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— Economia

La vicenda dello yuan spiegata a un marziano

di china files

Ecco perché la Cina tiene in pugno l'economia degli Stati Uniti, e un po' anche la nostra

Che cosa significano fluttuazione, convertibilità, rivalutazione dello yuan?

5 luglio 2010

Non tanto per capire meglio, ma semplicemente per capire il significato reale della dicitura esoterica “convertibilità dello yuan”, è necessaria un’infarinatura di storia del mercato valutario, esperienza per certi versi molto noiosa della quale proverò a fare un riassunto semplice e comprensibile.

Nel 1944, dopo che la Grande Depressione aveva dilaniato l’economia di mezzo mondo e creato i presupposti per la Seconda Guerra Mondiale, la Società delle Nazioni, che di lì a poco avrebbe cambiato nome in Nazioni Unite, decise che fosse il caso di istituire un sistema valutario internazionale per evitare ulteriori crisi economiche globali.

44 nazioni mandarono i propri delegati a Bretton Woods, località del New Hampshire, per fondare un sistema che permettesse di regolamentare il mercato internazionale, istituendo il “sistema aureo”. Decisero che da ora in avanti, era il luglio del 1944, tutti gli stati avrebbero adottato una politica monetaria che facesse riferimento al dollaro, il quale veniva fissato al valore di un bene materiale che avrebbe costituito le riserve economiche nazionali: l’oro.

In pratica, ogni banconota da un dollaro aveva un corrispettivo reale misurato in once d’oro, e quando la banca centrale emetteva nuova cartamoneta, implicitamente garantiva che se mai un giorno il signor John Wayne, per esempio, si fosse recato in banca per cambiare i suoi soldi, gli avrebbero dato un’oncia d’oro ogni 35 dollari.

Fissato il valore del dollaro, il resto delle valute nazionali (sterlina, franchi, marchi., lira, etc.) si agganciava al dollaro fissando ognuna un tasso di cambio sostanzialmente fisso, salvo le minime percentuali di fluttuazione concesse dagli accordi: in parole povere, era stata decretata la supremazia del dollaro rispetto al resto delle valute nazionali, ovvero dei rispettivi paesi, che da quel momento avrebbero seguito le fortune e le disgrazie dell’economia americana (leggi: boom economico degli anni ’50 trainato dal dollaro).

Tutto questo bel sistema, che aveva nominato gli Stati Uniti burattinai del mercato globale, decadde nel 1971, quando l’allora presidente Richard Nixon dichiarò che le riserve auree nelle casse americane non bastavano più a pareggiare il valore di tutta la cartamoneta in circolazione in quegli anni, che aveva raggiunto dimensioni spropositate causate dal boom economico e dalle spese dissennate dell’amministrazione repubblicana per la guerra del Vietnam: venendo meno quindi il postulato di 35 dollari all’oncia, si decise di abolire il “sistema aureo” e di inaugurare il “sistema fluttuante”, ovvero il Foreign Exchange Market (Forex).

Nel Forex le valute non erano più protette da un tasso di cambio fisso, ma buttate nel calderone del mercato finanziario alla stregua di mele, banane, diamanti, mattoni, uranio, azioni di società quotate in Borsa etc.: erano insomma regolate dalla legge del mercato, domanda ed offerta, mantenendo però il dollaro americano (che caso!) come valuta di riferimento, usata ancora oggi per pagare le transazioni, ad esempio, delle materie prime (ecco spiegato perché l’unità di misura del valore del petrolio si esprime in dollari al barile). Questa rivoluzione ha aperto l’era della speculazione valutaria, altro termine abbastanza oscuro che cercherò di chiarire con un esempio nostrano.

Mettiamo caso che ci sia una compagnia aerea di bandiera, che per convenzione chiameremo Alitalia; mettiamo caso che la compagnia, quotata in borsa, offra un servizio scadente e sia indebitata fino al collo: senza saper né leggere né scrivere, se io ho per le mani delle azioni Alitalia e leggo sui giornali che lo Stato sta pensando di vendere Alitalia alla Francia, facendo incazzare tutti i lavoratori connessi al servizio e prospettando uno spostamento di capitale importante (leggi: i soldi che la Francia farà con Alitalia, andranno ad arricchire i francesi, non gli italiani), tendenzialmente me ne voglio liberare e quindi le vendo, per non rischiare di trovarmi, dopo la vendita di Alitalia, con delle azioni che non valgono nulla nel mio paniere. Il mercato, che è spesso suscettibile all’isteria popolare, decreterà il crollo delle azioni dell’Alitalia, che in questo momento sono carta straccia che nessuno vuole più.

