L’aspirante re del Veneto

Il Foglio racconta i primi cento giorni da governatore del Veneto di Luca Zaia

© Marco Merlini / LaPresse
03-03-2010 Roma
Politica
Ministero delle Politiche Agricole, conferenza stampa del ministro Luca Zaia sul tema delle patate geneticamente modificate
Nella foto Luca Zaia

© Marco Merlini / LaPresse
Rome, 03-03-2010
Politic
Ministry of Agricultural Policy, press conference of minister Luca Zaia about potatoes GMO
In the photo Luca Zaia
© Marco Merlini / LaPresse 03-03-2010 Roma Politica Ministero delle Politiche Agricole, conferenza stampa del ministro Luca Zaia sul tema delle patate geneticamente modificate Nella foto Luca Zaia © Marco Merlini / LaPresse Rome, 03-03-2010 Politic Ministry of Agricultural Policy, press conference of minister Luca Zaia about potatoes GMO In the photo Luca Zaia

A leggerne semplicemente le tappe, la storia politica di Luca Zaia è una storia di successi, uno dopo l’altro. Consigliere comunale del suo paesino a venticinque anni (per la Lega Nord, ovviamente), a 27 anni diventa consigliere alla provincia di Treviso e assessore all’agricoltura. Nel 1998 viene eletto presidente della provincia, sempre a Treviso: ha appena trent’anni, è il presidente di provincia più giovane in Italia. Dal 2005 al 2008 fa il vicepresidente della regione Veneto, poi diventa ministro per l’agricoltura e nel frattempo riesce a imporre la sua candidatura a presidente del Veneto contro il potente Galan, che governava da tre mandati consecutivi. A marzo di quest’anno viene eletto presidente, dando oltre trenta punti di distacco al candidato del centrosinistra e risultando quindi il candidato più votato in Italia.

Cristina Giudici sul Foglio di oggi racconta però la fatica che Zaia sta facendo in questi primi mesi da presidente: i problemi di cui tener conto e gli equilibri da tenere in piedi superano il peso e il potere dei suoi consensi.

Che fatica costruire il regno dello Zaiastan, se sotto il cielo (della Lega) c’è troppa confusione. Che pena cercare di governare se (quasi) tutti marciano per conto loro e la pace ha un prezzo più alto della guerra. Che impresa dover stare su mille fronti, stretto fra la sua base sempre più nervosa che invoca la Padania e la secessione, gli squilibri di partito e di coalizione, e il rigorismo di Giulio Tremonti che (per ora) non fa sconti alle regioni virtuose. Con un occhio sempre vigile anche alla comunicazione, che ogni tanto si trasforma in boomerang perché non si può ricostruire l’autonoma Repubblica della Serenissima e proclamare “sarò come Napoleone”, che è stato proprio quello che l’ha annientata, la Serenissima.

Cento giorni dopo la sua elezione, Zaia è in affanno. Innanzitutto perché nessuno ha ancora capito come si risolverà la questione del federalismo, nel governo nazionale: se messa alla strette la Lega sceglierà il rigorismo di Tremonti o l’esuberanza di Berlusconi, o se preferirà mandare a quel paese entrambi e far cadere il governo. Fatto sta che tra gli elettori leghisti ci sarebbe una crescente insofferenza verso la Lega di governo, e quest’insofferenza ha ripercussioni anche nel Veneto di Zaia. Il presidente finora se l’è cavata facendo un passo indietro e rinunciando a costruire una propria corrente, ma sa bene cosa si muove nella sua regione.

C’è Flavo Tosi, sindaco di Verona ribelle ed estremista – un tipo alla Gentilini, per capirci – che Bossi considera una mina vagante: è riuscito a imporre un suo assessore nella giunta regionale – quello alla Sanità, per altro – e gli uomini vicini a Zaia ora si preoccupano di come gestirà le risorse in un settore così importante. C’è la difficoltà di cambiare gli uomini nei posti chiave in una regione che ha visto governare per quindici anni la stessa persona. C’è soprattutto il tentativo di risolvere tutte le questioni senza rotture, senza alzare la voce. Tanto che se qualcuno paventa una guerra fra Tosi e Zaia, i sostenitori del secondo incrociano le dita.

“Magari fosse così”, si augurano i sostenitori del governatore, “purtroppo Zaia vuole andare d’accordo con tutti. E gli costa di più mantenere la pace con Tosi, che sfidarlo a duello”. La fanno facile loro, tanto non devono governare una regione che traina sì l’economia, e regge meglio degli altri la zavorra della crisi, ma poi non riesce a rilanciare lo sviluppo e neanche a ottenere la Tav. La fanno facile loro (e anche Zaia che magari avrebbe dovuto fare promesse più ponderate), ma forse non è affatto facile affrontare uno che a Verona su sessanta sezioni di partito nella provincia è riuscito a farne commissariare 24, ci hanno raccontato i dissidenti interni, con dati alla mano, perché erano fedeli a Federico Bricolo, capogruppo al Senato, diventato pretoriano di Bossi grazie alla mediazione di Rosi Mauro.

Mentre i suoi colleghi di partito se le danno di santa ragione, tra espulsioni e commissariamenti, a Zaia tocca limare, smussare, trattare. Prima o poi però i nodi verranno al pettine, scrive il Foglio.

