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Abolire le vacanze estive

Le vacanze estive così lunghe per gli studenti sono un'eredità dell'economia agricola, che non ha più senso nella società contemporanea

Tre mesi senza scuola sono molto dannosi dal punto di vista dell'apprendimento, soprattutto per i bambini le cui famiglie non si possono permettere vere vacanze

27 luglio 2010

Certo, di tutte le proposte costruttive e per un futuro migliore che vorreste sentirvi fare, questa sulle prime non vi troverà immediatamente entusiasti. Soprattutto di questi tempi. Ma come tutte le proposte ardite e apparentemente implausibili, se qualcuno la fa e la argomenta vale la pena di ascoltare le sue ragioni. Insomma, ci vuole un bel coraggio a proporre alle nostre società pigre e poco inclini al sacrificio di abolire le vacanze scolastiche estive: e il coraggio va premiato. E poi potete sempre pensare che è una roba degli americani, e che per noi è diverso (il caldo, il mare, il polpo con le patate…), se proprio l’idea non vi scalfisce minimamente. Si parla di disuguaglianze sociali molto maggiori delle nostre, e di sistemi scolastici differenti. Quindi potete provare a tranquillizzarvi e a non pensare che quel che si discute negli USA un giorno si discuterà anche qui. La riflessione di David Von Drehle è l’articolo di copertina su Time di questa settimana:

Ho riletto di recente Le avventure di Tom Sawyer dopo tanti anni, e sono rimasto sorpreso nello scoprire che le vacanze estive di Tom non iniziano prima del Capitolo 21 [il libro ha 36 capitoli]. La memoria gioca qualche scherzo, a volte. Tutto il glorioso idillio di Tom, fatto di fango, di primi accenni di ribellione, di casti innamoramenti e fertile immaginazione, elettrificato da momenti di pericolo e lampi di eroismo, era stato archiviato nella mia mente sotto il titolo “completa libertà estiva”. Perfino le più vivide scene di Tom a scuola erano state cancellate dall’immagine del ragazzo a piedi scalzi, finalmente privo di obblighi, libero. In realtà, il nostro eroe spende la maggior parte delle sue vacanze estive pateticamente costretto a letto dalla rosolia.
Ho raccontato questo aneddoto perché la mia confusa ricostruzione è una versione in piccolo di una diffusa forma di fraintendimento, una visione distorta dell’infanzia nel suo rapporto con il periodo estivo. Tendiamo ad associare l’anno scolastico con l’oppressione e i mesi d’estate con la libertà (e nulla è più americano della libertà). La scuola è un sistema rigidamente strutturato, l’estate è creatività, la scuola è lavoro, l’estate gioco.

Sostiene Von Drehle che, però, quando gli studenti americani competono con i bambini di altre parti del mondo in cui si passano a scuola quattro settimane in più ogni anno, la differenza si noti eccome. Inoltre:

per molti bambini, specialmente quelli che fanno parte di famiglie a basso reddito, l’estate è la stagione della noia, dell’inattività e dell’isolamento. I bambini non possono andare in giro “in esplorazione” se il loro quartiere non è sicuro, ed è difficile giocare senza avere a disposizione giocattoli o parchi giochi, o spazi aperti. Spesso poi i bambini di questa categoria devono prendersi cura dei fratelli minori, mentre i genitori lavorano.

E poi c’è la questione sociale principale:

Oltre a tutto questo, l’estate ha un’altra pesante conseguenza, cosa che la ricerca ha scoperto da più di cento anni. Privi di adeguati stimoli, milioni di bambini di famiglie a basso reddito dimenticano una significativa quantità di ciò che hanno appreso durante l’anno scolastico. Il periodo delle vacanze estive (benché si tenda difficilmente ad ammetterlo) è tra le più dannose cause che contribuiscono creare dislivelli d’apprendimento nelle scuole americane. I bambini che hanno accesso ad esperienze estive di qualità durante le vacanze familiari, durante i campi estivi, le vacanze studio o i corsi di formazione estiva continuano a tenere la loro mente ed il loro corpo in esercizio. I bambini senza risorse, invece, languono agli angoli delle strade o di fronte a schermi luminosi. (…) Nel momento in cui il suono della campanella segnerà l’inizio del nuovo anno scolastico, i bambini meno ricchi saranno rimasti indietro di settimane, se non mesi.
Il problema delle vacanze estive, documentato per la prima volta nel 1906 si aggrava di anno in anno. Quello che comincia come un inciampo nella formazione di un bambino di sei anni, può diventare una vera e propria crisi nel momento in cui il ragazzo raggiunge le scuole superiori.

