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I rischi dell’attivismo da clic

Ci si inizia a chiedere se l'impegno online corrisponda davvero a un tentativo concreto di cambiare il mondo

3 settembre 2010

Negli ultimi tempi si è discusso molto del valore dell’attivismo online. Molti hanno iniziato a chiedersi se al proliferare di appelli e petizioni digitali corrisponda davvero un reale impegno nel tentativo di cambiare le cose. E se, in ultima analisi, l’attivismo digitale, da clic compulsivo, serva davvero a qualcosa. Secondo i più critici si tratterebbe solo di una forma degradata di partecipazione civile, che ha trasformato l’impegno in una questione di clic. Da cui il dispregiativo clicktivism.

Sulle pagine del Guardian, Micah White ha scritto qualche settimana fa che il clicktivism ha alienato un’intera generazione di aspiranti attivisti, a furia di campagne inefficaci e illusorie. «Promuovendo la falsa speranza che navigare su Internet possa bastare per cambiare il mondo, il clicktivism sta all’attivismo come il McDonald’s sta a un pasto cucinato con cura: può sembrare cibo, ma gli ingredienti nutritivi più vitali si sono persi da tempo».

Tutto è più o meno iniziato nel 1998, quando una coppia di americani fondò MoveOn: Democracy in Action. All’inizio si trattava solo di un gruppo di persone che diffondevano petizioni e appelli via email (il primo fu quello con cui si chiedeva al Congresso americano di continuare a portare avanti i procedimenti per l’impeachment di Bill Clinton). Oggi MoveOn è una delle più grandi organizzazioni no profit americane, ed è da tempo considerata il modello delle nuove forme di attivismo politico e civile online. Il suo metodo sfrutta in larga parte i meccanismi del marketing, e per questo viene spesso accusato di trattare la promozione delle cause sociali allo stesso modo di quella dei rotoli di carta igienica.

Sono finiti i tempi in cui era la fede nelle idee, o la poesia dei fatti, a innescare il cambiamento sociale. Ora invece a dettare le linee sono i test A/B (un test usato nel marketing online per misurare il gradimento di due o più versioni di una stessa pagina, ndr) e i messaggi più letti. In modo ancora più tragico, per gonfiare le percentuali di partecipazione, queste organizzazioni chiedono sempre meno informazioni ai loro membri. Il risultato finale è la riduzione dell’attivismo a una serie di petizioni che cercano di sfruttare gli eventi di attualità.

Barattando la sostanza dell’attivismo con banali luoghi comuni dal sapore riformista che ottengono buoni risultati nei test di marketing, i clicktivist danneggiano qualsiasi movimento politico genuino con cui entrano in contatto. Ed espandendo le loro tattiche in territori e nicchie politiche finora incontaminati, innescano una ingiusta competizione con le organizzazioni locali che rappresentano autenticamente la voce delle loro comunità. Sono il centro commerciale dell’attivismo: facendo leva sulle economie di scala, colonizzano tutte le identità politiche emergenti e mettono a tacere le voci più radicali e meno finanziate.

Secondo molti analisti si tratterebbe di un pericolo soprattutto per la sinistra, che in questo modo rischierebbe di perdere uno dei suoi strumenti da sempre più incisivi nel confronto con la società. Se da una parte è certamente vero che internet  ha contribuito alla diffusione di informazioni e notizie di grande rilevanza che un tempo non avrebbero fatto capolino nemmeno nelle pagine dei giornali più specializzati, è forse vero che il passaggio dall’informazione alla mobilitazione presenta alcuni rischi: sempre più spesso capita infatti che i membri di queste organizzazioni perdano le loro motivazioni iniziali verificando l’inefficacia in concreto delle campagne a cui hanno partecipato, e le abbandonino tendendo a estendere quella inefficacia a qualsiasi forma di impegno politico, operando pericolose generalizzazioni.

L’attivismo digitale è un pericolo per la sinistra. Le sue inefficaci campagne di marketing finiscono solo col diffondere cinismo politico tra le persone e sottraggono attenzione ai movimenti radicali più genuini. La sostituzione di campagne consistenti con le logiche della pubblicità ha come risultato finale il progressivo diffondersi del disinteresse politico.

