere adesso. Non bastassero infatti gli incontri con gli imprenditori che il dittatore libico organizza tutte le volte che mette piede in Italia, non ci si può accorgere adesso del ruolo che la Libia ha assunto negli ultimi anni in colossi quali FIAT e Banca di Roma. Gli ottimisti dicono, come ha fatto Cesare Geronzi, che si tratta dei migliori investitori possibili, che non hanno mai interferito negli affari degli istituti di cui detengono quote importanti. Tarak Ben Ammar, imprenditore esperto di cose libiche e di cose italiane, dice che la scalata non è ostile, che “non si capisce perché i soldi non arabi non siano sospetti e invece quelli arabi lo siano” e che i fondi sovrani stanno facendo investimenti per i prossimi cinquant’anni, “per quando un giorno non avranno più petrolio”. I diffidenti dicono che nei casi di FIAT e Banca di Roma i fondi sovrani libici introdussero capitali nuovi e freschi, mentre in questo caso si sono limitati a rastrellare azioni sul mercato. E che in ogni caso stringere i colossi dell’economia italiana alla Libia rende più complicato trattare con Gheddafi sulle questioni politiche, mettendo alle strette un eventuale futuro governo italiano meno amico della Libia di quello attuale.
Le regole del gioco
Torniamo quindi alle comunicazioni dovute dal fondo sovrano libico. La legge dice che chi intende comprare una partecipazione rilevante di una società deve avvertire la Banca d’Italia e attendere la sua autorizzazione. Che cosa sia una “partecipazione rilevante” è determinato da alcune soglie percentuali: quella del 5 per cento è stata cancellata nel 2009 da una direttiva europea. Dal punto di vista legale, quindi, l’operazione sembra essere regolare. Esiste certamente invece una questione di opportunità, specie per quel che riguarda la mancata comunicazione di Profumo a Rampl dell’avanzata dei fondi libici, e considerata la nota diffidenza dei soci tedeschi nei confronti di Profumo, accusato di accentrare troppi poteri su di sé e trascurare il rapporto della banca col territorio. Da qui si arriva agli articoli particolarmente critici apparsi sulla stampa tedesca, che ha soprannominato Profumo “mister arroganza”. In tutto questo girano voci sul fatto che Profumo volesse allargare la quota dei fondi libici così da avere le mani più libere in consiglio di amministrazione, e questo contribuisce a incrinare il suo rapporto di fiducia con Rampl.
Chi comanda in Unicredit
Alzando un po’ lo sguardo, il tema che preoccupa i soci di Unicredit è il fatto che l’avanzata dei fondi libici possa determinare in un prossimo futuro un cambio di direzione agli organi di governo della banca, garantendo maggiore influenza a istituti che di fatto fanno capo a Gheddafi. Profumo ha garantito che questi cambiamenti non ci saranno e i libici “sono investitori come gli altri”. Fahrat Bengdara, vicepresidente di Unicredit e consigliere del fondo sovrano libico LIA, non ha partecipato al comitato di governance indetto qualche giorno fa per discutere dell’accaduto.
Questioni statutarie
La Libia dice che i due soggetti – la Banca centrale e il fondo LIA – decidono e agiscono ognuno per conto suo. Ma è la Libia, non la Norvegia. Unicredit dovrà decidere se collegare i due soggetti, sospendendo quindi al secondo il diritto di voto, oppure considerarli indipendenti e diversi. Poi toccherà alla Banca d’Italia capire se lo statuto sociale di Unicredit è stato interpretato nel modo corretto. Anche la Consob dovrà dire la sua specie perché, come ha raccontato Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera, un fondo sovrano che non pubblica il proprio bilancio, non ha un sito internet ed è agli ultimi posti nelle classifiche internazionali sulla trasparenza non ha grande reputazione e potrebbe aver commesso delle irregolarità nella scalata. Durante il comitato strategico di Unicredit, convocato per giovedì in vista del consiglio di amministrazione del 30 settembre, il presidente Dieter Rampl avrebbe dovuto dare i primi aggiornamenti sull’istruttoria interna volta a valutare l’impatto dell’influenza libica sulla governance della banca. Ma tutto è stato anticipato al CdA straordinario di martedì.
Do ut des?
Una settimana dopo la scalata del fondo sovrano libico a Unicredit, la Libia ha dato a Unicredit la licenza per aprire una filiale nel proprio paese. La Libia aveva annunciato all’inizio dell’anno la concessione di due licenze a banche straniere, offrendole a colossi del calibro di Hsbc, Standard Chartered, Mashreq Bank, National Bank of Dubai, Qatar Islamic Bank, oltre a Unicredit. La competizione era quella che era: la gara è stata gestita dalla Banca centrale della Libia, socia di Unicredit, il cui governatore è Farhat Omar Bengdara, vicepresidente della stessa Unicredit. Ora la banca di Profumo potrà entrare in joint venture con i gruppi finanziari locali, detenendo una quota del 49 per cento della filiale e mantenendo il pieno controllo operativo della nuova rete di sportelli.
Le pressioni su Profumo
Il comitato strategico di cui dicevamo aveva diffuso ieri un comunicato in cui comunica che si occuperà anche di “un conto economico deludente”. Poi ci sono gli esuberi, oltre quattro mila, previsti per i prossimi mesi. Dello storico scetticismo dei tedeschi abbiamo detto, così come delle critiche da parte della Lega. Diversi osservatori sostengono che la situazione sia insomma molto fluida, e che il caso Libia abbia contribuito a fare arrivare al pettine nodi che esistevano già da tempo: in gioco c’è, per l’appunto, la guida del più grande istituto di credito d’Europa, uno dei più grandi del mondo.





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