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— Italia

Perché le regioni ce l’hanno con il governo

La manovra taglia quasi nove miliardi di euro in due anni: meno fondi anche a province e comuni

Secondo i governatori sono a rischio alcuni servizi fondamentali, il governo chiede di eliminare gli sprechi

7 luglio 2010

Le tensioni di questi giorni tra il governo e le regioni hanno trovato probabilmente ieri il loro punto più alto, quando il ministro per i rapporti con le regioni Raffaele Fitto ha convocato un incontro tra i presidenti di regione e il ministero dell’Economia e questi hanno rigettato l’offerta, per bocca del presidente dell’Emilia Romagna Vasco Errani, dicendo di voler discutere e trattare direttamente con Berlusconi.

Le ragioni di queste tensioni sono i tagli contenuti nella manovra finanziaria in discussione in questi giorni al senato. Il testo su cui si sta lavorando taglia quasi nove miliardi di euro in due anni dai fondi destinati alle regioni. Le regioni scalpitano da settimane: sostengono che un taglio di questa entità li costringerebbe a rinunciare ad alcuni servizi fondamentali offerti ai cittadini, costringendoli alla bancarotta o alla restituzione allo stato delle loro deleghe su sanità e trasporti. Il governo non ci sente, sostiene che le regioni vengono amministrate in modo allegro e sprecone – Tremonti ha fatto più volte riferimento alle costosissime sedi aperte all’estero – e tira dritto.

Finora, il massimo che sono riuscite a spuntare è una “ripartizione flessibile” dei tagli. Ieri la Commissione Bilancio del Senato ha approvato un emendamento del relatore Azzollini che lascia invariati i tagli per le regioni – nonché quelli su province e comuni – ma stabilisce che le cosiddette regioni virtuose – quelle che rispettano il patto di stabilità interno, che hanno spese per il personale più basse in rapporto alla spesa corrente, che frenano la spesa sanitaria e contrastano le false invalidità – saranno premiate alleviando le proporzioni dei tagli. La decisione finale, dice l’emendamento, spetterà alla conferenza Stato-regioni entro novanta giorni dalla conversione in legge della manovra. La stessa cosa varrà per i tagli a comuni e province – in tutto oltre 4,5 miliardi di euro – che decideranno nella conferenza Stato-città.

Allo stato attuale, non sembra che l’agitarsi delle regioni possa ottenere qualche risultato. Sulla manovra il governo sembra piuttosto compatto e lo stesso Tremonti ieri ha ribadito che “non è prevista alcuna modifica”. La stessa cosa è stata ripetuta più volte dal ministro Fitto, che anzi nei giorni scorsi aveva accusato le regioni di non riuscire a gestire le proprie finanze. Quel che è certo è che i tempi per l’approvazione della manovra sono piuttosto serrati: oggi la commissione Bilancio continuerà a discuterne, domani il testo arriverà in senato. Il voto finale è previsto per il 14 luglio e nel frattempo sarà stato redatto il cosiddetto maxiemendamento, sul quale il governo chiederà la fiducia.

Intanto le polemiche proseguono. La richiesta delle regioni di incontrare direttamente Berlusconi è caduta nel vuoto, e la cosa ha fatto infuriare i presidenti di regione. E il malumore non è affatto limitato ai presidenti di centrosinistra. Renata Polverini e Roberto Formigoni – rispettivamente presidenti di Lazio e Lombardia – sono tra le voci più critiche al governo, e oggi sul Corriere della Sera lo stesso Formigoni ribadisce che “insisteremo fino all’ultimo minuto” e che la ripartizione flessibile dei tagli “è solo fumo negli occhi e per di più scritto male”. Berlusconi certamente non è contento, ma si trova – e non è la prima volta – legato mani e piedi ai destini e alle decisioni di Tremonti. Francesco Verderami descrive così la situazione sul Corriere della Sera.

Se il Cavaliere accogliesse la loro [i presidenti di regione, ndr] richiesta, basterebbe una parola, una sola parola fuori posto, e a quel punto sarebbe Tremonti a rivoltarsi. Perché il ministro dell’Economia l’ha anticipato al premier, dopo avergli detto che «se riducessi i tagli alle Regioni, dovresti poi tagliare ancor di più sui ministeri. Scegli». È come scegliersi il girone infernale.

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3 Commenti

  1. IcoFeder

    Si può dire tutto ma non affermare di tagliare i fondi per ridurre gli sprechi: questi ci sono perché legati a specifici interessi dei politici (clientelismo elettorale, logiche di partito, promesse ai cittadini) e sono gli ultimi a cui rinunceranno.
    PRIMA si sistemano le falle e poi si può risparmiare!!!
    E non si possono portare ad esempio sprechi irrisori di fronte a tagli drastici…

  2. massimo55

    Sì, ma non se ne esce, allora. Se gli amministratori, ed è credibile, non tagliassero comunque le spese legate ad interessi politici (consulenze, viaggi, ecc.) sotto la pressione di tagli alla fonte, perché mai dovrebbero farlo in assenza di tali tagli? Esattamente come è ora. Io credo, invece, che ci sia molto da tagliare, il problema è che ciò, politicamente, ha costi molto alti ed è molto più facile minacciare ripercussioni sui servizi. L’Italia non è un paese riformabile, questo è il vero problema.

  3. parcoma

    Per quanto riguarda le “costosissime sedi aperte all’estero”, un interessante approfondimento qui:
    http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Sgoop!

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