Il referendum sull’acqua fa acqua?

Consegnate le firme per i tre referendum sulla gestione dell'acqua, cresce il fronte dei perplessi

Lunedì 19 luglio il Comitato Promotore dei Referendum per l’acqua pubblica ha consegnato oltre un milione e quattrocentomila firme alla Corte di Cassazione, a sostegno della richiesta di effettuare tre referendum la prossima primavera. I quesiti referendari mirano ad abrogare vari passaggi del decreto Ronchi, che nel 2008 ha aperto ai privati la possibilità di concorrere e partecipare ai servizi pubblici locali che distribuiscono l’acqua sul territorio.

La campagna referendaria ha generato un certo dibattito, e la quantità di firme raccolte lascia pensare che il tema raccoglierà sempre più attenzioni da qui alla prossima primavera. Fino a questo momento si sono formati tre fronti, tra chi si è già fatto un’idea della questione. Il primo fronte è quello dei favorevoli sia agli obiettivi della campagna referendaria che all’utilizzo dello strumento: in breve, la linea del comitato promotore.

L’acqua è un bene comune e un diritto umano universale. Un bene essenziale che appartiene a tutti. Nessuno può appropriarsene, né farci profitti. L’attuale governo ha invece deciso di consegnarla ai privati e alle grandi multinazionali. Noi tutte e tutti possiamo impedirlo. Mettendo oggi la nostra firma sulla richiesta di referendum e votando SI quando, nella prossima primavera, saremo chiamati a decidere. E’ una battaglia di civiltà. Nessuno si senta escluso. […] Vogliamo restituire questo bene essenziale alla gestione collettiva. Per garantirne l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene comune. Per conservarlo per le future generazioni. Vogliamo una gestione pubblica e partecipativa. 
Perché si scrive acqua, ma si legge democrazia.

Poi ci sono le persone – e non sono poche – che seppure condividano gli obiettivi del comitato, trovano lo strumento referendario discutibile e potenzialmente controproducente: è, in sintesi, la posizione del PD. Non si può dire che non abbiano un buon argomento, considerato la misera fine che hanno fatto i referendum negli ultimi anni. Poi c’è un terzo fronte, che contesta invece proprio l’abrogazione del decreto Ronchi proposta dal referendum. A questa schiera appartiene Alberto Mingardi – fondatore dell’Istituto Bruno Leoni, editorialista del Wall Street Journal – che oggi sul Sole 24 Ore spiega perché, malgrado il suo fascino, bisognerebbe prendere con le molle le proposte del comitato promotore.

Chi abbia un po’ di buon senso non può difendere uno status quo che ci vede, sulla media nazionale, prelevare 165 litri d’acqua per erogarne 100. I dati Istat sulla dispersione idrica fotografano da anni una situazione preoccupante, soprattutto in alcune regioni del Sud, dove per distribuire 100 litri di acqua debbono esserne addirittura captati altri 100. Perché l’acqua sia un «diritto fondamentale», ovvero perché l’accesso alle risorse idriche sia effettivamente a disposizione di tutti, è davvero indispensabile che essa venga sprecata così?

Mingardi spiega poi perché il decreto Ronchi avrebbe effetti benefici sul sistema di distribuzione dell’acqua. Primo: i privati che si aggiudicheranno il servizio tramite gara si impegneranno a rispettare parametri precisi. Il decreto introduce logiche di trasparenza e accountability che di fatto consentirebbero un miglior controllo – e quindi un miglior servizio – rispetto al passato. Anche perché quello attuale è talmente scadente che a loro basterebbe ridurre gli sprechi – migliorando la qualità della rete – per fare profitti. Secondo: è sbagliato dire il decreto Ronchi privatizza la gestione delle risorse idriche in Italia. Il decreto Ronchi, coerentemente con i principi dell’Unione europea, “generalizza l’obbligo di utilizzare procedure competitive a evidenza pubblica per l’esternalizzazione dei servizi idrici o per la selezione di un partner privato in una società mista”. Insomma, si farà una gara: e il fatto che un servizio sia assegnabile tramite gara non significa necessariamente che venga privatizzato.

È vero che il decreto Ronchi parallelamente mira a una progressiva riduzione del peso degli enti locali nelle società a partecipazione pubblica già quotate in borsa, ma la quota pubblica massima, anche nel 2016, potrebbe assestarsi comunque al 30% del capitale e le amministrazioni locali sono obbligate a vendere un pezzo delle partecipate solo nel caso in cui vogliano mantenere l’affidamento diretto. Di “privatizzazione”, insomma, davvero non si può parlare: tanto rumore per nulla.

Quindi, dice Mingardi, il successo del comitato referendario è un successo di parole d’ordine. Una campagna contro la messa a gara dei servizi pubblici locali avrebbe suscitato lo stesso clamore di una campagna per l'”acqua bene comune”? Per le stesse ragioni, l’editorialista del Sole 24 Ore reputa improbabile a sinistra si possa seriamente contestare il merito del referendum. In realtà diverse voci critiche nel merito del referendum stanno arrivando da ambienti progressisti. Sono note da tempo le perplessità degli economisti di Lavoce.info, che contestano la premessa stessa del comitato referendario.

È triste che qualcuno chiami tutto questo “la privatizzazione dell’acqua”. È cattiva informazione, ai limiti della mala fede. Quello che si vuole è la messa a gara dei servizi. Se uno poi vuole mantenere la proprietà pubblica delle imprese lo può fare, ma queste devono dimostrare sul campo di valere almeno quanto quelle private. Si noti bene: le imprese pubbliche “brave” non avranno problemi, e in Italia per fortuna ne abbiamo diverse. Il timore di qualcuno è che la presenza dei privati aumenti i prezzi, in particolare dell’acqua. No, a questa obiezione la risposta è semplice: se non si vogliono i privati allora si faccia una gara, e se l’impresa interamente pubblica farà veramente prezzi più bassi, allora il privato non passerà. Avremo una gestione privata solo se sarà il privato ad avere prezzi più bassi, ma allora il problema non esiste.

Intanto si è costituito il comitato per il No, ne fanno parte anche alcuni esponenti locali del PD e rilancia gli argomenti di Lavoce.info.

Nessuna legge, in Italia, ha privatizzato l’acqua e nessun Governo o Partito politico intende proporre una misura di questo tipo. Le attuali norme prevedono che, ferma restando la proprietà pubblica dell’acqua e delle reti che la portano dalla fonte al rubinetto, la gestione dei servizi sia gestita in un quadro di libero mercato. Le tariffe, secondo la legge, sono stabilite dagli enti locali, secondo leggi regionali che si ispirano alla normativa nazionale, come recentemente ribadito dalla Corte Costituzionale. I referendum hanno l’obiettivo di riportare la gestione del servizio idrico in mano ad enti e carrozzoni pubblici scaricando i costi di questo servizio sulla fiscalità generale. Questo significherebbe che l’incasso delle bollette non coprirà tutti i costi del servizio che dovranno essere coperti con una apposita tassa oppure chiuderanno in perdita, cosa che renderà i nostri acquedotti ancora più colabrodo di quanto non siano oggi.