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Cosa diceva Berlinguer

Il discorso al Convegno degli intellettuali del 1977 sulla "politica di austerità e di rigore"

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Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base.

Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, ne deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo – ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio – quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova.

Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta (e di necessità, per la sua stessa natura) certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo cosi ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale.

Proprio perché pensiamo questo, occorre riconoscere, a me sembra, che finora la politica di austerità non è stata presentata al paese, e ancor meno attuata, dentro tale spirito non di rassegnazione, ma di consapevolezza e di fiducia. E se possiamo ammettere – dobbiamo ammettere, anzi – che vi sono state e vi sono a questo proposito manchevolezze e oscillazioni del movimento operaio e anche del nostro partito, tuttavia le deficienze principali sono da imputare alle forze che dirigono il governo del paese.

Non voglio qui esaminare i vari provvedimenti di politica economica attuati o in preparazione da parte del governo, ne ricordare il nostro atteggiamento su di essi. Sono note le posizioni, a volte favorevoli a volte critiche, assunte dal nostro partito sui diversi aspetti della politica economica governativa. Del resto, proprio in questa sala, come sapete, nostri autorevoli compagni qualche giorno fa hanno fatto il punto – in un positivo

confronto con esponenti di altri partiti, con illustri economisti e alla presenza, anche, dei rappresentanti del governo – sul quadro economico complessivo e sugli interventi da compiere da parte del governo e dei partiti.

Voglio invece ribadire una critica di ordine generale che noi comunisti continuiamo a fare, non possiamo non continuare a fare, all’azione del governo. La politica di austerità è tuttora viziata, infatti, da carenze di vigore, di coraggio e di respiro. Ad esempio: non si è saputo ancora suscitare il necessario movimento di opinione e di massa contro gli sprechi. Contro gli sprechi in senso diretto, che sono ancora enormi (si pensi all’energia o all’organizzazione sanitaria) e contro gli sprechi in senso indiretto e lato, come quelli che derivano dal lassismo nelle aziende, nelle scuole e nella pubblica amministrazione; o come quelli, qui denunciati con particolare rigore dai professori Carapezza, Nebbia, Maldonado e da altri, derivanti da imprevidenze, di cui avvertiamo oggi tutto il peso, e da errori enormi compiuti nella politica del suolo, del territorio, dell’ambiente; o dalla trascuratezza nel campo della ricerca. C’è tutta un’azione amplissima contro gli sprechi e per il risparmio in ogni campo che avrebbe bisogno dello stimolo, della direzione, dell’iniziativa continua di un governo che sapesse davvero esprimere l’autorevolezza politica e morale oggi indispensabile.

Non è un caso, certo, che tutto ciò sia mancato o sia stato carente, giacché un’azione simile non si organizza solo con la propaganda, che pure va fatta, e non la si fa abbastanza, ma richiede che siano individuati e colpiti precisi interessi costituiti, una gran parte dei quali sta alla base del mantenimento del sistema di potere della Democrazia cristiana.

Ma è evidente, soprattutto pesa assai negativamente, l’angustia di prospettive che caratterizza la politica di austerità chiesta e fatta finora dal governo. Sta qui il punto di massima differenziazione tra noi e gli esponenti governativi e i gruppi economici dominanti. In costoro, al fondo, vi è uno stato d’animo di resa, cioè qualcosa che sta agli antipodi di ciò che occorrerebbe per ottenere l’adesione convinta del popolo a certi sacrifici necessari. Il paese avrebbe bisogno, per compiere uno sforzo adeguato, di veder chiaro davanti a sé, o quanto meno di vedere chiari alcuni elementi fondamentali di una prospettiva nuova. E invece gli esponenti delle vecchie classi dominanti e molti uomini del governo, quando arrivano a tanto, non sanno andare più in là dell’obiettivo di riportare l’Italia sugli stessi binari su cui procedeva lo sviluppo economico prima della crisi.

Come se quelle vie e quei modi dello sviluppo possano rappresentare ancor oggi un ideale di società da perseguire, e come se, soprattutto, la crisi di questi anni e di oggi non fosse esattamente la crisi di quel modello di società (crisi in atto non solo in Italia, ma anche, in forme sia pure diverse, in altre nazioni europee). È molto chiara per noi la ragione di queste carenze di vigore, di coraggio, di respiro e di prospettiva nella politica di austerità di cui prima ho parlato. In tali carenze noi vediamo l’evidenza di un processo storico che è segnato dal declino irrimediabile della funzione dirigente della borghesia e dalla conferma che tale funzione dirigente già comincia a passare al movimento operaio, alle forze popolari unite: naturalmente a una classe operaia, a masse popolari, che dimostrino la maturità necessaria per presentarsi a provare al paese intero di essere una forza che democraticamente guida l’intera società alla salvezza e alla rinascita. Ciò richiede che nelle file stesse del movimento operaio, e nelle sue organizzazioni economiche e politiche, si eserciti più ampiamente e più responsabilmente uno spirito autocritico che porti al superamento di quegli atteggiamenti negativi e fuorvianti, o di subalternità o di estremismo, che pesano in misura ancora non trascurabile e che nel concreto, poi, ostacolano la soluzione positiva di problemi di bruciante attualità, quali il risanamento economico, produttivo, finanziario della società e dello Stato.

Per impegnarci in un progetto di rinnovamento della società, e per fare la proposta di mettersi al lavoro per definirlo, non potevamo attendere che, prima, maturassero nei partiti le condizioni per un nostro ingresso nel governo. Questa esigenza, lo ribadiamo, rimane più che mai aperta. Ma intanto e subito noi abbiamo il dovere di prendere le opportune iniziative, che rispondono a non rinviabili necessità di lotta del movimento operaio e a non procrastinabili interessi generali del paese, anche nell’ambito dell’attuale quadro politico, che, pur con tutte le sue insufficienze, è un quadro profondamente influenzato dagli effetti positivi dell’avanzata popolare e comunista di questi anni, in particolare di quella del 20 giugno.

La proposta del progetto nasce anche da una esigenza interna al movimento operaio: quella di evitare che non si comprendano bene le ragioni oggettive, l’obbligo di una politica di austerità, oppure che si corra il rischio di adagiarsi nella quotidianità, di assuefarsi al piatto tran-tran del giorno per giorno. Ma nasce soprattutto da una esigenza generale, di tutta la nazione, di avere finalmente un orizzonte diverso e dei concreti punti di riferimento.

La fase attuale della nostra vita nazionale è certo gravida di rischi, ma essa offre a noi tutti la grande occasione per un rinnovamento. Questa occasione non può essere perduta: essa è la più grande, forse, – sia detto senza retorica, – che si presenti al popolo italiano e alle sue più serie forze politiche da quando è nata la nostra repubblica democratica.

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