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— Economia

Il caos fa bene a FIAT?

Scioperi, Fabbrica Italia che non decolla, calo delle vendite. Dal momento di difficoltà del Lingotto dipende il futuro dell'azienda

26 agosto 2010

Oggi Sergio Marchionne interverrà al Meeting di Rimini e c’è molta attesa per il suo discorso. L’amministratore delegato di FIAT farà probabilmente un primo bilancio del progetto Fabbrica Italia, il piano per rafforzare la produzione di auto nel nostro paese, e difficilmente potrà sottrarsi dal commentare la complessa vicenda dei tre operai di Melfi licenziati e reintegrati dal giudice del lavoro, ma di fatto impossibilitati a svolgere le loro mansioni nello stabilimento.

Dopo gli anni difficili della rimonta e del paventato fallimento, FIAT sembra essere nuovamente in difficoltà su più fronti, e ci si chiede se il caos che si sta formando intorno alla società possa essere salutare per temprare l’azienda e prepararla alle prossime sfide, come raccontano oggi in prima pagina sul Foglio.

A venti giorni dall’assemblea che sancirà la separazione tra la FIAT Auto e il resto della casa, il gruppo vive una situazione complessa, tale da compromettere le prospettive di Fabbrica Italia, almeno a detta di alcuni analisti. A Melfi, tanto per cominciare, si farà ricorso alla Cassa integrazione dal 22 settembre al 3 ottobre «per adeguare i flussi produttivi alla domanda di mercato». Ovvero, come dimostrano i dati di luglio, in cui per la prima volta da tempi immemorabili non c’è una sola FIAT nella top ten dei modelli più venduti in Europa, le auto di Mirafiori non incontrano il favore del mercato.

Il calo delle vendite potrebbe avere dunque forti ripercussioni su Fabbrica Italia. Il piano prevede la produzione nel nostro paese di 1,4 milioni di veicoli, ma si stima che entro fine anno il numero di vetture assorbite dal mercato italiano sarà solamente intorno alle 600mila. Secondo alcuni analisti, il polverone sollevato a Melfi avrebbe consentito a FIAT di mantenere in ombra i possibili problemi di mercato per la società nel lungo periodo.

«Tutta la vicenda FIAT, Melfi compresa, – spiega l’analista Ernest Ferrari sul Foglio – ha assunto una dimensione molto mediatica con l’effetto di creare una situazione tale per cui Marchionne può dire: signori, io ci ho provato, ma non è possibile fare auto in Italia.»

Il confronto duro con la FIOM, il sindacato, non sta comunque danneggiando più di tanto la società, almeno sul piano della produzione. I modelli che riscuotono maggiore successo come FIAT 500 e Panda sono al momento prodotti negli stabilimenti di Tichy, in Polonia, mentre in Italia i numerosi scioperi a Melfi hanno consentito alla società di non ricorrere alla Cassa integrazione perché le agitazioni hanno provocato «fisiologicamente i tagli produttivi necessari». Salvo cambiamenti di rotta condizionati dalle forti pressioni ricevute negli ultimi giorni da ambienti del lavoro, politica e istituzioni, Marchionne sembra essere intenzionato a seguire la via dell’intransigenza e della severità per cercare di mantenere l’ordine in fabbrica.

I problemi di Melfi e il calo delle vendite sono il primo banco di prova per Fabbrica Italia, ma senza forti elementi di novità l’intero progetto potrebbe arenarsi prematuramente. Nei primi anni Ottanta, FIAT riuscì a risollevare le proprie sorti grazie ad alcuni modelli vincenti come la Panda e la Uno. Il successo delle nuove vetture permise a Cesare Romiti di riportare anche l’ordine nelle fabbriche. Il problema per la FIAT di oggi è che all’orizzonte non si vedono per ora “modelli killer” in grado si scalare le classifiche delle vendite, consentendo alla società di produrre e ricavare di più dal segmento auto.

L’unico modello nuovo all’orizzonte è “LO”, il possibile erede della Multipla, ma a quanto pare non sarà prodotto in Italia ma a Kragujevac in Serbia. Secondo gli analisti, inoltre, il trasferimento della produzione della Panda dalla Polonia allo stabilimento di Pomigliano sembra essere ancora in forse, e può darsi fosse stato ventilato da Marchionne per rendere più accettabile la scelta dello spin off, la divisione del comparto auto dalle altre attività del gruppo.

