Arriva un determinato momento in cui è giusto rimuovere i contenuti da internet? È la domanda che si pone un post sul blog di Andrew Alexander del Washington Post, che cita uno studio per cui il 78.2 per cento di chi lavora nei media nordamericani si definisce favorevole, almeno in qualche caso, alla rimozione di alcuni contenuti.
Il problema alla base della questione è che, una volta pubblicata una notizia, questa non può essere più gestita: le informazioni si diffondono senza alcun controllo ed eventuali aggiornamenti passano spesso inosservati. Un caso citato è quello di Joseph Unice, un ex ufficiale dell’esercito americano che fu accusato ventritré anni fa di atteggiamenti osceni per poi essere completamente scagionato. A oggi, in rete, non c’è traccia della sua assoluzione, mentre cercando il suo nome si trovano diversi articoli che parlano delle accuse.
In effetti questo caso ha più a che fare con il fatto che di alcune notizie si perdono le tracce più che con l’eccessiva conservazione di alcune di queste: in fondo se anche il Washington Post avesse cancellato le notizie riguardanti la procedura intentata ai danni di Unice, ci sarebbe sicuramente stato qualcuno ad aver copiato o commentato la notizia su di un altro luogo, magari anche diverso tempo dopo.
Alexander dice che ci sarebbe bisogno di alcune norme univoche di comportamento, e racconta che alcuni siti di informazione hanno già iniziato a rendere non consultabili alcune informazioni sensibili come quelle di accuse a questo o quell’imputato. La mancanza di uniformità, però, costituisce un problema supplementare, che potrebbe portare al verificarsi di ulteriori equivoci. La soluzione a questo problema sarebbe quella di disporsi ad aggiornare tutte le notizie che abbiano un’evoluzione, ma l’impresa sarebbe improba perché porterebbe a dover mettere le mani ogni giorno su un numero gigantesco di vecchi articoli, specie per i grandi giornali. Insomma, la soluzione in questo momento non appare appare a portata di mano. E forse, dice in chiusura Alexander, piuttosto che impiccarsi alla decisione su cancellare o non cancellare bisognerebbe farsi venire delle idee, e vedere se esistono altre strade per risolvere il problema.




E’ un problema di educazione alla consultazione online delle informazioni: chi sa cos’è Internet è ben consapevole che più passa il tempo più gli articoli perdono di utilità; alcuni blog informatici già visualizzano un disclaimer nel caso in cui l’articolo sia più vecchio di tre mesi, avvertendo che molte informazioni potrebbero essere non più corrette o non aggiornate.
Chi sa usare Internet sa bene che qualunque informazione va verificata, oltre al fatto che non si può credere a tutto ciò che si trova in Rete (“chi l’ha scritto?”).
Questa approccio è una di quelle cose che andrebbero insegnate a scuola, altro che windows.
concordo con splarz
Ai tempi del web una notizia ha un inizio ma non ha una fine, cioè può venire arricchita da altre fonti, link, testimonianze, riscontri, contributi, che costruiscono un modello nel quale i giornali sono soltanto un elemento, per quanto importante. Una delle numerose specie che vivono nell’ecosistema, «un segmento della linea, un passaggio dell’intero processo, e quel processo continuerà anche dopo la pubblicazione» (Jeff Jarvis).
Questa particolare obsolescenza del dato di informazione, dovuta alla combinazione di una veloce decadenza e al contempo di una irriducibile resistenza, lenta e graduale e soggetta a ricostituenti contributi altrui, è probabilmente la più sensibile novità del web. Destinata forse a modificare profondamente anche l’etica professionale del giornalista.
La sconfinata memoria esterna di cui ci siamo dotati e alla quale anche il giornalista affida i contenuti della sua attività è soggetta ad una strana forma di obsolescenza: al contrario di quella tecnologica hardware e di quella software dei sistemi operativi (pc computing), soggetta a obsolescenza programmata, l’informazione catturata e archiviata dal cloud computing è soggetta ad una decadenza non pianificata. Questa dinamica complica ulteriormente il nostro rapporto con l’informazione, e da questo punto di vista è centrale l’offerta di Google news rispetto al motore di ricerca generico, che ha un corpus di dati statico.
Davanti al giornalista si apre uno scenario nuovo, il suo lavoro sul web comporta delle implicazioni inedite, sulle quali non è ancora stata fatta piena luce. Potremmo definirla “l’onda lunga dell’informazione web”, capace di richiamare all’ordine l’autore di un articolo anche molto tempo dopo la sua pubblicazione.
Questa rivoluzione trascinerà via con sé nei suoi cambiamenti epocali anche intere abitudini professionali sostituendole con altre. E non è detto che le abbiamo previste, e comprese, già tutte.