“Nella segreteria provinciale della Lega veronese non si discute di politica, ormai si decidono solo le espulsioni”, ci hanno detto e ribadito così in tanti che è impossibile ritenere certe lamentele frutto di frustrazioni personali. Anche perché a stare a sentire loro, i dissidenti, è da tre anni che si va avanti così, da quando la Lega ha cominciato la sua marcia verso il potere e la Liga veneta ha cominciato a mettere le bandierine sui posti che contano e, almeno nella provincia di Verona, si litiga su tutto, anche sulle chiusure del centro storico di un borgo da duemila abitanti.

A Treviso le cose sono più tranquille. Il sindaco è Giampaolo Gobbo, capo della Lega in Veneto, con cui Zaia va d’accordo. Gobbo ha tenuto a freno Tosi, finora ma ora il sindaco di Verona è vicino a diventare “segretario nazionale” (il Foglio spiega che si tratta del segretario regionale, che la Lega chiama però “segretario nazionale”). E da qui seguirebbero altre divisioni nella Lega: il capogruppo in regione, Caner, vorrebbe fare il sindaco di Treviso così come Pettenà, primo dei non eletti in regione e amico fraterno dello stesso Zaia.

E il PD, in tutto questo?

Il PD dice che la Lega si sta spartendo le poltrone e basta: ha messo un postino nel cda delle Poste, c’è gente che ha dieci incarichi in cda e collegi sindacali.

“Bandierine e poltroncine, per ora”, dice l’ex sindaco di Mogliano, Diego Bottacin, consigliere regionale del Pd, quello che nel suo partito ha dato più apertura di credito a Zaia il giorno del suo insediamento. Ha assicurato che molti dei suoi obiettivi, come cambiare lo statuto e il regolamento del Consiglio regionale per poter governare senza rimanere immobili nelle secche dell’ostruzionismo, erano assolutamente condivisibili. Ma poi ha dovuto ritirare la mano tesa perché nulla è stato fatto, anche per colpa del suo partito, ci spiega, che avrebbe potuto aiutare il governatore a comandare, ma non ha fatto nulla per avere la presidenza della commissione per la modifica dello statuto regionale, che per i veneti equivale alla loro costituzione e alla possibilità di avere una reale autonomia. E così la presidenza della commissione è rimasta a un consigliere del Pdl, Carlo Alberto Tessarin, che l’ha avuta nella scorsa legislatura, fanno notare i leghisti, per farci capire la china gattopardesca intrapresa dalla nuova regione.

Insomma, grandi aspettative, grandi potenzialità e pochi risultati. Almeno fino a questo momento, ma qualcosa vuol dire: i primi cento giorni dovevano essere la luna di miele. Invece si concludono con gli imprenditori che perdono la pazienza e chiedono a Zaia di fare quel che può perché “il federalismo fiscale non venga soffocato nella culla”. Si rema controcorrente: da qualche tempo in Veneto il numero dei lavoratori dipendenti ha superato la media nazionale. “Non è più il popolo delle partite Iva”, scrive il Foglio. E questo contribuisce a spazientire i leghisti: qualcuno torna a parlare di secessione, alcuni lo fanno piazzando una stoccata allo stesso Zaia.

Come fa per esempio Gianluigi Casagrande, segretario di una circoscrizione importante della Lega trevigiana, a Oderzo, che riunisce undici comuni e insiste: “Ma lei non ha notato che a Pontida quest’anno erano in tanti a urlare secessione?”. E anche se Zaia nel suo programma di governo ha inserito, assieme all’autonomia del Veneto, gli accordi strategici per fare una macroregione che arrivi nel cuore dell’Europa, lui che è medico precisa: “ Zaia è un grande, ma sia chiaro che noi vogliamo la Padania”.

Altri sono più pragmatici e la vedono in modo diverso, elogiano il pragmatismo e chiedono che venga dato un po’ di tempo a Zaia, per orientarsi e prendere le misure col suo nuovo incarico. Però è una partita vecchia, che comincia molto prima dell’elezione del nuovo presidente: non si risolverà domani.

L’estensione geografica della Lega in Veneto è vasta e la storia delle sue odierne divisioni anche, visto che arriva fino Venezia, dove commissariamenti e faide interne sono ormai recidive. Frutto di anni di tensioni fra diverse generazioni e distinti approcci alla politica, anche se non è lì che si combatte la guerra, ma semmai dentro la giunta che Zaia non riesce ancora a comandare, visto che ci ha messo più di tre mesi per decidere le nomine dei dirigenti perché non si riusciva a trovare un equilibrio fra le richieste di Tosi, le pressioni degli alleati e l’impellente necessità di cominciare a usare il potere con maggiore decisionismo.

Ora la giunta è fatta, bisogna pensare al resto. A lavorare, in pratica. A fare i conti con la mancanza di liquidità e i tagli di Tremonti, col sostegno alle imprese e quello all’occupazione.

Intanto il governatore è finalmente riuscito a far nominare alla segreteria della Programmazione regionale un fedelissimo, Tiziano Baggio, che avrà un ruolo strategico nella guida della macchina istituzionale e può ridare fiato agli aspiranti sudditi dello Zaiastan. E l’aspirante re, con un colpo da maestro, ha ottenuto la nomina di un consigliere diplomatico della Farnesina incaricato di rappresentare anche un’aspirante nazione, quella veneta, che tutti sognano, e nessuno riesce ancora a immaginare.