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La vecchia inchiesta su Italia-Camerun dell’82

La battuta di Bossi sulla partita con la Slovacchia riporta alla più clamorosa ipotesi di partita truccata della storia della nazionale

Fu un'inchiesta di Oliviero Beha e Roberto Chiudi ad accusare la Figc di avere comprato l'accesso al secondo turno dei mondiali che poi l'Italia vinse

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«Tanto la partita se la comprano: vedrete che al prossimo campionato ci saranno due o tre calciatori slovacchi che giocano nelle squadre italiane…».

Questa è stata la risposta di Umberto Bossi ieri, quando gli hanno chiesto un pronostico sul futuro dell’Italia ai mondiali del Sudafrica. L’ipotesi della combine ha avuto molto spazio sui giornali di stamattina, e alla Figc si sono arrabbiati: “Una dichiarazione sconcertante e offensiva. Questa volta e in questo momento, il senatore Bossi ha passato il segno”.

La tendenza a pensar male sulle partite di calcio ha naturalmente molti argomenti, e ancora di più nella storia italiana recente. Ma c’è in particolare una vecchia storia molto discussa e molto delicata che riguarda i mondiali di calcio e la nazionale italiana nel momento storicamente più alto della sua partecipazione ai suddetti mondiali. Oggi qualcuno vi allude, ma il principale agitatore dei sospetti su Italia-Camerun dell’82, terza partita italiana al torneo che poi vinse spettacolarmente (Rossi, Tardelli, quell’anno lì), è da sempre Oliviero Beha, giornalista sportivo e non solo. Beha scrisse un libro assieme a Roberto Chiodi, “Mundialgate“, per mettere insieme le loro inchieste dell’84 su Epoca che accusavano l’Italia di avere pagato qualcuno del Camerun per ottenere il punto prezioso di quella partita (la nazionale si qualificò al secondo turno – che poi dominò – con tre deprimenti pareggi nel primo). L’ipotesi è sempre stata molto contestata, sia per il “fango gettato” sul successivo trionfo, sia perché a molti sembra implausibile che si sia pagato per pareggiare e finire in un girone drammatico come quello di Argentina e Brasile. Ecco come il giornalista Stefano Olivari riassunse la storia, nella recensione al libro di Beha.

Può essere utile ricordare ai più giovani che in quel girone del Mondiale spagnolo Italia e Camerun arrivarono all’ultima giornata a pari punti, due a testa, il Camerun dopo due 0 a 0 e l’Italia dopo lo 0 a 0 con la Polonia nella partita d’esordio e il faticosissimo uno a uno con il Perù (gol azzurro di Bruno Conti e pareggio dovuto ad un’autorete di Collovati su tiro del capitano Ruben Toribio Diaz). Quindi, visto il gol segnato in più, alla squadra di Bearzot per passare il turno sarebbe bastato un pareggio al Balaidos. Certo, per evitare il gironcino con il Brasile sarebbe stato meglio goleare gli africani, visto che il giorno prima la Polonia aveva battuto cinque a uno il Perù a La Coruna, ma fin qui stiamo parlando di sport e di calcoli che comunemente si fanno. L’andamento della partita lo conoscono tutti: un colossale ‘primo non prenderle’, comprensibile per un’Italia dilaniata dalle polemiche (che di lì a poco avrebbero portato allo storico silenzio stampa, con la questione premi a fare da pretesto), incomprensibile per un Camerun che sarebbe andato incontro ad una sicura eliminazione. Situazione che fu sconvolta alla mezzora del secondo tempo da un gol fortunoso di Ciccio Graziani, in purissimo stile Cervia: cross di Paolo Rossi, colpo di testa in controtempo e scivolata di N’Kono. Nemmeno il tempo del replay e subito il pareggio del Camerun, con centrocampo e difesa azzurri che fecero una serie di errori grotteschi, consentendo il gol in spaccata di Gregoire M’Bida. Raggiunto il pareggio il Camerun si produsse in una strana melina, con l’Italia senza più forze che gettò davvero il cuore oltre l’ostacolo. Ci viene in mente un tiro di Emmanuel Kunde da quaranta metri, controllato da Zoff (non tutti sono Haan o Dirceu) e pochissimo altro. Se avessimo visto roba simile in un campionato, non necessariamente la serie B italiana, avremmo urlato alla combine, ma l’importanza del Mondiale per tutti e soprattutto per una squadra emergente come il Camerun fece accettare la pietosa spiegazione dei giocatori del Camerun e dei nostri opinionisti: già contenti di essere stati la squadra rivelazione, i Leoni avevano voluto chiudere il Mondiale senza sconfitte.

