Perché è stato condannato Aldo Brancher

Rese note le motivazioni della sentenza contro il ministro dei diciotto giorni

©Mauro Scrobogna / Lapresse
17-03-2005 Roma
Politica
Senato - Riforme Costituzionali
Nella foto: Il Ministro per le riforme Roberto Calderoli con il Sottosegretario Aldo Brancher
©Mauro Scrobogna / Lapresse 17-03-2005 Roma Politica Senato - Riforme Costituzionali Nella foto: Il Ministro per le riforme Roberto Calderoli con il Sottosegretario Aldo Brancher

Sono state rese note le motivazioni della condanna nei confronti di Aldo Brancher, deputato del PdL e ministro per diciotto giorni tra giugno e luglio prima che le polemiche sull’uso della sua nomina per evitare il processo non lo costringessero invece alle dimissioni.

Brancher era stato condannato il 28 luglio a due anni di reclusione e al pagamento di una multa di quattromila euro nell’ambito di uno stralcio del processo sulla tentata scalata ad Antonveneta da parte della Banca Popolare di Lodi. Il giudice monocratico Annamaria Gatto, che ha seguito il processo con rito abbreviato svoltosi a Milano, aveva riconosciuto Brancher colpevole di due episodi di ricettazione e altri due episodi di appropriazione. Repubblica riferisce stamattina le motivazioni.

L’onorevole Aldo Brancher sapeva che i soldi della Popolare di Lodi, ai tempi guidata da Gianpiero Fiorani, avevano una provenienza illecita. Eppure li ha accettati. Un paio di volte attraverso i conti correnti della moglie, macchiandosi del delitto di appropriazione indebita, altre due volte in contanti e per i quali è stato condannato per ricettazione. In tutto oltre 600mila euro, che a lui servivano per ripianare i propri debiti o per finanziare la propria campagna elettorale, alla banca per avere l’appoggio politico a favore della scalata Antoveneta oppure per ottenere un nome gradito nelle elezioni locali.

Scrive il giudice Gatto:  «La situazione fattuale è tale da pienamente supportare il ragionevole convincimento che l’onorevole Brancher si sia seriamente rappresentato la provenienza delittuosa del denaro ricevuto ed abbia consapevolmente scelto di riceverlo, accettando – pur di non rinunciare ai vantaggi che ne ricavava – di commettere il reato di ricettazione»

Nel 2003 il direttore finanziario della Lodi, Gianfranco Boni su ordine di Fiorani, aveva dirottato verso i conti della moglie di Brancher, Luana Maniezzo, i proventi di operazioni di Borsa i cui eventuali guadagni sarebbero dovuti invece finire nelle casse della banca. Dai depositi della moglie, i soldi, circa 420mila euro considerati frutto di appropriazione indebita, sono poi passati su quelli di Brancher. «Nessun dubbio poteva avere l’onorevole Brancher che Fiorani potesse compiere altre operazioni di quello o di altro genere in pregiudizio dell’istituto». Non erano soldi che arrivano dal patrimonio personale di Fiorani e non venivano nemmeno «elargiti per mera liberalità». Erano frutto di ruberie. E le modalità di consegna dei soldi, in due casi avvenuta in contanti e in busta chiusa, «concorrono a dimostrare – scrive il giudice – che l’imputato aveva consapevolezza dell’illecita provenienza delle somme che riceveva». Si tratta soprattutto dei due episodi di ricettazione sui quattro contestati dall’accusa, per i quali Brancher è stato condannato. Il primo avvenuto nel 2001 e riferito alla busta consegnata da un uomo di Fiorani a Brancher all’Autogrill di San Donato Milanese con dentro 200mila euro da dividere con Calderoli (archiviato). E l’altro nel 2005, quando l’onorevole del Pdl si era recato nell’ufficio di Fiorani per ritirare un’altra busta con lo stesso importo da spartire sempre con il collega della Lega (sempre archiviato).