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Abolire le vacanze estive

Le vacanze estive così lunghe per gli studenti sono un'eredità dell'economia agricola, che non ha più senso nella società contemporanea

Tre mesi senza scuola sono molto dannosi dal punto di vista dell'apprendimento, soprattutto per i bambini le cui famiglie non si possono permettere vere vacanze

27 luglio 2010

Un altro gruppo di ricerca della Johns Hopkins Univerisity ha esaminato più di vent’anni di dati tracciando meticolosamente i progressi di alcuni studenti, dalla scuola materna fino alle superiori. Le conclusioni: se gli studenti fanno progressi simili durante l’anno scolastico indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia d’appartenenza, i bambini a reddito-medio alto resistono bene durante l’estate, e non solo si conservano al livello di competenze raggiunto, ma in molti casi migliorano. Gli studenti provenienti da famiglie a basso reddito, invece, durante l’estate peggiorano.

“C’è una visione idealizzata dell’estate, ma sappiamo da decenni che la realtà è molto diversa per molti bambini senza privilegi”, dice Ron Fairchild, CEO di un ente no-profit di Baltimora, la National Summer Learning Association. “Che gli atleti e i musicisti peggiorino senza allenamento ce lo aspettiamo. Succede la stessa cosa agli studenti”.

La National Summer Learning Association ha l’obiettivo di arginare la perdita di contenuti appresi che colpisce i bambini durante le vacanze, e intende fermarla espandendo e migliorando i programmi di formazione estiva, rendendoli accessibili ai bambini di famiglie a basso reddito. L’organizzazione raccoglie sostenitori trasversalmente agli schieramenti politici, e gode del favore della Casa Bianca. Obama stesso ha istituito un National Summer Learning Day per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione e alcuni dei più importanti enti benefici degli Stati Uniti, tra cui la fondazione Bill & Melinda Gates si stanno dando da fare per la causa.

Gli esperti ritengono che la maggioranza dei bambini americani che usufruiscono del servizio mensa gratuitamente o con forti riduzioni, non partecipino a nessun programma di formazione o intrattenimento estivo. Il modo ovvio di raggiungere questo numeroso gruppo è attraverso la scuola pubblica. I riformatori del sistema d’istruzione hanno cominciato a parlare di prolungare l’anno scolastico fin dal 1983, quando fu pubblicato il rapporto sullo stato del sistema scolastico, che non a caso era intitolato “A Nation at Risk”. Le vacanze lunghe sono l’eredità del nostro passato agricolo ormai svanito, quando c’era bisogno che i ragazzini lavorassero nei campi d’estate, durante la stagione del raccolto.

I governi di diversi stati hanno tentato di espandere il calendario scolastico di qualche giorno o addirittura settimana, ma si sono presto scontrati con barriere culturali ed economiche. Allo stato attuale dell’economia, lo stato e le amministrazioni locali stanno tagliando e non aumentando il budget del sistema scolastico. C’è poi un intero settore economico che dipende dai ritmi dell’estate (trasporti, campeggi, sport, parchi a tema) che usa la sua influenza per far sì che la stagione duri il più a lungo possibile (Lo statuto che impedisce alle scuole della Virginia di ricominciare in Agosto è noto come la Legge Kings Dominion, in onore di un parco divertimenti a nord di Richmond). Per varie ragioni, dunque, molte iniziative per la formazione estiva vengono portate avanti da un’alleanza informale di “imprenditori dell’educazione”.

Von Drehle racconta poi dei progetti promossi da vari enti americani, laici e religiosi, che raccolgono fondi ed organizzano attività estive per bambini di fasce economicamente svantaggiate. Il metodo fondamentale per far sì che i bambini non perdano quello che hanno imparato è il “nascondere” contenuti didattici nelle attività di gioco:

“Puoi insegnare fisica anche con una palla da basket”, dice Willis Bright, della fondazione filantropica di Indianapolis Lilly Endowement, che dagli anni ’90 si è impegnata sulla questione dell’istruzione extrascolastica, creando spazi sicuri dove i bambini potessero stare quando non sono a scuola, e che negli ultimi anni si è occupata del rapporto fra estate e progressi nell’apprendimento.