Poi un giorno il mio presidente del consiglio va in televisione e dice che non molleremo l’Alitalia ai francesi, giammai, che c’è pronta una cordata di imprenditori amici che rileverà la compagnia e che quindi gli italiani non devono preoccuparsi! Tutti quelli che avevano venduto a prezzi stracciati le Alitalia si mangiano le mani, perché l’isteria del mercato stavolta fa schizzare in aria le quotazioni, facendo guadagnare un sacco di soldi a chi aveva comprato le Alitalia il giorno prima. Chi, comprando le azioni Alitalia quando non valevano nulla, ha guadagnato un sacco di soldi, ha “speculato”, ovvero scommesso, che in qualche modo qualcosa avrebbe fatto salire le quotazioni di mercato dell’Alitalia. Gli altri, rimangono fregati, e nel caso Alitalia ancora peggio, perché quando chi doveva speculare (la cordata di amici) aveva finito di farlo, le azioni Alitalia sono state magicamente ritirate dal mercato, ovvero non si potevano più né vendere né comprare, lasciando i meno furbi, i meno fortunati e in generale i meno “amici” con in mano il cerino spento. Il principio quindi è il seguente: nel mercato, quando qualcuno ci guadagna, qualcun altro ci perde.

Lo stesso principio si applica, nel Forex, alle valute. Se io ho dei dollari e credo che domani l’economia della Gran Bretagna avrà, per qualsiasi motivo, un fortissimo rialzo, vendo i miei dollari e mi compro un mucchio di sterline. Quando il valore della sterlina avrà finito di aumentare, rivenderò le mie sterline al nuovo tasso di cambio e mi riprenderò i miei dollari, guadagnandoci la differenza.

Il concetto, portato all’estremo nelle grandi operazioni speculative tra nazioni e aggiunto a particolari condizioni di mercato ed alla volontà dei grossi capitalisti mondiali (es. le multinazionali della frutta), espone le economie più deboli, come quelle dei paesi del terzo mondo o dei paesi in via di sviluppo, ad attacchi speculativi mirati a distruggere determinati settori produttivi, se non l’intero sistema economico di un paese. Esempi mirabili possono essere la crisi asiatica del 1997 o la più recente crisi argentina, senza contare la stragrande maggioranza degli stati centrafricani.

Complicato? Ecco, nel caso dello Renminbi cinese, o Yuan, è ancora peggio.

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29 Commenti

  1. francesca

    Sire (!),

    Nel mio primo commento dicevo appunto “Visto che non siete “La Repubblica””. Ma non vedo perché “il tempo” o il fatto di essere “blog” significhino automaticamente qualcosa.

    Anzi mi pare che si perda un’occasione, o che neanche ci si renda conto di come potrebbe essere.
    Quel che vedo è quel genere di performance indirizzata a “chi non se ne intende” (e naturalmente si ha il diritto di “non intendersene” e che finisce per dare loro semplicemente il gusto di penetrare “ciò che c’è sotto DAVVERO”, nascosto agli sguardi profani che non vedono che le azioni evidenti degli uomini. Appena quanto basta a solleticare il gusto meschino di credersi in grado di rivoltare al sole pretendute connessioni dissimulate e legami segreti attraverso ‘deduzioni’ o ‘intuizioni’ delle forze politiche in gioco dal semplice fatto di un accostamento o una battuta, moltiplicando ‘orizzontalmente’ le circostanze e le allusioni e i sottointesi, pescando di qui e di la elementi qualsiasi per mantenere in piedi la scaffalatura dell’alta opinione che si ha di sé, al costo di non potersene mai fare una delle COSE.

