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— Cultura

La Biennale del Vuoto

di Filippomaria Pontani

"Arditi intrecci" e altre diavolerie artistiche incontrate dall'inviato del Post alla Biennale di Architettura

7 settembre 2010

Molti people sono obbligati, per diversi motivi, a meet in architecture: intendo i frequentatori di scuole, tribunali, carceri e ospedali. Se le ultime tre categorie, purtroppo, non figurano in mostra, la prima offre l’occasione per uno splendido confronto fra i collegi costruiti da Noero Wolff a Città del Capo, dove si coniugano le reminiscenze della prima architettura post-coloniale con le esigenze della sicurezza che obbliga a recintare i plessi dalla violenza delle limitrofe townships, e d’altro canto le elementari di Helsinki e Joensuu (nel Padiglione finlandese, che sempre onora il nome di Alvar Aalto), dove al contrario ci si apre al paesaggio, si accaparra la luce e si formano gli studenti destinati a essere – secondo gli indici del PISA – i più preparati del mondo. E forse le strutture che meglio rappresentano idealmente il tema della mostra sono i kibbutz: chi ha avuto occasione anche solo di mangiare in uno di essi ha vivida contezza di cosa significhi uno spazio veramente comunitario – i blocchetti di foto staccabili che pervadono il padiglione israeliano ne rendono solo una pallida, ancorché graditissima, idea.

Esistono poi padiglioni che sembrano usciti dalla Biennale 2006, dedicata alle città: i più belli sono senz’altro quello russo, che ripercorre splendori e miserie di Vyshny Volochok (colpisce l’avvolgente riproduzione a 360 gradi della forma urbis settecentesca), quello danese, che analizza il futuro di Copenhagen fino al 2047, e quello francese, che affronta i problemi di mobilità nelle bretelle attorno a Parigi Marsiglia Lione Nantes (nella presentazione di Dominique Perrault si parla – e ci risiamo – del “vuoto come materiale di protezione, ristrutturazione e costruzione della metropoli”).

Come si vede, esistono in questa Biennale anche veri spazi di riflessione concreta sul costruire: un esempio eccellente è dato, per una volta, dall’Italia. Infatti, se il contributo nostrano alla selezione internazionale è modesto (stuccano un po’ le foto del Beaubourg e del Zentrum Paul Klee e di San Giovanni Rotondo per celebrare Renzo Piano), spiccano però due realtà, una piccola e una grande. La piccola sta nei “modelli deboli di urbanizzazione” di Andrea Branzi, un’installazione deliziosa nel cuore del Palazzo delle Esposizioni, fatta di teche trasparenti che mostrano territori urbani o semi-urbani popolati da agricoltori, da alberi, da oggetti di consumo, per mettere al centro del dibattito alcuni aspetti della Nuova Carta di Atene che unisce gli urbanisti d’Europa http://www.ceu-ectp.eu/index.asp?id=112 .

La realtà grande è rappresentata dal Padiglione Italia (curato da Luca Molinari sotto il titolo palindromo Ailati), finalmente liberato da cerebrali lucubrazioni (che pure in parte sussistono nella seconda sala), e largamente recuperato alla realtà del nostro territorio. Con acume critico e coraggio, Molinari tenta un primo censimento, un bilancio delle costruzioni che negli ultimi anni si sono segnalate per compatibilità ambientale, per recupero di spazi dismessi, per riqualificazione urbana, per rispetto del paesaggio. I numerosi plastici, descritti in modo succinto ma efficace, e godibili anche dai comodi sedili annessi, sono un primo tentativo di catalogare la base di partenza di una rinascita costruttiva del nostro Paese, al di là di schieramenti ideologici o di tendenze teoriche. Giova così poter dominare in un unico colpo d’occhio, tra gli altri, il recupero del forte di Fortezza in Alto Adige, il Parco di San Donà di Piave, il recupero del Portello a Milano, le nuove case di Altedo presso Bologna, la riqualificazione di Piazza Risorgimento a Bari, la Facoltà di architettura ad Aversa, e perfino il centro di cardiochirurgia di Emergency a Khartoum. Anche quando si rimane perplessi (come per la biblioteca di Lonate Ceppino), si ricava l’impressione di un Paese più dinamico di quanto si pensi, e vieppiù si concepisce l’esigenza di approfondire – forse nella prossima Biennale? – cosa si muova anche sul piano politico-economico dietro ai progetti realizzati in Italia: si ricorderanno i casi di Santa Giulia e Napoli, ma ancora ieri la rivoltella è esplosa per Angelo Vassallo, il sindaco anti-speculazione edilizia di Pollica nel Cilento – forse, viene da pensare, è questa una delle dimensioni più urgenti dell’architettura nostrana.
In un piccolo ma efficace modellino (“Riparare fiumare”), si affronta il dramma di Giampilieri, non solo a livello di denuncia (molti ancora credono che siano crollate recenti palazzine abusive, mentre il quartiere travolto risale a cent’anni fa, e il problema sta piuttosto nell’abbandono dei terrazzamenti e nel dissesto globale della costa messinese), ma anzitutto a livello di progetto (nel Laboratorio Urbano che ha preso in carico la ricostruzione sono stati coinvolti tutte le realtà locali, financo le scuole e i bambini).

Il visitatore stremato potrà ammirare i ponti-capolavoro nel padiglione svizzero e la meta-architettura dello Studio Mumbai (dove si riproduce appunto uno studio di Mumbai, con tanto di classificatori all’indiana e vezzosi ventilatori in legno); potrà schivare i cartoni minimalisti, le banali scritte luminose alla Kossuth, gli omaggi a Le Corbusier e le logorree di Cedric Price, e guardare con scetticismo la metamorfosi del Leone d’Oro Rem Koolhaas – già profeta del junk space e del delirious New York – in paladino della conservazione delle architetture antiche. E potrà finalmente riposarsi – se non negli inarrivabili giardini persiani descritti nel padiglione dell’Iran davanti a Palazzo Grassi – almeno nei giardini delle Vergini, appena riallestiti da Piet Oudolf appositamente per una fioritura settembrina.

Se avrà ancora un po’ di birra, tornerà a contemplare i magnifici carnets di disegni veneziani di John Ruskin (nel padiglione inglese) e soprattutto salirà in battello per la ricca mostra su Giovan Battista Piranesi allestita sull’isola di San Giorgio: le sue Carceri schiudono vie verso Escher e Fritz Lang, e le sue vedute di Roma sono stupendamente appaiate alle foto di Gabriele Basilico 2010, a misurare il rapporto fra architetture, visioni e poesie di epoche distanti.

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