Tutti i progetti offrono attività estive per bambini gratuite o a costi estremamente ridotti perché possono contare su cospicue donazioni e sul lavoro di un numero notevole di volontari.
Gli effetti delle attività estive sulla preparazione dei bambini al ritorno a scuola si sono rivelati, negli anni scorsi, significativamente positivi, ma le associazioni avvertono che sono molti i bambini che restano esclusi dalle attività per disinteresse dei genitori, per questioni economiche (spesso il costo d’iscrizione, benché molto basso, diventa un ostacolo) o perché i programmi hanno un numero limitato di posti disponibili.
Resta però la questione fondamentale, in un paese che vede con diffidenza ogni nuova responsabilità nei confronti dei cittadini appaltata allo Stato, ovvero l’opportunità di un intervento pubblico nella formazione estiva:

Se i programmi di formazione estiva gestite sono la risposta innovativa e a basso costo ad uno dei problemi più spinosi della nazione (l’incapacità di istruire molti dei bambini che più ne avrebbero bisogno) come si può facilitare l’accesso ai programmi ed aumentare la partecipazione alle attività senza distruggere la creatività ed imporre un sistema esageratamente burocratico? Al tempo stesso: possiamo davvero affidare una questione così importante ad una rete eterogenea di educatori, volontari ed imprenditori? Forse. Se mai c’è stato un movimento molto adatto per le sperimentazioni locali e le innovazioni informali, questo è di sicuro la campagna per spremere dall’estate qualcosa di più.

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9 Commenti

  1. piti

    Premessa: non credo di possedere, nè io nè nessun altro, la verità definitiva su questo tema.

    Detto ciò, osservo che:

    1) “ci vuole un bel coraggio a proporre alle nostre società pigre e poco inclini al sacrificio”: questa è tipicamente un’affermazione pigra. Le nostre società erano forse pigre e poco inclini ecc anni fa, quando la scuola cominciava il primo ottobre, alla mezza tutti a casa (maestra e prof compresi), si andava in pensione presto o prestissimo, si facevano spesso lavori monocordi e senza stress. Oggi si va a scuola 15-12 giorni prima, si lavora non si sa fino a quando, si fanno mille cose (anche contemporaneamente) al lavoro. Dal punto di vista dello stress e della fatica, farei cambio anche adesso con mia madre o mio nonno, e mai con un bambino o un ragazzino di oggi.

    2) Uno dei punti da valutare è: la scuola è tutto? La scuola può dare tutto? La scuola deve dare tutto? Capisco le osservazioni esposte, specie per i ragazzini di famiglie meno privilegiate. Ma resta il fatto che la scuola dirige: e se uno passa tutto l’anno a farsi dirigere, non ne guadagna in iniziativa. E’ eterodiretto dal primo gennaio al trentun dicembre, al limite. Non mi pare positivo.

    3) Ma che diavolo si deve fare a scuola da passarci anche l’estate (che, da noi, non è mica uno scherzo, detto per inciso)? Quel tanto di inglese che so, lo devo in parte alla scuola e in parte a corsi privati, viaggi, permenenze all’estero. Se fossi andato a scuola un mese in più, non mi avrebbe dato in proporzione quel che ne ho ricavato standone fuori. Voglio dire che forse sarebbe del caso valutare che i programmi siano aderenti alle necessità, concreti senza essere gretti, più che infliggere un Fine Pena Mai ai ragazzini. La scuola è -veramente, in questo caso- una uestione di qualità, più che di quantità.

    4) Mi sembra una strana cosa tarare l’anno scolastico sui problemi (rispettabilissimi, ma che vanno affrontati specificamente) delle famiglie meno elevate socialmente. Se una famiglia non ha nemmeno i pochi euro (o dollari) per mandare il figlio a un corso, a un camp, a qualcosa di extrascolastico e formativo, forse è il caso che si predispongano dei voucher, delle agevolazioni, qualcosa per questi, più che andare a scuola il venti luglio.

    5) Privilegiati o no, l’estate è per molti, quando arriva l’età per, l’occasione per fare qualche lavoretto. Io da ragazzo sfruttavo la vocazione agricola della mia zona e raccoglievo frutta, portavo casse, vendemmiavo: mi pagai un mese in America (aiutato dai miei, ma mi impegnai anch’io per questa cosa), 30 anni fa (gulp). E credo mi abbia dato molto, in questo senso, l’estate senza scuola. Il contatto col lavoro, un progetto basato su un guadagno, un’esperienza che al tempo fu, nel mio piccolo, straordinaria.

