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«Nessuno ti crederà mai»

Gli estratti dell'intervista di GQ all'attore di Ghostbusters, Ricomincio da capo e Lost in translation

A ruota libera su Ghostbusters 3, Obama e il film di Garfield, che pensava fosse dei Coen

23 luglio 2010

Ho letto che tu pensavi di fare il fantasma. Non male.
No, è che io non volevo fare il film. Continuavano a chiedermelo e io continuavo a dire di no. Così una volta ho detto, giusto per scherzare: «Se mi uccidete nella prima scena allora ok, lo faccio». E loro sono venuti fuori con l’idea di uccidermi subito e farmi diventare un fantasma. Geniale, davvero.

Sicuramente è un film atteso. In origine, nel primo film, non era previsto che facessi il personaggio di Peter Venkman, è così?
Sì. Originariamente doveva essere John Belushi. Come per un sacco di miei film. Dio, John è morto: cos’era, venticinque anni fa?

Se rifai Ghostbusters sarà strano, no? C’è tutta una generazione di ragazzi ventenni che pensano tu sia un tipo da film artistici. Sofia Coppola, Wes Anderson, Jim Jarmush. Non fai un grosso film commerciale da parecchio.
Lo so, lo so. C’è questo bravo signore che si chiama Elvis Mitchell. Lo conosci?

Certo. Un vecchio critico del New York Times.
Lui è l’uomo più intelligente del mondo. È divertente parlare con lui. Una notte di un paio di anni fa ero a Venezia, sdraiato sul pavimento di marmo, ed ero tipo caaaaazzo. Lui era nella stanza, e mi ha detto «Bill, continui a fare tutti questi film tristi. Influirà sulla tua vita. La tua vita è dura comunque. Influirà». Mi ha dato una grande lezione sulle mie scelte e siamo finiti a parlare di qualsiasi cosa, e ho pensato, ok, bene, voglio fare una commedia come le facevo un tempo. E… beh, penso di potercela fare. Penso che dovrei farla.

Che mi dici di Garfield [Murray doppiava il gatto nell'edizione americana]? Me lo puoi spiegare? L’hai fatto per soldi?
No! Non l’ho fatto solo per i soldi! O almeno, non del tutto. Pensavo sarebbe stato divertente, doppiare è difficile e non l’avevo mai fatto. In più, ho visto la sceneggiatura ed era firmata “Tizio e Joel Coen”. Ho pensato: beh, perfetto, adoro i Coen! Sono così divertenti. Così ho letto qualche pagina e ho pensato, sì, dai, lo faccio. Al tempo avevo degli agenti e ho chiesto «Quanto mi danno per fare questo genere di cose?» e loro hanno detto «ti danno 50mila dollari.» Io ho risposto «Allora, io non mi allontano dal mio cazzo di vialetto per una cifra così.» Poi mi ha chiamato un tipo dalla casa di produzione, e abbiamo parlato per bene. Niente stronzate, niente inutili chiaccheratine, niente fesserie. Abbiamo parlato a lungo del film. I miei agenti, poi, mi hanno chiamato il lunedì successivo dicendomi «Beh, hanno fatto una controfferta, e non assomiglia per niente a 50 mila dollari». Ho risposto «Questa è la cifra giusta per il lavoro che mi aspetta». Loro hanno girato il film, e io intanto mi sono dimenticato di tutta la faccenda. Alla fine sono andato a Los Angeles a registrare le mie battute. E se stai doppiando un film, se ci metti due giorni è tanto. Non so se dovrei raccontare questa storia, perché è un po’ cattiva. Ma chi se ne frega? È interessante. Allora, ho lavorato una giornata ed era tutto un «E questa è la battuta? Bene, io quella cosa lì non posso dirla». Allora ti siedi e pensi, cosa posso dire che lo renda divertente? Così ho detto «Ok, è meglio che mi facciate vedere il resto del film, così possiamo capire con cosa abbiamo a che fare». Mi sono seduto e mi sono guardato tutto il film continuando a dire “Ma chi diavolo ha montato questa cosa? Chi l’ha fatto? A che cazzo stavano pensando i Coen?» Ed è lì che me lo hanno spiegato: non era stato scritto da quel Joel Coen.

Poi si scopre che Murray non guarda molta tv. Non conosce Seinfeld, né altre serie di punta.

E allora che cosa guardi? Sport?
Guardo sport, film, Current TV sul satellite mi piace. Onestamente, mi annoio facilmente. C-SPAN [la rete via cavo di news, ndr] può essere bellissima, come nella notte in cui Obama ha vinto le elezioni. C-SPAN è stata la migliore: non c’erano presentatori, solo Chicago. C’era solo la folla a Grant Park, ed era esaltante. E quella è la mia città. Tutti si dicevano: «Oh mio dio, sta succedendo!» Hai visto le foto, c’era qualcuno dalla zona nord, qualcuno da quella sud, qualcuno dalla periferia. È stata la cosa più sinceramente americana che io abbia mai visto, mi entusiasmo solo a pensarci. Non conosco nessuno che non stesse piangendo. Continuavamo a ripeterci: «grazie a Dio questo lungo incubo nazionale è finito».

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