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È morto Laurent Fignon

di Giovanni Fontana

Nella primavera scorsa, a non ancora cinquant'anni, aveva scoperto di avere un cancro ai polmoni e all'apparato digerente

Aveva vinto due Tour de France e un Giro d'Italia, ma soprattutto ne aveva persi immeritatamente altri due

31 agosto 2010

Ogni sport ha il suo professore, nel calcio era Franco Scoglio, nell’automobilismo Alain Prost – il ciclismo aveva Laurent Fignon. Non che Fignon avesse una condotta di corsa particolarmente ragionata, anzi, quando c’era da attaccare non se lo faceva dire due volte; ma correva con gli occhiali per una forte miopia e tanto bastava. Aveva un cancro ai polmoni, scoperto nella primavera scorsa, ed è morto oggi.

Passato professionista all’inizio degli anni ’80, cominciò a distinguersi non soltanto per gli occhialetti rotondi, ma anche per quella coda di cavallo che negli ultimi anni della sua carriera era andata via via scomparendo. Qualcuno disse che fu proprio per quella treccia, così poco aerodinamica, che perse il Tour de France del 1989 per otto secondi – tutt’ora il più piccolo distacco con cui è stato vinto, o perso, un Tour – da Greg LeMond, che nella cronometro finale indossò un caschetto affusolato, come poi cominciarono a fare tutti i corridori.

Era appunto dell’ultima generazione prima dell’avvento del ciclismo tecnologico, ma anche di quello della sfrenata specializzazione: nei suoi dodici anni di carriera vinse anche diverse classiche, due Milano-Sanremo e una Freccia Vallone, su tutte. Il meglio, però, lo dava nelle grandi corse a tappe: assieme a Bernard Hinault è stato l’ultimo corridore francese con un talento puro, ma con un carattere molto più impulsivo del metodico Hinault. Fignon è tutt’ora l’ultimo francese ad aver vinto il Giro d’Italia, nell’89. Ne meritava un altro, quello del 1984, che un percorso particolarmente favorevole – assieme ad alcune opinabili decisioni dei giudici di gara – regalarono al tenace e ostinato Francesco Moser.

Dopo la disfatta dell’89 non riuscì più ad andare forte, e pochi anni dopo si ritirò. Diventò commentatore per la TV francese, conservando la schiettezza che l’aveva contraddistinto negli anni delle corse, che gli valse qualche antipatia e la nomea di criticone. Quest’anno, già malato, aveva commentato il Tour – probabilmente sapendo che sarebbe stato il suo ultimo – con già i sintomi della chemioterapia e la voce mutata. Qualche mese prima aveva pubblicato la propria autobiografia: Eravamo giovani e incoscienti.

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8 Commenti

  1. ubar

    Ricordo una volta che giunse al traguardo talmente in ritardo che si trovò ad incrociare gli spettatori che stavano tornando a casa. Voleva finire a tutti i costi la tappa, mentre avrebbe potuto facilmente salire sull’ammiraglia della squadra e finirla lì. Tra gli spettatori qualcuno addirittura lo prese in giro. Fignon è morto, viva Fignon.

  2. franco1

    Ci mancherà!

  3. winniepooh

    Saputa la notizia stavo per piangere. Non mi succedeva da tempo. Un personaggio della mia gioventú che se ne va. Era un grande ciclista, troppo sfortunato, poco amato. Si é trovato davanti Hinault degli ultimi anni, che vinse il giro 1985, e lo ha battuto. Si é trovato il Moser Conconiano (quello delle ruote lenticolari e di chissá cos´altro, io ero un suo tifosissimo) e ha perso all´ultima cronometro di Verona nel 1984 dopo aver dominato sulle Alpi. Si é trovato Lemond (altro miracolato) con il manubrio futuristico e ha perso 8 secondi a Parigi. Non ha mai negato di essersi dopato (beccato due volte), ma non ha fatto il divetto dispettoso e bambino (vedi Pantani, mi dispiace dirlo) e a fino carriera ha accettato di fare il gregario di Gianni Bugno.
    Veramente un grande campione di altri tempi.
    Au revoir, Laurent!

  4. vark

    Che tristezza.
    All’epoca ero uno sfegatato tifoso di Fignon. Per forza. Aveva gli occhiali, la coda e l’aria intelligente e un po’ snob, in un mondo pieno di Ciao-Mamma-sono-arrivato-uno. Era come Bonnie Prince Billy a Sanremo, in gara contro la Pausini, Nek e Gigi D’Alessio.
    Ho odiato Moser e Lemond, che non meritavano, e li odio ancora adesso per quelle ultime tappe a cronometro stronze messe lì apposta per favorire i mediocri.

    È una banalità, ma in questo caso è vero.
    Son sempre i migliori che se ne vanno.

  5. stradedifrancia

    Fignon era uno che non te la mandava dire. Untipo schietto. Già si è parlato delle sue dichiarazioni sul doping.

    Quando decideva di fare qualcosa lo faceva fino in fondo, così decise di rendere pubblico la propria malattia per dare coraggio e pseranza agli altri malati (cosi diceva). Per far vedere che non erano soli. Fino ad un mese stava lì ai microfoni di France Television. Ciao Laurent!

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