Il 2 settembre riprenderanno i colloqui diretti fra israeliani e palestinesi per provare a trovare un accordo di pace. Ci sono mille ragioni per essere scettici sulle reali possibilità di arrivare a una soluzione: in Israele è al potere il governo più a destra della propria storia, e la Palestina è divisa a metà fra Gaza, in mano a Hamas, e Cisgiordania in mano a Fatah.
Questi due fattori, però, potrebbero non essere totalmente compromettenti: è vero che Netanyahu è profondamente di destra, e guida una coalizione ancora meno disposta al dialogo di lui, però non bisogna dimenticare che spesso nel conflitto mediorientale sono stati gli uomini di destra – come Menachem Begin con l’Egitto o Ariel Sharon a Gaza – a potersi permettere le maggiori concessioni. In inglese c’è un’espressione precisa, Nixon goes to China: chi non può essere accusato di connivenza con il nemico evita le delegittimazioni del proprio schieramento, il primo ostacolo in processi del genere.
Anche la netta cesura fra Gaza e Cisgiordania potrebbe non andare così a detrimento del processo di pace: in Cisgiordania Hamas ha sempre meno séguito, anche a causa dell’embargo che ha subito da parte della comunità internazionale quando era al governo, con la conseguente impossibilità di pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici. Un accordo di pace siglato dalla Cisgiordania sotto alla bandiera palestinese potrebbe costringere la leadership a Gaza a seguire Fatah ad accordo già fatto, biasimando il partito di Abu Mazen delle eventuali concessioni fatte.
C’è però un problema più grande: nell’ultimo decennio israeliani e palestinesi hanno dimostrato di non volerla, la pace. Come si può vedere, l’unica maniera per provare a ragionare obiettivamente di questo tema è con uno smaccato cinismo: sia a livello di leadership politica, che a livello di opinione pubblica, l’interesse per la pace – almeno da otto anni a questa parte – è proclamato (ogni tanto) a parole, senza che segua però nessun fatto concreto. È probabile che, nel corso dei prossimi mesi, Netanyahu dica che il processo di pace da parte israeliana è vincolato all’interruzione di qualunque atto terroristico, e che Hamas colga la palla al balzo per ricominciare il lancio di Kassam da Gaza, così da minare le trattative per chissà quanti altri anni.
Il problema riguarda certamente le leadership politiche di entrambi gli schieramenti, che traggono legittimità dalla perpetuazione del conflitto, ma – purtroppo – coinvolge anche l’opinione pubblica, sia in Israele che in Palestina: ed è per questo che chiunque passi del tempo in quelle aree ne ritorna pregno di sfiducia. La società israeliana è sempre più abulica, e sempre più spostata a destra: in molti emigrano, e la forte immigrazione dall’ex-Unione Sovietica sommata all’altissimo tasso di natalità fra gli ebrei ortodossi contribuiscono al trend. In più la costruzione del Muro e la conseguente fine del terrorismo suicida ha allontanato l’impellenza di una trattativa.





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