E poi ci sono i problemi sul fronte politico interno. La proposta di aumentare le tasse per il settore dell’industria mineraria è stato uno dei principali motivi che hanno portato alla caduta del governo di Kevin Rudd e che stanno mettendo in seria difficoltà l’attuale governo. Chi è favorevole sostiene che l’Australia non sta beneficiando abbastanza dei profitti delle aziende minerarie e chiede quindi che paghino più tasse. Ma la proposta ha trovato la forte opposizione delle aziende e dei loro lavoratori, i cui salari in media – secondo le stime dell’Australian Bureau of Statistics - sono tra i più alti del paese.
Molti sottolineano che gli enormi investimenti operati dalle aziende cinesi sono stati condotti senza considerare minimamente il loro impatto ambientale e sociale, e che per questo molte persone iniziano a temere quello che potrebbe succedere in futuro. Secondo Bob Kinnaird – ex membro del Dipartimento per l’Immigrazione e la Cittadinanza e ora consulente privato – gli interventi della Cina hanno peggiorato notevolmente le divisioni del paese sui temi di immigrazione, tasse e infrastrutture: «L’enorme crescita della presenza cinese in Australia, causata dal boom dell’industria mineraria, è stata gestita in modo molto sconsiderato. Le industrie coinvolte sono cresciute enormemente, ma a questa crescita non è corrisposto un adeguato aumento delle infrastrutture. Il risultato è che un grande numero di australiani che vivono nelle città sono molto preoccupati perché anche se gli indicatori economici dicono che le cose stanno andando bene, i reali standard di vita sembrano dire l’opposto». Secondo uno degli ultimi sondaggi svolti dal Lowy Institute for International Policy, anche se il 73 per cento degli australiani riconosce che gli investimenti cinesi hanno avuto un impatto positivo sull’economia del paese, il 57 per cento dice che la presenza della Cina ormai è troppo elevata e il 46 per cento teme che nei prossimi venti anni la Cina possa addirittura minacciare il paese con un intervento militare.
È soprattutto nei piccoli centri che gli effetti della massiccia presenza cinese sono percepiti come una minaccia. Specialmente da quando molte di queste cittadine si sono ritrovate appese per anni a progetti che non sono mai iniziati. A Wandoan, per esempio, un paesino nel Queensland tutto è fermo in attesa che la multinazionale cinese Xstrata prenda una decisione. Da anni ha pianificato un intervento per una minera di carbone da sei miliardi di dollari australiani, ma per il momento i lavori non sono iniziati. Xstrata ha comprato 70 mila acri di terreno per costruirci sette miniere. Quaranta famiglie avevano discusso a lungo prima di decidere se accettare o meno l’offerta di lasciare quelle terre in cui avevano vissuto per generazioni. Quando alla fine decisero di accettare e andarsene, come prima cosa il supermercato locale fu costretto a chiudere. A quel punto Xstrata decise di sospendere il progetto. Due mesi fa lo ha ripreso, poi si è fermato tutto di nuovo.
Dina Fraser, la cui famiglia ha gestito la farmacia locale per quaranta anni, dice che il progetto della miniera è stato tutto tranne che una benedizione per Wandoan. «Molte persone hanno perso le loro proprietà e alcuni hanno lasciato il paese», racconta «se la miniera non sarà costruita, Wandoan rischierà di scomparire». Anche gli ottomila aborigeni che vivono nel Pilbara sono a rischio. Tony Wiltshire, un meccanico che appartiene a quella comunità, spiega che i benefici degli investimenti cinesi potrebbero tranquillamente bypassare la popolazione locale: «La verità è che la discriminazione verso i locali è molto forte», dice «le grandi aziende fanno arrivare i loro lavoratori dalla Cina perché li possono pagare di meno e vedono queste miniere come progetti a breve scadenza».
Secondo Kinnaird non è niente di nuovo, «L’abbiamo già visto accadere negli anni ottanta con il Giappone: dopo aver preso quello che gli serviva, se ne andarono dall’Australia senza lasciare niente per la forza lavoro locale». Quasi tutti sono d’accordo nel dire che il governo dovrebbe costringere le aziende cinesi a costruire scuole, strade, ospedali e case nelle zone in cui lavorano, invece di limitarsi a sfruttarle con manodopera straniera a basso costo solo per il tempo necessario ai loro affari. Quelli come Boxy invece restano ottimisti: «Sono un uomo semplice, non avrei mai potuto avere una vita come quella di oggi se non fosse stato per l’industria mineraria», spiega «quando mio figlio doveva decidere che cosa studiare, gli ho mostrato tutto quello che avevo conquistato grazie al mio lavoro in miniera e ora ha deciso di studiare ingegneria: sarei felicissimo di averlo come uno dei miei capi».





Ne più ne meno di quanto fecero le grandi potenze coloniali tra il XVII e il XX secolo!