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  • martedì 27 luglio 2010

Prima di WikiLeaks ci furono i Pentagon Papers

La pubblicazione dei documenti riservati sul coinvolgimento degli USA nel Vietnam dopo il 1945 ricorda la diffusione dei report sull'Afghanistan

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Mancavano pochi giorni all’inizio dell’estate del 1971 quando il New York Times iniziò la pubblicazione di una serie di rapporti segreti del Pentagono sul coinvolgimento degli Stati Uniti nel Vietnam tra la fine della Seconda guerra mondiale e il 1967. Quei documenti in prima pagina fecero molto scalpore e nelle ultime 24 ore sono stati citati come precedente storico della pubblicazione dei 92 mila report segreti sul conflitto in Afghanistan da parte di WikiLeaks.

Le “United States – Vietnam Relations, 1945 – 1967”, ribattezzate successivamente dalla stampa Pentagon Papers, erano state commissionate dal Segretario alla difesa Robert S. McNamara nel 1967 e furono consegnate all’amministrazione statunitense nel 1968. Si trattava di uno studio top secret e dimostrava come ben quattro amministrazioni, da Truman a Johnson, avessero di fatto mentito all’opinione pubblica nascondendo le loro effettive intenzioni legate al Vietnam. Nel corso della sua campagna elettorale nel 1964, per esempio, Lyndon Johnson aveva affermato di non voler estendere il conflitto, ma nella realtà dei fatti si era mosso per espandere le operazioni belliche anche in Laos e Cambogia.

La pubblicazione dei Pentagon Papers consentì inoltre all’opinione pubblica di venire a conoscenza di alcune azioni militari sulle quali le amministrazioni non avevano mai fornito notizie. Le informazioni riguardavano i bombardamenti a tappeto della Cambogia e del Laos, i raid sulle coste del Vietnam settentrionale e gli attacchi nella zona da parte dei Marine.

I Papers arrivarono al New York Times grazie a Daniel Ellsberg, uno dei compilatori del rapporto, che passò il materiale al giornalista Neil Sheehan. La pubblicazione del materiale a partire dal 13 giugno 1971 portò a numerose manifestazioni di protesta e diede il via a una serie di cause legali. Richard Nixon, che nel 1971 era presidente degli Stati Uniti, accusò Ellsberg e uno dei suoi collaboratori – Anthony Russo – di tradimento.

Insieme al procuratore generale John N. Mitchell, Nixon ottenne un’ingiunzione da parte di una corte federale per impedire al New York Times di proseguire nella pubblicazione dei documenti. Il giornale decise di appellarsi e il caso giunse molto rapidamente alla Corte Suprema, dove sei giudici su nove stabilirono l’incostituzionalità dell’ingiunzione. Nel frattempo la situazione era stata comunque sbloccata da un deputato, come racconta sul Sole 24 Ore di oggi Christian Rocca:

Fu il deputato dell’Alaska Mike Gravel, candidato “zerovirgola” alle scorse primarie presidenziali democratiche, a pubblicare la versione integrale dei papers. Gravel mise le quattromila pagine riservate tra le carte ufficiali del suo sottocomitato alla Camera, sfruttando l’interpretazione estensiva della norma secondo cui nessun deputato o senatore può essere incriminato per le cose che dice o scrive nell’esercizio della sua funzione pubblica.

New York TimesWashington Post, l’altro giornale che intanto aveva iniziato a pubblicare alcuni dei Pentagon Papers, ebbero così il via libera per proseguire la loro iniziativa di stampa. Ellsberg disse di aver passato le carte al New York Times per cercare di far finire una guerra che riteneva sbagliata, specialmente alla luce dei documenti che aveva potuto visionare nel corso della redazione del rapporto. Secondo Ellsberg, i documenti erano la dimostrazione della «condotta incostituzionale di una serie di presidenti, la violazione del loro giuramento e la violazione del giuramento da parte di tutti i loro subordinati».

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