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I rischi dell’attivismo da clic

Ci si inizia a chiedere se l'impegno online corrisponda davvero a un tentativo concreto di cambiare il mondo

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Negli ultimi tempi si è discusso molto del valore dell’attivismo online. Molti hanno iniziato a chiedersi se al proliferare di appelli e petizioni digitali corrisponda davvero un reale impegno nel tentativo di cambiare le cose. E se, in ultima analisi, l’attivismo digitale, da clic compulsivo, serva davvero a qualcosa. Secondo i più critici si tratterebbe solo di una forma degradata di partecipazione civile, che ha trasformato l’impegno in una questione di clic. Da cui il dispregiativo clicktivism.

Sulle pagine del Guardian, Micah White ha scritto qualche settimana fa che il clicktivism ha alienato un’intera generazione di aspiranti attivisti, a furia di campagne inefficaci e illusorie. «Promuovendo la falsa speranza che navigare su Internet possa bastare per cambiare il mondo, il clicktivism sta all’attivismo come il McDonald’s sta a un pasto cucinato con cura: può sembrare cibo, ma gli ingredienti nutritivi più vitali si sono persi da tempo».

Tutto è più o meno iniziato nel 1998, quando una coppia di americani fondò MoveOn: Democracy in Action. All’inizio si trattava solo di un gruppo di persone che diffondevano petizioni e appelli via email (il primo fu quello con cui si chiedeva al Congresso americano di continuare a portare avanti i procedimenti per l’impeachment di Bill Clinton). Oggi MoveOn è una delle più grandi organizzazioni no profit americane, ed è da tempo considerata il modello delle nuove forme di attivismo politico e civile online. Il suo metodo sfrutta in larga parte i meccanismi del marketing, e per questo viene spesso accusato di trattare la promozione delle cause sociali allo stesso modo di quella dei rotoli di carta igienica.

Sono finiti i tempi in cui era la fede nelle idee, o la poesia dei fatti, a innescare il cambiamento sociale. Ora invece a dettare le linee sono i test A/B (un test usato nel marketing online per misurare il gradimento di due o più versioni di una stessa pagina, ndr) e i messaggi più letti. In modo ancora più tragico, per gonfiare le percentuali di partecipazione, queste organizzazioni chiedono sempre meno informazioni ai loro membri. Il risultato finale è la riduzione dell’attivismo a una serie di petizioni che cercano di sfruttare gli eventi di attualità.

Barattando la sostanza dell’attivismo con banali luoghi comuni dal sapore riformista che ottengono buoni risultati nei test di marketing, i clicktivist danneggiano qualsiasi movimento politico genuino con cui entrano in contatto. Ed espandendo le loro tattiche in territori e nicchie politiche finora incontaminati, innescano una ingiusta competizione con le organizzazioni locali che rappresentano autenticamente la voce delle loro comunità. Sono il centro commerciale dell’attivismo: facendo leva sulle economie di scala, colonizzano tutte le identità politiche emergenti e mettono a tacere le voci più radicali e meno finanziate.

Secondo molti analisti si tratterebbe di un pericolo soprattutto per la sinistra, che in questo modo rischierebbe di perdere uno dei suoi strumenti da sempre più incisivi nel confronto con la società. Se da una parte è certamente vero che internet  ha contribuito alla diffusione di informazioni e notizie di grande rilevanza che un tempo non avrebbero fatto capolino nemmeno nelle pagine dei giornali più specializzati, è forse vero che il passaggio dall’informazione alla mobilitazione presenta alcuni rischi: sempre più spesso capita infatti che i membri di queste organizzazioni perdano le loro motivazioni iniziali verificando l’inefficacia in concreto delle campagne a cui hanno partecipato, e le abbandonino tendendo a estendere quella inefficacia a qualsiasi forma di impegno politico, operando pericolose generalizzazioni.

L’attivismo digitale è un pericolo per la sinistra. Le sue inefficaci campagne di marketing finiscono solo col diffondere cinismo politico tra le persone e sottraggono attenzione ai movimenti radicali più genuini. La sostituzione di campagne consistenti con le logiche della pubblicità ha come risultato finale il progressivo diffondersi del disinteresse politico.

Un altro termine con cui ci si riferisce all’impoverimento dell’attivismo digitale è slaktivism, dall’unione dei due termini slacker e activism. In inglese slacker significa “lavativo”, con slaktivism si vuole quindi suggerire che fare attivismo online è semplicemente un modo pigro e facile per tenere a posto la propria coscienza. Le firma di una petizione su Facebook o la diffusione di qualche video connesso a cause sociali sono spesso citati come esempi di questa pratica.

Forse è arrivato il momento di porsi una domanda molto difficile: siamo sicuri che i risultati ottenuti attraverso queste campagne online valgano le perdite subite dalle organizzazioni più tradizionali, che sempre più spesso sono snobbate dalle persone che preferiscono forme più comode – ma la cui efficacia deve ancora essere tutta dimostrata – di attivismo. Non si tratta di cercare di capire se il lavoro di mille slaktivist equivale al lavoro silenzioso e spesso non riconosciuto di un solo attivista tradizionale. Il vero problema qui è capire se la sola opzione dello slaktivism possa disincentivare l’azione concreta di quelle persone che in passato si sarebbero confrontate direttamente con dimostrazioni, volantinaggio e sit-in. Spingendole a optare per una più facile sottoscrizione a qualche centinaia di cause via Facebook. Se questo sta davvero accadendo, allora vuol dire che i tanto osannati strumenti della libertà digitale ci stanno solo portando ancora più lontano dall’obiettivo di costruire una società civile e democratica.

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