A cosa possono puntare Israele e Palestina
I più disincantati, e sono molti, dicono che israeliani e palestinesi puntano solo a portare avanti un po’ le trattative per poi incolparsi a vicenda del fallimento degli accordi. La Barriera israeliana costruita da Sharon, da sempre contestata dai palestinesi – ma anche, e proprio per questa ragione, dalla destra israeliana – potrebbe rivelarsi un insolito alleato: è difficile che Netanyahu possa trattare su un confine che oltrepassi quello del Muro, che ingloba intorno all’8% della Cisgiordania.
Dal fallimento della seconda intifada – e la costruzione del Muro che ha portato alla fine degli attentati suicidi – l’opinione pubblica israeliana e internazionale è molto meno propensa a qualunque concessione, sia perché nel 2002 i palestinesi hanno mostrato di puntare sulla lotta armata sia perché questa lotta armata è diventata molto meno efficace, e la moneta di scambio della fine del terrorismo ha perso di valore. È un ragionamento cinico, ma è così che viene percepito dalla società israeliana: è perciò bene che Netanyahu abbia un confine psicologico oltre al quale gli sarà difficile fare richieste territoriali.
I palestinesi cercheranno di strappare agli israeliani la stessa proposta fatta a Taba nel 2001, che è stata la migliore mappa della Cisgiordania mai presentata da Israele. In realtà, a parte qualche porzione di territorio e una piccola percentuale di terra israeliana da dare ai palestinesi in cambio, le due cartine non sono molto diverse: tranne per la faccenda di Gerusalemme.
Gerusalemme
È la questione più difficile da risolvere, non perché non ci sia una soluzione, ma perché Israele non è disposto a metterla in atto, in particolare questo governo non lo è.
Netanyahu ha detto più e più volte nel corso degli anni che Gerusalemme deve essere indivisibile, e ha sempre criticato qualunque leader politico che abbia fatto qualsiasi tipo di concessione sulla città. D’altra parte i palestinesi non accetteranno mai uno Stato che non abbia Gerusalemme Est, al Quds, per capitale, e la gestione – nella peggiore delle ipotesi a livello internazionale – del Monte del Tempio.
Oggi, però, si è aperto un piccolo spiraglio: Ehud Barak ha parlato di concessioni territoriali che Israele potrebbe fare su Gerusalemme. Come detto, Netanyahu ha detto sempre il contrario, ed è probabile che questa sia soltanto una mossa per accontentare i mediatori americani, ma è un timido miglioramento rispetto alle posizioni registrate fino a ora.
E Hamas?
Come prevedibile l’organizzazione fondamentalista islamica che controlla la Striscia di Gaza ha detto in più occasioni che è sbagliato partecipare a questi colloqui diretti, e che la decisione di trattare è un tradimento degli interessi del popolo palestinese. La speranza degli osservatori internazionali è che un eventuale accordo di pace siglato da Abu Mazen per i confini della Cisgiordania potrebbe spingere Hamas a usare Fatah come capro espiatorio, e giustificare il proprio riconoscimento dello Stato d’Israele biasimando – di fronte alla propria opinione pubblica – il partito di Abu Mazen delle eventuali concessioni fatte. In questo senso l’esclusione di Hamas dai colloqui potrebbe essere una buona notizia: d’altra parte, l’organizzazione islamista potrebbe provare a fare ciò che è in suo potere per cercare di minare le trattative, come è stato per l’attentato di ieri a Hebron, il peggiore negli ultimi due anni.
Gaza
Data questa disposizione dell’attuale amministrazione a Gaza, è molto difficile che un accordo possa riguardare nel dettaglio anche le sorti della Striscia. Effettivamente le trattative, per quello che se ne sa, verteranno quasi esclusivamente sulla Cisgiordania: ciò non è solamente dovuto alla faida fra le due principali fazioni palestinesi, ma anche perché su Gaza c’è molto poco da trattare: non c’è più nessuna colonia israeliana nella Striscia, e gli accordi sulla demilitarizzazione, sullo spazio aereo e sul controllo dei confini potrebbero essere ratificati, per estensione, da Abu Mazen. Nel caso di un accordo, e della normalizzazione della situazione a Gaza, sarà costruito un passante da Beit Hanoun – nel nord della Striscia – alla parte sudoccidentale della Cisgiordania, nella provincia di Hebron, che dovrebbe essere gestito dalle forze di sicurezza palestinesi e vigilato esternamente dagli israeliani.







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