Ed ecco l’ipotesi di Mundialgate, sempre nella sintesi di Olivari.

Cosa accadde prima di Italia-Camerun, secondo l’inchiesta di Beha e Chiodi? La più credibile fra le loro fonti è senz’altro l’allora vicecapo dei servizi segreti del Camerun, che intervistato a Yaoundé raccontò ai due giornalisti che dopo quella partita il governo aveva ordinato un’inchiesta sullo strano comportamento della squadra allenata da Jean Vincent (che da giocatore, nella Francia terza nel Mondiale 1958, completava una linea d’attacco comprendente fra gli altri Raymond Kopa e Just Fontaine…), portata avanti proprio dal funzionario intervistato da Beha e Chiodi. In pratica con metodi non esattamente da manuale del garantismo i giocatori erano stati interrogati e alcuni di loro, fra cui il mitico (ma diventò mitico dopo, da Italia Novanta in poi) Roger Milla, avevano ammesso che il pareggio era combinato, però dando le colpe di tutto a Vincent. Il ‘gancio’ sarebbe stato un italiano amico di Milla. Qui il web ci viene in aiuto, grazie ad un’intervista rilasciata da Chiodi alla Padania: quell’uomo si chiamava Orlando Moscatelli, di professione cuoco. Moscatelli spiegò a Beha e Chiodi che nell’operazione era stato un semplice intermediario, senza conoscere il grande vecchio della situazione: in pratica un misterioso uomo di mezza età ‘con un’Audi targata Taranto’ si era presentato da lui, in Corsica (da notare che il già trentenne Milla giocava nel Bastia), per proporre 400mila dollari da usarsi per ammorbidire i Leoni. Secondo Moscatelli la cosa poi non si fece, perché i giocatori del Camerun, da lui prontamente contattati, non gli avevano dato certezze: insomma, molti di loro, secondo Moscatelli, la partita l’avrebbero giocata ‘veramente’. Interessante è la parte dell’inchiesta riguardante il famoso camorrista Michele Zaza, che fra i vari settori di sua competenza aveva le scommesse clandestine. Curiosità: fra i suoi avvocati c’era l’allora presidente della Figc Sordillo, lo stesso Sordillo che secondo il racconto di Zaza (fatto anche all’allora segretario di Democrazia Proletaria Mario Capanna, che con Beha in un’altra occasione lo aveva incontrato) gli aveva chiesto consigli su come muoversi in Spagna e che all’amico spagnolo del pregiudicato (eufemismo) si sarebbe rivolto davvero, poco prima di Italia-Camerun. Sordillo adesso è morto, ma al tempo della pubblicazione del libro era vivissimo e la sua posizione in merito fu uguale a quella della quasi totalità degli addetti ai lavori: silenzio. Lo stesso che abbiamo accettato, come ragazzini mai cresciuti e spettatori di professione, per non rovinare una delle poche cose belle della nostra vita.

Sul suo blog, Beha ha poi riassunto così la storia raccontata nel suo libro, citando le pressioni e le censure che l’inchiesta ottenne e su cui è tornato molte volte.

