Il PD dice che la Lega si sta spartendo le poltrone e basta: ha messo un postino nel cda delle Poste, c’è gente che ha dieci incarichi in cda e collegi sindacali.
“Bandierine e poltroncine, per ora”, dice l’ex sindaco di Mogliano, Diego Bottacin, consigliere regionale del Pd, quello che nel suo partito ha dato più apertura di credito a Zaia il giorno del suo insediamento. Ha assicurato che molti dei suoi obiettivi, come cambiare lo statuto e il regolamento del Consiglio regionale per poter governare senza rimanere immobili nelle secche dell’ostruzionismo, erano assolutamente condivisibili. Ma poi ha dovuto ritirare la mano tesa perché nulla è stato fatto, anche per colpa del suo partito, ci spiega, che avrebbe potuto aiutare il governatore a comandare, ma non ha fatto nulla per avere la presidenza della commissione per la modifica dello statuto regionale, che per i veneti equivale alla loro costituzione e alla possibilità di avere una reale autonomia. E così la presidenza della commissione è rimasta a un consigliere del Pdl, Carlo Alberto Tessarin, che l’ha avuta nella scorsa legislatura, fanno notare i leghisti, per farci capire la china gattopardesca intrapresa dalla nuova regione.
Insomma, grandi aspettative, grandi potenzialità e pochi risultati. Almeno fino a questo momento, ma qualcosa vuol dire: i primi cento giorni dovevano essere la luna di miele. Invece si concludono con gli imprenditori che perdono la pazienza e chiedono a Zaia di fare quel che può perché “il federalismo fiscale non venga soffocato nella culla”. Si rema controcorrente: da qualche tempo in Veneto il numero dei lavoratori dipendenti ha superato la media nazionale. “Non è più il popolo delle partite Iva”, scrive il Foglio. E questo contribuisce a spazientire i leghisti: qualcuno torna a parlare di secessione, alcuni lo fanno piazzando una stoccata allo stesso Zaia.
Come fa per esempio Gianluigi Casagrande, segretario di una circoscrizione importante della Lega trevigiana, a Oderzo, che riunisce undici comuni e insiste: “Ma lei non ha notato che a Pontida quest’anno erano in tanti a urlare secessione?”. E anche se Zaia nel suo programma di governo ha inserito, assieme all’autonomia del Veneto, gli accordi strategici per fare una macroregione che arrivi nel cuore dell’Europa, lui che è medico precisa: “ Zaia è un grande, ma sia chiaro che noi vogliamo la Padania”.
Altri sono più pragmatici e la vedono in modo diverso, elogiano il pragmatismo e chiedono che venga dato un po’ di tempo a Zaia, per orientarsi e prendere le misure col suo nuovo incarico. Però è una partita vecchia, che comincia molto prima dell’elezione del nuovo presidente: non si risolverà domani.
L’estensione geografica della Lega in Veneto è vasta e la storia delle sue odierne divisioni anche, visto che arriva fino Venezia, dove commissariamenti e faide interne sono ormai recidive. Frutto di anni di tensioni fra diverse generazioni e distinti approcci alla politica, anche se non è lì che si combatte la guerra, ma semmai dentro la giunta che Zaia non riesce ancora a comandare, visto che ci ha messo più di tre mesi per decidere le nomine dei dirigenti perché non si riusciva a trovare un equilibrio fra le richieste di Tosi, le pressioni degli alleati e l’impellente necessità di cominciare a usare il potere con maggiore decisionismo.
Ora la giunta è fatta, bisogna pensare al resto. A lavorare, in pratica. A fare i conti con la mancanza di liquidità e i tagli di Tremonti, col sostegno alle imprese e quello all’occupazione.
Intanto il governatore è finalmente riuscito a far nominare alla segreteria della Programmazione regionale un fedelissimo, Tiziano Baggio, che avrà un ruolo strategico nella guida della macchina istituzionale e può ridare fiato agli aspiranti sudditi dello Zaiastan. E l’aspirante re, con un colpo da maestro, ha ottenuto la nomina di un consigliere diplomatico della Farnesina incaricato di rappresentare anche un’aspirante nazione, quella veneta, che tutti sognano, e nessuno riesce ancora a immaginare.





Mi ricorda molto quello che sta succedendo a Firenze…
Facile pontificare quando si fa il ministro, più difficile quando da presidente di regione ci si scontra con le infinite ripicche locali che un partito come la lega non fa che alimentare ogni giorno. Avevo (a torto) un’opinione abbastanza positiva di Zaia come ministro, ma alla prova dei fatti (le dichiarazioni sulla pillola abortiva) e terra terra come tutti gli altri leghisti.