Il futuro della società potrebbe anche passare attraverso la cessione di un marchio alla concorrenza. L’ipotesi che circola da qualche giorno è legata alla possibile vendita di Alfa Romeo alla Volkswagen, interessata a contrastare il rafforzamento di Volvo ora controllata dai cinesi in Europa. La cessione del marchio potrebbe portare nelle casse della società almeno 500 milioni di euro, che potrebbero essere investiti per nuovi progetti per gli altri marchi. Ipotesi di scuola, naturalmente, che dimostrano comunque il grande fermento intorno al Lingotto. La società si appresta a debuttare in Borsa con un nuovo assetto e a sperimentare il progetto per rafforzare la produzione a Pomigliano. Dall’esito di queste iniziative dipenderà il futuro di Fabbrica Italia e dell’industria dell’auto nel nostro paese.

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16 Commenti

  1. Net Flier

    ci si dimentica sempre di due fattori decisamente influenzali:
    a)i maledetti incentivi per l’acquisto
    b)l’immatricolazione selvaggia delle km0

    a questo punto la domanda migliore da farsi è la seguente: seguendo la logica di mercato, facendo i numeri si passa ad avere un vantaggio di acquisto ed un costo operaio+spese di gestione/vettura decisamente minore, quindi fare prezzi migliori e/o avere margini più adeguati.

    il tutto però, SE e SOLO SE il mercato realmente assorbe tutto quello

    in italia si vogliono le ditte (pomigliano e melfi), ma non si vogliono i prodotti (incentivi negati e poi magicamente ritornati a metà)..insomma, delle due, l’una

    nel mondo reale, tutte quelle vetture non ci entrano più..ma non solo quelle della fiat, quelle di tutti..ormai i km0 sono ovunque, le importazioni parallele nello stesso paese sono esagerate..bisogna ridurre la produzione e, volenti o nolenti, essere consci di quello che accadrà dopo, ovvero, persone a spasso se non si trovano sbocchi differenti (e ci sarebbero, ma ai piani alti non frega a nessuno..meglio discutere della tessera del tifoso)

  2. franco1

    Infatti da un po’ di tempo mi pongo questa domanda:
    Se si producono auto in grado di percorrere agevolmente 3/400mila Km (parliamo di utilizzatori normali) che senso ha rottamarle a metà o anche meno della loro vita utile?
    la risposta che mi sono dato è che serve a mantenere forzosamente un sistema che ha già dimostrato, più di una volta, di non poter reggere.

  3. piti

    Ma in tutto quanto sopra, che condivido in pieno, sia il post sia i commenti, mi chiedo: i Tedeschi, porcamiseria, producono in Germania 5 mln di vetture. Non meno del quadruplo di quanto produca la FIAT in Italia. E le fa produrre a operai che guadagnano oltre 2000 euro al mese netti. Che hanno incidenze fiscali che non devono essere troppo lievi, visto il welfare tedesco, visto che persino le autostrade non hanno pedaggio perchè finanziate dalle imposte sul reddito.
    E allora? Tutta questa pressione, questa enfasi sul lavoro, sulle relazioni sindacali, a prescindere dalle opinioni spicciole che ognuno di noi può avere, che cosa spostano?

    E se il nostro gap con la Germania sta altrove rispetto al lavoro, inteso come costo e come regole del gioco, e evidentemente sta altrove, perchè puntare tutta l’idea che si possa fare impresa automobilistica premendo e conculcando il lavoro anzichè concentrarsi sui fattori diversi che hanno reso possibile i risultati che sappiamo a una nazione a due ore di strada da noi?

    Che senso ha dare la colpa ai fanti di Caporetto, quando sappiamo che la battaglia dipende da altro?

  4. Net Flier

    perché in germania sovvezionano a fuoco e ci tengono che la roba rimanga, anche solo a parole, crucca.

    invece in italia è tutto pacco, fa tutto schifo, non va bene mai niente, itaglia, italiota, itagliani ecc ecc.

  5. massimo55

    Piti, ma allora spiegami perché i tedeschi, visto che da noi gli operai (ed è verissimo) guadagnano assai meno che in Germania, non vengono a mettere le fabbriche qui? E’ chiaro che la colpa non è dell’operaio italiano a livello personale, ma della arretratezza dell’Italia come sistema, intendo dire relazioni industriali, legislazione del lavoro, tassazione totale, sistema bancario ecc. Concordo che bisognarebbe concentrarsi sulle cause che provocano ciò e rimuoverle. Si chiama riformismo, ma viene aborrito sia a destra che a sinistra preferendo uno status quo che ci porterà al declino inevitabilmente.

  6. piti

    massimo, so che sei persona informata.

