• Cultura
  • mercoledì 21 luglio 2010

I cinesi che volevano comprare Newsweek

di Simone Pieranni, Matteo Miavaldi

Un gruppo editoriale riformista cinese ha presentato un'offerta, poi rifiutata, per l'acquisto della famosa rivista americana; avrebbe determinato l'ingresso della Cina nel mondo dell'informazione occidentale

Potrebbe essere un primo tentativo di rompere l'isolamento mediatico ed inserirsi nel panorama dell'informazione mondiale

Quel genio di Philip K. Dick nella sua opera prima, Paradiso Maoista, descrive una scena che ben rappresenta il timore yankee di fronte allo spettro cinese: un soldato americano offre il proprio accendino ad un cinese. Quest’ultimo accende la sigaretta e poi lascia cadere a terra l’accendino. Infine, sprezzante, lo schiaccia col piede, distruggendolo. L’ambientazione temporale è il 1949, l’anno che vide nascere la Repubblica Popolare Cinese. Dick scrisse la sua opera nel 1954, immaginando forse uno strapotere che sarebbe dovuto ancora passare attraverso la carestia, i balzi in avanti, la rivoluzione culturale, un paese sulle ginocchia piegate del proprio controverso leader. Dopo la morte di Mao, la spuntò il piccolo uomo, Deng Xiaoping, con il suo «arricchirsi è glorioso».

La Cina, l’ex malato d’Asia, tornò a risplendere economicamente, portando nel giro di pochi anni milioni di persone al di sopra della soglia di povertà. Lo ha fatto a prezzi altissimi, superando la crisi di fine anni Ottanta macchiata dagli spasmi in mondovisione della protesta studentesca, creando un modello sociale profondamente ineguale in cui il collettivismo socialista è stato sostituito da una forma di individualismo completamente declinato al consumo. L’orgasmo della rinascita. L’uomo cinese diventa tronfio, non mangia il riso, perché è cibo dei poveri, si affanna a sfoggiare la nuova ricchezza. Poi arriva il momento in cui questa ricchezza, i progressi, vanno spiegati, modulati, espressi, consegnati. Arriva il momento dell’autonarrazione: ogni mito vive del proprio racconto, celebrativo o meno, ma pur sempre mitico. C’è oggi una grande differenza tra il Paradiso Maoista e l’Attuale Realtà con Caratteristiche Cinesi: oggi l’uomo cinese del romanzo di Dick forse non schiaccerebbe l’accendino americano. Forse proverebbe a comprarlo, spiegando poi agli americani come produrne uno migliore. L’uomo occidentale, invece, ha ancora paura.

Assalto al cielo (degli altri)
La notizia ha trovato spazio soprattutto sui media americani – e cinesi – ma è stata in generale sottovalutata: qualche settimana fa, il gruppo editoriale cinese Southern Daily Group ha provato a comprare il celebre magazine americano Newsweek, di proprietà del Washington Post, falcidiato dalla crisi e dai debiti. Un’operazione non riuscita, ma che potrebbe costituire solo il primo dei tentativi cinesi di rompere il proprio isolamento mediatico in terre occidentali. Negli States si è dibattuto a lungo e non ha pesato poco, nel mancato passaggio di mano, la cattiva fama che spesso viene collegata alla professionalità cinese per quel che concerne l’informazione. Dire giornalismo cinese spesso significa dire censura, controllo, propaganda.
Non che la nomea sia completamente basata su falsità ed illazioni: assistere a conferenze stampa in Cina senza neanche una domanda, spesso è un esercizio di resistenza ai propri istinti ribelli, ma è anche vero che non si può certo valutare l’informazione di un Paese da un telegiornale di una rete nazionale o dagli editoriali di un quotidiano appartenenti allo stesso proprietario, nonché al vertice della politica nazionale (stiamo parlando del Partito Comunista Cinese…).

In Cina, specie dopo la vetrina olimpica del 2008, in tanti hanno sottolineato come molti dei problemi internazionali del Paese siano dovuti ad un uso poco moderno dei mezzi di informazione da parte dei governanti locali. Molti intellettuali nelle proprie interviste, tra il serio ed il divertito, sostengono che il Partito avrebbe bisogno di una strategia di PR al passo con i tempi. Il Partito, dal canto suo, ha i suoi tempi, ma è pur sempre molto meno marmoreo e monolitico di quanto spesso lo si immagini e non gli mancano certo le possibilità di tastare il polso della situazione. Complice la sua costante crescita economica, la Cina è ormai in grado di investire in mastodontici progetti con l’intento di espandere il proprio bacino mediatico, correggendo così alcuni difetti di comunicazione.
Negli ultimi tempi, l’attenzione dei media in Cina si è intensificata proprio in questa direzione: la Xinhua, la più grande agenzia di news del Paese, legata a doppio filo al governo, ha lanciato il suo servizio di news televisive mondiali, 24 ore su 24. La China News Network Corporation nasce con uno scopo preciso: dare risalto ed eco internazionale al punto di vista cinese su quello che succede nel mondo, raggiungendo nel primo anno un’audience di circa 50 milioni di spettatori. Anche questo è soft power: ci apprestiamo ad avere una CNN cinese, con servizi da ogni angolo della terra, specie dalle zone strategiche, in grado di influenzare quanto solitamente viene comunicato sulla Cina.

CNN cinese, assalto a Newsweek, soft power: lecito porsi alcuni dilemmi a riguardo. Bi Yantao ad esempio, direttore del centro di ricerche dell’università di Hainan, ritiene che Newsweek sia una sorta di colabrodo economico, un investimento senza futuro, ma in grado di aumentare il prestigio internazionale della Cina alle prese con l’informazione nel mondo occidentale. Evan Osnos invece, sulle colonne del New Yorker, pone il problema di fondo, rispetto alle tante critiche Usa sul giornalismo cinese: i giornalisti cinesi meritano rispetto, ha scritto. Allora, di che giornalismo stiamo parlando?

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