Racconta Von Drehle che Harris Cooper, della Duke University, ha scoperto che in media tutti gli studenti ogni estate perdono circa un mese dei progressi fatti in matematica durante l’anno scolastico, mentre gli studenti di famiglie a basso reddito scivolano indietro di circa tre mesi in tutte le materie, come ad esempio la comprensione scritta.

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9 Commenti

  1. piti

    Premessa: non credo di possedere, nè io nè nessun altro, la verità definitiva su questo tema.

    Detto ciò, osservo che:

    1) “ci vuole un bel coraggio a proporre alle nostre società pigre e poco inclini al sacrificio”: questa è tipicamente un’affermazione pigra. Le nostre società erano forse pigre e poco inclini ecc anni fa, quando la scuola cominciava il primo ottobre, alla mezza tutti a casa (maestra e prof compresi), si andava in pensione presto o prestissimo, si facevano spesso lavori monocordi e senza stress. Oggi si va a scuola 15-12 giorni prima, si lavora non si sa fino a quando, si fanno mille cose (anche contemporaneamente) al lavoro. Dal punto di vista dello stress e della fatica, farei cambio anche adesso con mia madre o mio nonno, e mai con un bambino o un ragazzino di oggi.

    2) Uno dei punti da valutare è: la scuola è tutto? La scuola può dare tutto? La scuola deve dare tutto? Capisco le osservazioni esposte, specie per i ragazzini di famiglie meno privilegiate. Ma resta il fatto che la scuola dirige: e se uno passa tutto l’anno a farsi dirigere, non ne guadagna in iniziativa. E’ eterodiretto dal primo gennaio al trentun dicembre, al limite. Non mi pare positivo.

    3) Ma che diavolo si deve fare a scuola da passarci anche l’estate (che, da noi, non è mica uno scherzo, detto per inciso)? Quel tanto di inglese che so, lo devo in parte alla scuola e in parte a corsi privati, viaggi, permenenze all’estero. Se fossi andato a scuola un mese in più, non mi avrebbe dato in proporzione quel che ne ho ricavato standone fuori. Voglio dire che forse sarebbe del caso valutare che i programmi siano aderenti alle necessità, concreti senza essere gretti, più che infliggere un Fine Pena Mai ai ragazzini. La scuola è -veramente, in questo caso- una uestione di qualità, più che di quantità.

    4) Mi sembra una strana cosa tarare l’anno scolastico sui problemi (rispettabilissimi, ma che vanno affrontati specificamente) delle famiglie meno elevate socialmente. Se una famiglia non ha nemmeno i pochi euro (o dollari) per mandare il figlio a un corso, a un camp, a qualcosa di extrascolastico e formativo, forse è il caso che si predispongano dei voucher, delle agevolazioni, qualcosa per questi, più che andare a scuola il venti luglio.

    5) Privilegiati o no, l’estate è per molti, quando arriva l’età per, l’occasione per fare qualche lavoretto. Io da ragazzo sfruttavo la vocazione agricola della mia zona e raccoglievo frutta, portavo casse, vendemmiavo: mi pagai un mese in America (aiutato dai miei, ma mi impegnai anch’io per questa cosa), 30 anni fa (gulp). E credo mi abbia dato molto, in questo senso, l’estate senza scuola. Il contatto col lavoro, un progetto basato su un guadagno, un’esperienza che al tempo fu, nel mio piccolo, straordinaria.