    ) Mi ricollego a cose dette prima. Nelle estati felici della mia infanzia e adolescenza, praticai anche una valanga di sport, ma liberamente, come e cosa piaceva a me. E andavo per esempio, molto in biblioteca, quando non lavoravo o non ero via, per esempio a leggermi la storia italiana nell’emeroteca comunale, come i giornali raccontavano le guerre il fascismo ecc, nel momento in cui le cose avvenivano.

    Io credo che un mese (o due?) in meno di vacanze tolgano molto a molti, in molte direzioni, e non diano quasi niente a quasi nessuno. Ci sono nove mesi per imparare ogni anno la matematica, le lingue straniere ecc. E’ importante fare bene le cose in quei mesi che cercare pretesti quantitativo-produttivistici: che non possono dare più di quello che già danno, a parte le messa in scena della sgobboneria.

    Almeno secondo me.

  2. crack

    piti, potresti essere meno analitico ed esaustivo? finisce che non ho nulla da scrivere! :)

  3. piti

    eheh, scusa! ;-)

  4. idonthavetimeforthiscrap

    Mentre sono d’accordo con praticamente tutto quello che piti scrive, credo che il problema sia ulteriore: se i ragazzini percepiscono la scuola come costrizione e l’estate come libertà, questo si deve anche al fatto che la conoscenza ed il sapere non rivestono il ruolo importante che rivestivano in passato. Oggi avere un buon curriculum scolastico non è una priorità, lo è essere “fighi” nel gruppetto di amici. Tanto per partecipare al grande fratello o a uomini e donne mica devo avere una laurea. Certo, non è così per tutti, ma a me pare che l’atteggiamento nei confronti della cultura si sia modificato alquanto negli ultimi, diciamo, 50 anni.
    L’altro problema è che, in effetti, la scuola, almeno quella italiana, è pallosa. Se fosse (come dovrebbe essere) divertente imparare, credo che non si avvertirebbe più la scuola come una specie di percorso obbligato dal quale uscire il prima possibile, ma come una strada essenziale da percorrere per crescere e migliorare personalmente.
    In tal modo, le importanti esperienze che uno fa fuori dalla scuola (vedi post di piti) sarebbero integrate da quello che si impara a scuola, e non sarebbe necessario vedere il mondo come “dentro la scuola” e “fuori la scuola”, ciò che si impara dentro serve per vivere fuori.

  5. paolopa

    Piccolo problema: nelle scuole italiane non c’è l’aria condizionata. Le aule sempre più affollate (thanks, Mary Star!) sono invivibili già da inizio giugno.

  6. Nicola Colella

    lavorare, produrre, lavorare, produrre;

    HEY TEACHER leave US kids ALONE!
    We don’t need no education
    We don’t need no thought control

  7. maxstar

    Prima di scatenare la polemica c’è una informazione che mi manca: non ho capito quanto durano queste benedette vacanze estive degli americani.
    Non vorrete mica farmi leggere Tom Sawyer per punizione???

  8. piti

    a proposito di Tom Sawyer, c’è un capitolo, uno dei primi, che spiega perfettamente gli ultimi vent’anni e forse anche la proposta di andare di più a scuola.

    La zia Polly ordina a Tom di verniciare tutta la lunghissmi palizzata che recinta il giardino. Lui è disperato. Appena iniziato il lavoro, passa un suo amico che lo prende in giro. Allora Tom ha un lampo di genio. Dice che vernicare la palizzata è un grande onore, che è una bella cosa ecc. L’amico si convince e gli chiede di poterlo aiutate. Tom accetta solo facendosi pagare qualcosa. E un po’ alla volta tutti i bambini del quartiere si convincono che verniciare la palizzata sia non una faticaccia ma una cosa che li fa diventare migliori e onorevoli, e tutti pagano a Tom i loro piccoli tesori pur di farsi il mazzo al suo posto.
    A fine giornata, la palizzata ha avuto tre mani di vernice, i bambini sono appagati e Tom Sawyer è ricco di biglie, topi morti e tutti i tesoretti dei bambini del quartiere.

    Una metafora perfetta.

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