Arrivo a Sodeco, dove i lamentevoli resti di una splendida magione ottocentesca ospiteranno il Museo della memoria di Beirut, progetto nato in associazione con il comune di Parigi (del resto, presso il Centro culturale francese, proprio lungo la via di Damasco, una mostra di Gilbert Hage raccoglie splendide foto della capitale in macerie). Si ode ancora qualche raffica isolata, in lontananza. Questi festeggiamenti. Ho deciso che dopo cena tornerò a Hamra per assistere a un concerto di oud del promettente giovane Mustafà Said. Il tassista mi chiederà le solite diecimila lire (per uno strano ricorso, le lire libanesi valgono oggi grosso modo quanto le nostre vecchie lire soppiantate dall’euro) e cercherà di raccogliere per strada altri passanti diretti verso il medesimo quartiere. In un inglese confuso, mi chiederà se ho sentito gli spari, e intrufolerà due parole “problem in Beirut, problem”. Null’altro apprenderò al concerto, nulla dai camerieri intenti a seguire l’attesissimo messaggio di Nasrallah, nel quale il capo sciita invoca armi e protezione dai paesi arabi e – prevedibilmente – dall’Iran.
Solo l’indomani, dai giornali del mattino, avrò la misura del mio errore. Quegli spari erano in realtà un conflitto a fuoco scoppiato nel quartiere di Burj Abi Haidar, per un pretesto qualsiasi: un capoccia locale di Hezbollah voleva parcheggiare la macchina dinanzi a una moschea tradizionalmente in uso alla fazione sunnita Al Ahbash: dall’alterco alle armi automatiche il passo è stato breve, e almeno tre persone sono rimaste uccise, scatenando piccoli focolai di scontri in tutta Beirut ovest, come non accadeva dal maggio 2008 (quando il governo tentò di smantellare il network delle telecomunicazioni di Hezbollah). È poi intervenuto subito l’esercito, prevenendo l’escalation con posti di blocco e spari in aria. Le autorità di ambedue le organizzazioni si sono affrettate a ridimensionare la portata della scaramuccia, qualificandola come “personale e non politica né religiosa”. Ciò che colpisce è che la notizia rimarrà praticamente sconosciuta ai media occidentali, meriterà un titolo su Haaretz, e viceversa campeggerà cubitale sulle prime pagine del “Daily Star”, de “L’Orient le jour” e di “Al-Balad”, per non citare che i quotidiani libanesi che escono in un’edizione inglese o francese. Sui piombi di quelle pagine si disegna il rinnovato terrore della china inarrestabile, il fantasma delle pallottole che costellano un passato recentissimo.
Lebanon, pity the nation (come recita il titolo del bel saggio di Robert Fisk). Con l’eccezione – parziale – di Belgrado e Sarajevo, a nessun’altra città nella nostra parte di mondo è toccato nel Dopoguerra di risorgere dopo anni di sparatorie e bombardamenti, condotti con una furia distruttiva che ha rivelato gli aspetti più animaleschi della natura umana. Nessuna città in assoluto ha vissuto così a lungo nel terrore da perdere larga parte dei propri abitanti, e tutte le speranze: chi legga il breve City Gates di Elias Khoury (l’autore di Yalo, edito in Italia da Einaudi) avrà un’idea, per quanto letteraria, della dimensione biblica di questo fenomeno; chi guardi certe scene delle crude fantasmagorie di Christophe Karabache avrà contezza della penetrazione dei kalashnikov nella carne viva del Paese.
Ma ora che tutto questo, esternamente, sembra alle spalle, il sentimento della precarietà dell’equilibrio conquistato è pervasivo, forse non impediente ma ubiquo, e si riflette – più ancora che nel fatalismo degli abitanti – in un discorso pubblico che si sostanzia dell’appeasement come di un mantra, nella consapevolezza che i conti non sono stati chiusi, e forse non si chiuderanno mai: perché altrimenti proibire all’ultimo momento, nel sullodato Festival cinematografico, la proiezione di Chou sar?, il documentario di De Gaulle Eid che attraverso una storia personale alza i tappeti sotto i quali l’amnistia del 1993 ha frettolosamente coperto le lacrime e i rancori della guerra civile?
Un mantra chiaramente troppo debole per soddisfare i cittadini continuamente sottoposti – specie in estate – al razionamento della corrente elettrica, fonte di grandi affari per la mafia dei generatori, e facile sponda per chi (come Nasrallah nel messaggio di ieri) invoca la tecnologia iraniana per costruire una centrale nucleare in Libano; troppo debole per dare una prospettiva agli abitanti del quartiere armeno senza speranza di libertà, effigiati da Vatche Boulghourjian nel cortometraggio che ha vinto il Festival du Film; troppo debole, a maggior ragione, per placare i Palestinesi che vivono da decenni in condizioni spaventose nei campi profughi di Sidone, di Tiro, di Tripoli – quest’ultimo, Nahr-el-Bared, in fase di ricostruzione con l’aiuto degli Europei (e degli Italiani in particolare) dopo i gravissimi scontri del 2007, durante i quali il campo fu bombardato dall’esercito.
Ma in quel mantra, e nella scommessa quasi inconsulta di un Paese come il Libano di oggi, sta forse l’unica remota speranza di una pace in Medio Oriente. Ci penserò domani, lontano da qui, con più calma; ma intanto me ne illudo contemplando il gusto raffinato delle famiglie sedute nei tavolini dell’Étoile, l’eleganza perfetta (nulla da invidiare alla fumante Milano: semmai il contrario) delle giovani coppie di ogni religione che entrano al “Buddha”, locale notturno fra i più ambiti. Siamo a pochi passi dalla moschea di Omar (che è, tal quale, la cattedrale dei Crociati persa ai mamelucchi nel 1291), e a pochissimi passi dagli scarsi resti di quella che è stata – all’epoca del tardo impero – la scuola di diritto più importante della storia.





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