Un altro termine con cui ci si riferisce all’impoverimento dell’attivismo digitale è slaktivism, dall’unione dei due termini slacker e activism. In inglese slacker significa “lavativo”, con slaktivism si vuole quindi suggerire che fare attivismo online è semplicemente un modo pigro e facile per tenere a posto la propria coscienza. Le firma di una petizione su Facebook o la diffusione di qualche video connesso a cause sociali sono spesso citati come esempi di questa pratica.

Forse è arrivato il momento di porsi una domanda molto difficile: siamo sicuri che i risultati ottenuti attraverso queste campagne online valgano le perdite subite dalle organizzazioni più tradizionali, che sempre più spesso sono snobbate dalle persone che preferiscono forme più comode – ma la cui efficacia deve ancora essere tutta dimostrata – di attivismo. Non si tratta di cercare di capire se il lavoro di mille slaktivist equivale al lavoro silenzioso e spesso non riconosciuto di un solo attivista tradizionale. Il vero problema qui è capire se la sola opzione dello slaktivism possa disincentivare l’azione concreta di quelle persone che in passato si sarebbero confrontate direttamente con dimostrazioni, volantinaggio e sit-in. Spingendole a optare per una più facile sottoscrizione a qualche centinaia di cause via Facebook. Se questo sta davvero accadendo, allora vuol dire che i tanto osannati strumenti della libertà digitale ci stanno solo portando ancora più lontano dall’obiettivo di costruire una società civile e democratica.

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28 Commenti

  1. Grazie per questo articolo.
    Andiamo sempre più verso un mondo fatto di piace/non mi piace,
    di inutili social network con gente che non sa nemmeno più parlarsi se non dietro uno schermo o un sms.
    Serve gente che conosce il valore e l’umiltà delle cose che si fanno, siam stufi di inutili chiacchiere.

  2. Però facendo girare sui social network le notizie che mostrano il vero volto dei poteri (politici, commerciali, informativi) c’è la speranza che qualche disinformato si incuriosisca, e prima o poi incominci a ragionare.

  3. MattiaBresson

    i curiosi hanno sempre iniziato a ragionare, i non curiosi hanno sempre seguito il pensiero dominante.. è così da più o meno sempre, e penso che sarà sempre così..
    Andiamo verso un mondo che.. c’mon, nessuno sa verso che mondo andiamo.. facciamo già fatica a capire in che mondo stiamo vivendo, e non saremo mai d’accordo sulla sua interpretazione, figuriamoci se possiamo indovinare cosa succederà tra 10 anni (o 10 minuti..)
    Nessuno sa se il clicktivism esisterà ancora in futuro, o se diventerà una bolla destinata a scoppiare.. possiamo solo stare a guardare, in fondo non penso che possa fare del male alla sinistra più di quanto essa stessa già non faccia da anni (almeno in Italia)

  4. “Promuovendo la falsa speranza che navigare su Internet possa bastare per cambiare il mondo, il clicktivism sta all’attivismo come il McDonald’s sta a un pasto cucinato con cura: può sembrare cibo, ma gli ingredienti nutritivi più vitali si sono persi da tempo».

    Urge una dichiarazione di Francesco Costa sul tema.

  5. @Enrico Procopio: ma Francesco Costa ama Burger King:).

    Seriamente: l’articolo mette il dito nella piaga di tutti i nerds politicamente attivi, e ha ragione da vendere: il web politico è potentissimo per informare, ma può impigrire alla massima potenza, e giustificare l’inazione. Facebook e le sue cause è poi un danno in sé, imho. La cosa più odiosa è quelli che si segnano alla partecipazione agli eventi e poi – come ovvio – non ci vanno perché nemmeno hanno mai pensato di andarci….

    Però se si usa il web per cose come queste: http://riprendiamociroma.blogspot.com/ , ossia se dal virtuale si passa davvero all’azione reale, allora è un’altra cosa.

  6. niso

    Aboliamo i distributore ticket multi-servizio con gestione code in più sportelli, non sono democratici, sfavoriscono i Furbi.

  7. niso

    Aboliamo i distributore ticket multi-servizio con gestione code in più sportelli, non sono democratici, sfavoriscono i Furbi .

  8. marquinho

    Lo slackativism è sempre esistito, prima di internet aveva altre forme. Le persone che si limitano ad inoltrare un sacco di appelli digitali sono le stesse (o dello stesso tipo di quelle) che qualche anno fa facevano grandi dichiarazioni al bar o davanti alla macchinetta del caffé ma poi nel concreto non si impegnavano minimamente.
    Il vero problema è il rapporto segnale/rumore che è diventato bassissimo. Bombardato da appelli su una tizia che getta cani in bosnia, sui mangiatori di delfini nelle far oer, stipendi dei parlamentari… mi possono sfuggire segnalazioni di ben altro spessore.