    Non mi dire che in Germania le relazioni industriali e la legislazione sul lavoro, magari più sciolte e meno farraginose, sono però più arrendevoli verso il datore di lavoro.
    Fino a pochi anni fa (ora non saprei, onestamente) se una industria intendeva avvalersi di ore di straordnario doveva chiederle con almeno un mese di anticipo a un ufficio del Land ove era ubicata.
    In Germania concedono più facilmente forme di lavoro parziale che qui non sanno nemmeno che esistono.
    Ti ricordo che il sindacanto più forte d’Europa, come sai certamente anche tu, è l’Ig-Metall. E quello, altro che la CGIL…

    Se mi dici che è il sistema-Paese che è profondamente diverso, concordo in pieno.

    Ma allora:

    a) perchè le nostre Marcegaglia, Marchionne, Bombassei, Guidi ecc si lamentano e battono sempre e solo sul lavoro, e delle regole e del costo relativi?

    b) un sistema-Paese che funziona richiede alcuni comportamenti che spettano a tutti e non solo ai salariati. Per esempio, che si paghino tasse e imposte. grazie alle quali, per esempio, e come ricordavo sopra, l’autostrada non ha pedaggio. La mancanza di pedaggio è un minor costo per un’azienda, evidentemente. Ma la Marceglia le paga le tasse o costituisce fondi neri in Liechtenstein?
    A me pare che la nostra classe imprenditoriale, con tutte le eccezioni che vuoi, sia molto brava a dore cosa pretende dal prossimo e molto meno a essere capace e virtuosa essa stessa.

    c) altro comportamento tipico da imprenditore italiano, per dire il sistema-Paese diverso: l’atteggiamento verso le ore extra. Prova a dire a un Tedesco di stare lì, per principio, ore e ore in più ogni giorno, e gratis. E’ tipico nostrano: la Germania col PIL che aumenta del 2,2 queste cose non le fa.

    La politica tedesca è migliore e assai più volte a risolvere i problemi concreti del Paese. Immagino di sì. E chi hanno sostenuto i Confindustriali, così come i padroncini confesercenti e confartigianato, in questi 15 anni?

    Scusa, ma io che il nocciolo della crisi manifatturiera italiana sia il lavoro o le sue regole e costi, non lo sopporto più, perchè mi pare una narrazione (come direbbe Vendola e ormai tutti) che non è nè sufficiente nè vera.

    Poi, dire che è colpa degli altri, dei sindacati, che hanno meno potere e possono essere intimiditi o forse comprati, fa comodo.

    Me le immagino, le risate, fra di loro, a Cernobbio.

  7. franco1

    Rimando alla lettura di un piccolo libro del 2004 di Giuseppe Turani intitolato “Perchè abbiamo il peggior capitalismo del mondo”
    Secondo me c’è tutto quel che serve a capire quello che non va e a porvi rimedio… basterebbe volerlo!

  8. massimo55

    Piti, non hai risposto alla mia domanda, però. Se il problema è solo nel capitalismo italiano, ipotesi legittima, com’è che quello straniero in Italia non ci viene?
    E, ripeto, non sto facendo il paragone con la Cina. Se in Italia è così facile fare soldi “sfruttando” i lavoratori, perché la Volkswagen non mette uno stabilimento a Termini Imerese? O è anche la tua, una narrazione?

  9. piti

    No, massimo, è ovvio che siamo un Paese scassato e un produttore automobiistico europeo non viene da noi. Concordo con te. Ma non è nei lavoratori o nei sindacati il punto. Sta nelle infrastrutture, nella burocrazia, nella instabilità politica, in quelle mille cose che conosci anche tu. La FIAT fino a pochi mesi fa non aveva ancora avuto dallo Stato la quota di incentivi pubblici per le vendite del 2009, per dire.
    Ma sono storture che evidentemente non dispiacciono o non preoccupano poi tanto i nostri capitalisti, invece. Che nel torbido, male organizzato e ammanicato con la politica si trovano a loro agio più che con l’organizzazione dei fattori della produzione, evidentemente.
    Massimo, questo è il Paese della mafia. Se apri uno stabilimento qua rischi di dover pagare il pizzo.
    E noi parliamo della CGIL.

  10. massimo55

    Però allora come lo spieghi che Marchionne sta ottenendo successi anche negli USA? Che Obama si è congratulato con lui, che la Chrysler sta risalendo? Sì, d’accordo coi soldi del governo americano, ma mica gli mancavano lì gli uomini di impresa. Come mai proprio Fiat? Uno potrebbe anche pensare che non sono poi così male, dal punto di vista imprenditoriale. Magari è vero che nemo propheta in patria, specialmente quando c’hai una patria così.

  11. schweitzer

    @Massimo55: prova ad andare in Germania e vai in una qualsiasi fabbrica che produca qualsiasi cosa. Fatto? Bene. Una volta arrivato vai dal primo operaio che incontri e gli chiedi:”Se il proprietario (manager o chicchessia) della fabbrica venisse da lei e le chiedesse di scegliere tra minor diritti o licenziamento, lei cosa sceglierebbe?”. Beh a questo le reazioni dell’operaio possono essere due: o ti manda a quel paese dicendoti che sei un pazzo oppure si mette a ridere e magari ti offre pure una birra.