    Il problema è naturalmente che si finisce per non avere che UNA “spiegazione” di TUTTO: l’unica forza attiva del mondo è la bassezza, l’interesse privato e meschino, la piccolezza,

    E dunque si è del tutto INEFFICACI in fatto di “anti-capitalismo”, perché non si ha la più piccola idea di cosa sia o come funzioni, e ci si limita a farne il nome di quella bassezza. E così non siamo anti-capitalisti contro il capitalismo, ma artisti contro filistei, gente di buon gusto contro gente di cattivo gusto, nobili contro spiessbuergers.

    E in più PARASSITI del capitalismo. Non tanto per il fatto minore che – per un caso – il primo numero di Il Post aveva proprio una inserzione pubblicitaria di un’agenzia web di speculazione sulla valuta (“iscrivetevi e vi diamo accesso al manuale per speculare sulle valute”, “investite 100 euro per muoverne 100 milioni”, “guadagnate mentre dormite” diceva l’inserzione), cosa che si può rubricare alla voce “fintanto che finanziano articoli di qualità”, ect, ma per il fatto che questo modo di mangiare e digerire i sottoprodotti del capitalismo è una perfetta strategia, che se ne sia consapevoli o no, per STARCI nel capitalismo, appunto come un parassita nel suo ospite, come uno stercorario su un mucchio di escrementi, godendosi la sola consolazione di sentirsi il RE degli stercorari.

    E’ una cosa che prima di tutto è PALLOSISSIMA: ti rendi conto? Passare ore e giorni ad ammucchiare ogni sorta di chiacchiera per fabbricare le 100 o 300 parole quotidiane di altre chiacchiere, atterriti dal rimandere fuori dal giro delle chiacchiere se non lo fai assiduamente, perdendosi il FUN di capire qualcosa in profondo, che sia l’international trade o la grammatica greca?

    DUE PALLE.

    Un “lifestyle”, ed è tutto. E a me sembra PALLOSISSIMO, oltre che parassitatio.

  2. francesca

    Caro Augusto,

    Potrei non essere stata chiara: “la Repubblica” di qualsiasi materiale sia fatto pubblica QUALSIASI m**da purché funzioni come un’attrazione del suo vaudeville (e mandateci le foto).

    La “libera informazione” – come la chiami – si distinguerebbe PROPRIO se si PONESSE il problema di COSA, e non di chi, pubblica. E precisamente perché è sulla rete non ha NESSUN motivo di non farlo (non, per esempio, il costo di un redattore specialista, ect). Sarebbe proprio QUESTA la differenza: che sul “mainstream” scrive qualsiasi starlet quel che gli pare, mentre qui dire “quello che mi pare” significherebbe non “guarda come dico bene, q

  3. francesca

    pardon, continuo…

    Sarebbe proprio QUESTA la differenza: che sul “mainstream” scrive qualsiasi starlet quel che gli pare, mentre qui dire “quello che mi pare” significherebbe non “guarda come dico bene, al diavolo quel che dico”, ma “sono responsabile di quel che MI PARE”.

  4. sire

    francesca, mi dispiace ma non ti seguo.
    per me mica hanno ragione sempre e comunque questi di china files. però hanno espresso un punto di vista. sta agli altri (come me e te) fare un’analisi critica.
    chi legge sa (o dovrebbe sapere) che non c’è un’autorità precostituita che filtra quello che noi dobbiamo leggere.
    anche gli ignoranti (nel senso stretto del termine) dovrebbero sapere che china files non è altro che un semplice autore di un blog che esprime opinioni, e non la Verità…[o cazzo, forse l'unica maiuscola, questa V, è un po' troppo?]

  5. sire

    tra l’altro, tecnicamente, dire che “nel mercato, quando qualcuno ci guadagna, qualcun altro ci perde” è una gradissima stronzata.

  6. cirus

    Letto solo la prima pagina, poi mi sono fermato per pietà.
    Troppi errori e superficialità.
    La storia valutaria è approssimativa, spesso romanzata.
    L’esempio di Alitalia non centra una cippa, anzi confonde solamente, soprattutto se poi si paragona un titolo azionario ad uno Stato. Sostenere che i corsi valutari sono guidati solo dall’andamento dell’economia (Pil?) è…mi fermo qui che è meglio.

  7. D’accordo con Cirus.
    E’ un pessimo articolo. Superficiale, scritto male e, alla fine, non spiega proprio niente. Speriamo che il marziano attinga ad altre fonti per capire qualcosa dell’economia terrestre.

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