  9. “il tempo è poco quindi ci sono solo per le riunioni dopo le 21″: e poi alle riunioni dopo le 21 gli stessi intervengono dicendo che il circolo, ad esempio, dovrebbe rimanere aperto 7 giorni su 7.

    Per cui poi facebook diventa un ripiego per impiegati sottoccupati, studenti e/o pensionati. Al massimo essere attivi su facebook serve solo a rafforzare una rete di relazioni già costruita. Dei 500 amici che avete su facebook forse 10-20 li avete conquistati con la vostra retorica, ma magari stanno a Brescia, Torino e Bari. L’attivismo online se fa solo opinione generalista produce poco.

    Altra cosa è l’attivismo online di moveon.org (che infatti ha due siti separati uno per le civic action e l’altro per le political action) che non ha giochi e grandi discussioni e serve a costruire azioni sul territorio. Leggo ad esempio dei TeaParty che laddove i democratici hanno vinto di poco dividono il collegio in microzone e mandano i volontari a parlare porta a porta con i vicini dandogli istruzioni (online, ma anche con incontri formativi di persona) su come scegliere le case, cosa dire, cosa portare, come vestirsi, etc. Così si costruisce un radicamento territoriale e (forse) si riesce a spostare il collegio.

    E poi diciamocela chiara: su Facebook sinistra batte destra 70 a 1, ma se guardate i sondaggi la destra è ben salda sopra al 40% e noi arranchiamo al 36% (con tutta l’armata brancaleone, ehm, nuovo ulivo). Per cui…

    Ciao
    Stefano

  10. vbertola

    Riporto il commento che ho già lasciato sul blog di Mantellini:

    ====
    Stiamo parlando della stessa Italia dove 800.000 firme raccolte su un sito di petizioni gratis hanno portato all’abolizione dei costi di ricarica sui cellulari?

    Comunque il problema è noto – e lo dico da attivista del Movimento 5 Stelle, per cui la rete e Facebook in particolare è il principale strumento per organizzarsi e chiamare a raccolta le persone. La domanda ce la poniamo anche noi, siamo ovviamente abituati a vedere molte adesioni online e poco attivismo reale, e questo porta a due scuole di pensiero – c’è chi dice che l’attivismo “click-only” dovrebbe essere ridimensionato, facendo valere solo la presenza in piazza, e chi dice che comunque è fondamentale e va coltivato lo stesso, perché comunque fa informazione e crea consenso che poi si materializza di botto nel momento topico (vedi elezioni regionali), e se mai è la manifestazione di piazza a diventare uno strumento sempre più obsoleto.

    Dopodiché sappiamo benissimo che, per dirne una, i nostri esponenti più noti sono in testa o quasi alle primarie del Fatto per i candidati sindaco del 2011 ma che la realtà è ben diversa, e che dunque c’è bisogno di uscire dal virtuale ed entrare nel reale. Intanto, però, il virtuale può creare facilmente moti di opinione che poi, nemmeno troppo di rado, il salto nel reale lo fanno eccome.

    Il resto lo dico stasera: abbiamo fatto (apertamente e pubblicamente) un po’ di battage per mobilitare qualche decina di persone ad accogliere degnamente “mr. 11 legislature in famiglia” Fassino e “fronte del riporto” Schifani alla festa nazionale del PD, oggi pomeriggio in piazza Castello a Torino, e chiedere dove sono finite le 350.000 firme per la legge di iniziativa popolare contro i condannati e i matusalemme in Parlamento, che giacciono al Senato da tre anni. Vediamo se si materializza nella realtà un piccolo “flash mob” o no?

  11. ziodave

    vbertola, la tua affermazione sui costi di ricarica mi ricorda quella favola di La Fontaine della mosca e il nocchiere…

    http://it.wikisource.org/wiki/Favole_%28La_Fontaine%29/Libro_settimo/IX_-_La_Carrozza_e_la_Mosca

  12. ziodave

    Mi è scappata una n, volevo dire cocchiere, naturalmente.

  13. geka

    un grillo che si trasforma in mosca…
    quoto ziodave…

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