    ) Mi ricollego a cose dette prima. Nelle estati felici della mia infanzia e adolescenza, praticai anche una valanga di sport, ma liberamente, come e cosa piaceva a me. E andavo per esempio, molto in biblioteca, quando non lavoravo o non ero via, per esempio a leggermi la storia italiana nell’emeroteca comunale, come i giornali raccontavano le guerre il fascismo ecc, nel momento in cui le cose avvenivano.

    Io credo che un mese (o due?) in meno di vacanze tolgano molto a molti, in molte direzioni, e non diano quasi niente a quasi nessuno. Ci sono nove mesi per imparare ogni anno la matematica, le lingue straniere ecc. E’ importante fare bene le cose in quei mesi che cercare pretesti quantitativo-produttivistici: che non possono dare più di quello che già danno, a parte le messa in scena della sgobboneria.

    Almeno secondo me.

  2. crack

    piti, potresti essere meno analitico ed esaustivo? finisce che non ho nulla da scrivere! :)

  3. piti

    eheh, scusa! ;-)

  4. idonthavetimeforthiscrap

    Mentre sono d’accordo con praticamente tutto quello che piti scrive, credo che il problema sia ulteriore: se i ragazzini percepiscono la scuola come costrizione e l’estate come libertà, questo si deve anche al fatto che la conoscenza ed il sapere non rivestono il ruolo importante che rivestivano in passato. Oggi avere un buon curriculum scolastico non è una priorità, lo è essere “fighi” nel gruppetto di amici. Tanto per partecipare al grande fratello o a uomini e donne mica devo avere una laurea. Certo, non è così per tutti, ma a me pare che l’atteggiamento nei confronti della cultura si sia modificato alquanto negli ultimi, diciamo, 50 anni.
    L’altro problema è che, in effetti, la scuola, almeno quella italiana, è pallosa. Se fosse (come dovrebbe essere) divertente imparare, credo che non si avvertirebbe più la scuola come una specie di percorso obbligato dal quale uscire il prima possibile, ma come una strada essenziale da percorrere per crescere e migliorare personalmente.
    In tal modo, le importanti esperienze che uno fa fuori dalla scuola (vedi post di piti) sarebbero integrate da quello che si impara a scuola, e non sarebbe necessario vedere il mondo come “dentro la scuola” e “fuori la scuola”, ciò che si impara dentro serve per vivere fuori.

  5. paolopa

    Piccolo problema: nelle scuole italiane non c’è l’aria condizionata. Le aule sempre più affollate (thanks, Mary Star!) sono invivibili già da inizio giugno.

  6. Nicola Colella

    lavorare, produrre, lavorare, produrre;

    HEY TEACHER leave US kids ALONE!
    We don’t need no education
    We don’t need no thought control

  7. maxstar

    Prima di scatenare la polemica c’è una informazione che mi manca: non ho capito quanto durano queste benedette vacanze estive degli americani.
    Non vorrete mica farmi leggere Tom Sawyer per punizione???

  8. piti

    a proposito di Tom Sawyer, c’è un capitolo, uno dei primi, che spiega perfettamente gli ultimi vent’anni e forse anche la proposta di andare di più a scuola.

    La zia Polly ordina a Tom di verniciare tutta la lunghissmi palizzata che recinta il giardino. Lui è disperato. Appena iniziato il lavoro, passa un suo amico che lo prende in giro. Allora Tom ha un lampo di genio. Dice che vernicare la palizzata è un grande onore, che è una bella cosa ecc. L’amico si convince e gli chiede di poterlo aiutate. Tom accetta solo facendosi pagare qualcosa. E un po’ alla volta tutti i bambini del quartiere si convincono che verniciare la palizzata sia non una faticaccia ma una cosa che li fa diventare migliori e onorevoli, e tutti pagano a Tom i loro piccoli tesori pur di farsi il mazzo al suo posto.
    A fine giornata, la palizzata ha avuto tre mani di vernice, i bambini sono appagati e Tom Sawyer è ricco di biglie, topi morti e tutti i tesoretti dei bambini del quartiere.

    Una metafora perfetta.

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