  12. piti

    massimo, sei un uomo intelligente (lo riconosco senza difficoltà, al di là dei contrasti passati e presenti).

    Di nuovo: quello che in Italia non va sono aspetti dle sistema Paese che non c’entrano niente con le relazioni industriali. Peraltro quasi inesistenti da decenni in USA. Marchionne organizza e rilancia bene fin che vuoi le imprese di cui si occupa (forse). Ma in Italia opera un sistema assurdo, ma non per la FIOM o per il trio di (presunti) sabotatori. Ma oggi paga politicamente fare la faccia feroce con Cipputi. Qua trov il terreno fertile di chi gli dice, Bravo, fagliela vedere.

  13. massimo55

    Piti, ti racconto una storia. Qualche anno fa dirigevo una piccola rivista, lasciamo stare il come e il dove. Il portalettere della nostra zona, un giovane appena assunto, viene scoperto dai Carabinieri a buttare la posta nel cassonetto. Lettere, fatture, bollette. Tutto. Perché era fuori sede, perché altrimenti perdeva il treno, non si sa. Quindi sparisce e ne compare un altro. Un giorno che vado al centro direzionale regionale per un problema di spedizione delle copie per gli abbonati, te lo vedo, sempre lui, nella guardiola a sollevare la sbarra. Fine della storia. Ora, è vero che il pubblico non è il privato, che forse sarà stato un caso isolato, ma un sistema dove qualsiasi danno per l’azienda passa in secondo piano rispetto alla intangibilità del posto di lavoro non è un sistema giusto, specialmente nei confronti di quelli che lavorano con coscienza. I mali dell’Italia non derivano dalla Fiom, certo, né dai tre reintegrati, che sono innocenti fino a prova contraria, ma larga parte del sindacato ha gravissime responsabilità per il lassismo diffuso ed ancora presente in molti comparti. A forza di cercare consenso hanno spessissimo difeso gli indifendibili, tanto che poi, quando si è trattato di reale difesa di reali diritti, sono apparsi scarsamente credibili quando non collusi coi nullafacenti. Tu mi citi sempre la Germania, ma io sono sicuro che nessun sindacalista tedesco avrebbe difeso quel portalettere, anzi si sarebbe battuto per il suo licenziamento.

  14. piti

    E’ probabile che le cose in Germania sarebbero andate come immagini.

    Però, la strumentalizzazione a me pare sia nei due sensi. Ci sono (è la regola? In tutta sincerità non lo so) quelli che dovrebbero essere licenziati e non lo sono. E magari qualche sindacato li ha difesi. Ma ci sono anche forti pulsioni autoritarie e conculcatrici dei diritti che si appellano a casi come quello che tu racconti per giustificare ogni sopruso.
    Sai, una specie di strategia della tensione per poter usare la forze contro l’opposizione, in salsa aziendalista.
    Ti racconto una storia anche io.
    Mia sorella ha lavorato per anni per una associazione di piccole imprese della mia provincia, un’associazione che rappresenta una parte significativa della PM impresa. Per farti un esempio dello stile del datore di lavoro come genere (e con tutti le ingiustizie che comporta generalizzare), mi raccontò che -come regola…- quando un dipendente si ammalava di brutto (cancro, per esempio), non solo perdeva il posto, per via delle assenze (lo si può perdere persino nella Pubblica Amministrazione). Ma l’azienda segnalava all’associazione, ovviamente di nascosto, che quella persona era malmessa in salute: così nessuno la assumeva, mai più, per non avere grane.

    Non so se hai letto il pezzo di Lerner riportato nel Post di oggi: a me pare molto vero.

  15. franco1

    C’è semplicemente un “accordo trilaterale” fra classe politica, imprenditoria e sindacato in cui ogni “parte” chiude un occhio (a volte anche due) sulle inefficienze delle altre. Lo scopo di tutto questo è la conservazione del potere in un circolo ristretto di “addetti ai lavori” che possono così gestirsi i loro affari senza che altri (il popolo) possano metterci il becco.
    Per trovare le origini di questo “sistema” occorre andare indietro di parecchi secoli ma, mentre in tutti i paesi “civili” ad un certo punto ci sono stati dei momenti di cesura totale con il passato (la rivoluzione francese per fare il più banale degli esempi), da noi ci siamo sempre “accontentati” di qualche sommossa qui e la dimostrando anche in questo caso quella vocazione a giocare al ribasso che ci sta portando a declinare progressivamente.

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