
Era notte, fuori, a Piombino. Io non avevo mai visto niente del genere. Non dico la notte. Dico il cervello elettronico. Avrei dato qualunque cosa per poter restare là, la mano sul mouse, ad allunare, ma ero in casa di amici di amici e quindi non potevo neppure avvicinarmi troppo.
E poi il padrone del LEM ci mostrò un programma di disegno. Come cazzo si chiamava?
De Luxe Paint si chiamava. Quando si avviava (e si avviava da dischetto) c’era un disegno a colori. Tutto fatto con il mouse, credo. Mi ricordo che con il mio amico aspirante amoeba discutevamo su questo, su come fosse stato fatto. Gli scanner non sapevamo neppure cosa fossero. Forse lui si. Io no.
Il disegno che si mostrava sullo schermo era la maschera di Tutankamon, il famoso presidente egizio.
Ecco.
Riuscii a toccarlo, quel cervello elettronico, per pochi minuti, poi toccò ad un altro. Fanculo.
Quache anno dopo compraii un amiga 500. Disegnavo con deluxe paint, credo che avesse 256 colori, forse solo 16. Disegnavo con il mouse e l’universo mi sembrò svelarsi e c’era tutta una vita di gioie e milioni di colori che si mostrava davanti a me, nel futuro.
Poi si sa, le cose non sempre vanno come le abbiamo immaginate. Il mio amico non è depilato e collegato con tubi al mondo virtuale e io non sono andato molto oltre con il disegno digitale.
Ora c’è questa cosa unta. S’accende e io scorro il dito unto verso Brushes e disegno.
Io di lavoro faccio il disegnatore.
Questo vuol dire che ormai non mi trovo troppo spesso a disegnare per gioco. È come se un idraulico che ha lavorato ai tubi tutto il giorno, una volta tornato a casa si mettesse a tubare con la moglie, per diletto. Non succede.
Io disegno poco, al di là degli impegni di lavoro.
E invece ora sono giorni che struscio questo dito unto su quel vetro. E gioco, come i bambini giocano, come i veri grandi disegnatori dovrebbero fare sempre e come io non riuscivo più a fare da anni.
Si può disegnare tutto, sapete?
Ho fatto un ritratto immaginario di una ragazza che si tocca un piede, un uomo con un uccello esotico in mano, e poi mi sono messo davanti allo specchietto retrovisore di una vespa che mi tengo sul tavolo (lo specchietto) e mi sono ritratto me, vecchio e pieno di buche in faccia come potevo scoprirmi solo guardandomi con gli occhi del disegno.
Quanto mi sono divertito.
Ora sono qui, a scrivere questa cosa. Ho la schiena bloccata dall’esser stato troppo gobboni su quella tavoletta unta.
I disegni digitali che ho fatto, messi su facebook, sono stati molto apprezzati. Dove sono ora?
Dove sono?
Li cerco nella cassettiera tra i disegni dei pirati. Non ci sono.
Forse impilati con la storia dell’eremita guerriero?
Nel mucchio d Zaky?
Nella cartellina del Libro Impossibile.
No.
Non ci sono.
Vivono solo collegati ad una batteria, nel loro personale polmone d’acciaio, nel regno ideale dell’amico depilato e amoeba.
Quando questa civiltà finirà (e finirà, vedrete) loro scompariranno. Non resterà nulla. La ragazza che si tocca il piede. L’uomo con l’uccello in mano, anche l’autoritratto. Anche quello, come me, scomparirà.
Una volta, al Louvre, sono rimasto ore a guardare i piccoli gatti scolpiti dagli egizi.
Ce n’era uno, anzi, una, era una gatta di ossidiana. Aveva figliato, aveva questi cuccioli di ossidiana attaccati a puppare. Lei sollevava la testa e ne leccava uno. Lo scultore l’aveva ritratta in quel momento lì. Era rimasta così, con la lingua sul dorso del cucciolo, per cinquemila anni.
— Cultura
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21 Commenti
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solo ora ho potuto leggerti da una segnalazione di Luca Baiguini.
Spero che i tuoi disegni (come posso vederli?)e le tue parole siano ricordate nella prossima civiltà.