L’Italia-Camerun più famosa o famigerata della cronaca, il match combinato per antonomasia e sotto gli occhi di tutti, risale infatti all’estate del 1982, Mondiali di Spagna. A Vigo nel primo turno l’Italia in quel momento sbeffeggiata di Bearzot viene da due pareggi, con Polonia e Perù. Se perde va fuori tra le pernacchie (la spernacchiava  Matarrese già allora presidente della Lega), se pareggia sopravvive comunque per il quoziente reti. Il Camerun se pareggia viene eliminato ma torna imbattuto in patria a ricevere soldi (assai pochi) e onorificenze dal regime monocratico avviato a diventare militare a colpi di guerriglia,  prima squadra africana a riuscire in un’impresa simile di grande orgoglio patriottico, figurando così dignitosamente in un Mondiale ossia in tv.
Fu uno 0-0 travestito da 1-1,  prima Graziani su scivolata di N’Kono, il portiere dalla lunga carriera spagnola, un secondo dopo il camerunense M’Bida, unico gol in carriera credo, di fronte a Zoff e a una difesa da “strano interludio”, sapete, quelle belle statuine della piece di O’Neill.
Nessuno protestò più di tanto, allora, mentre in contemporanea Germania e Austria “biscottavano” ai danni dell’Algeria, per passare a braccetto al turno seguente: invenzioni di chi scrive? Macchè,  qualcuno dei “biscotta- tori” avrebbe confessato molti anni dopo che le cose erano andate esattamente così, come ci erano parse “in diretta”.
Per Italia-Camerun, viatico per gli azzurri di un Bearzot poi portato in trionfo a Madrid, con Pertini, Spadolini e i giocatori,  non ci fu al momento alcuno strascico, se non a cena, tra colleghi che ne avevano viste tante di quel genere e quindi pensarono bene di non scrivere nulla. Dov’era il Blatter indignato di oggi?Al mare, in Galizia?No, era già segretario generale della Spectre/Fifa, ma evidentemente gli andava bene così. Dov’era Giancarlo Abete? Negli scranni di una delle sue legislature come deputato democristiano, attendente di un Franco Carraro già allora presidente del Coni come oggi è in Cina, dall’Olimpica, quale membro del Cio.
Chi mise in dubbio un paio d’anni dopo, grazie a un’inchiesta in Africa e in Europa dal significativo e minaccioso titolo di “Mundialgate”, quel “biscotto” italo-camerunense e una serie di trame da far rabbrividire (cfr. il boss camorrista Michele Zaza che esercitava per conto del presidente della Federcalcio di allora, Federico Sordillo, il suo legale), fu chi scrive. Mal gliene incolse.
Come mi disse Carraro telefonicamente all’epoca, nell’estate del 1984, ”Lei non lavorerà più, ho parlato con il suo Direttore”. Trattavasi di Scalfari, che all’epoca dialogava con il potere terreno e non con quello divino. Aveva ragione quasi del tutto Carraro.

Di recente, su Mundialgate è tornato Roberto Chiodi, coautore del libro, elencando le loro “prove”.

L’uomo dei servizi segreti, responsabile della sicurezza della comitiva Camerun, dichiarò che dopo la partita aveva posto praticamente agli “arresti domiciliari” tutti i giocatori e che li aveva interrogati a uno a uno, senza tanti complimenti. I sei professionisti ammisero che avevano giocato in quel modo perché avevano avuto la promessa di 30 mila dollari a testa. E che i soldi, alla fine, se li era probabilmente intascati tutti l’allenatore, in scadenza di contratto e mai rientrato in Camerun. In patria però erano tutti in festa perché il Camerun era l’unica squadra che ai mondiali non aveva mai perso e questo indusse i vertici dei servizi e del governo ad archiviare i verbali con le confessioni. Quindi, la prova c’era: era la dichiarazione di un pubblico ufficiale, colui che aveva condotto gli interrogatori e ottenuto sei confessioni. Cosa si voleva di più? Quale elemento, in casi del genere, può essere valutato “prova”? Esistono, nella casistica delle corruzioni in partite di calcio (corruzioni che pure esistono, su questo dovremmo essere d’accordo), episodi più eclatanti, più “provati” di questo? Di cosa avevano bisogno i colleghi e i tifosi per convincersi che c’era stata una pastetta? Il film del passaggio dei soldi? Le ricevute di pagamento?
Lasciamo perdere l’aspetto tecnico, la partita e la farsa che ci fu nel far pareggiare il Camerun. Il vicecapo dei servizi segreti era un’autorità governativa, aveva un ruolo, era anche lui in panchina (come pure Moscatelli, pensa un po’!). Ci disse che aveva ottenuto le confessioni. L’abbiamo filmato e registrato. Ma che altro dovevamo produrre? Andammo per scrupolo in Corsica e riuscimmo a rintracciare e far parlare Moscatelli davanti a una cinepresa. Lui ammise che a Vigo era stato avvicinato proprio per indurlo a offrire, tramite Milla, soldi ai professionisti affinché ci fosse la garanzia del pareggio. La trattativa non andò in porto proprio perché mancava la garanzia assoluta che invece fu raggiunta coinvolgendo nella corruzione anche l’allenatore-mercenario.
Abortita la nostra inchiesta giornalistica proprio perché i colleghi dicevano che “non c’erano le prove”, non scrivemmo mai il seguito della storia che pure ci fu. E cioè: l’avvocato di Michele Zaza (Michele ‘o pazzo, boss camorrista, re del contrabbando) era guarda caso il presidente Sordillo. Zaza ci disse che Sordillo si era fatto consegnare da un fiduciario di Zaza stesso a Vigo 400 mila dollari alla vigilia di Italia-Camerun per “sistemare” la partita sul pareggio. Questa dichiarazione il camorrista la f ece prima al suo avvocato, poi a me, poi al segretario di un partito politico che andò a trovarlo a Regina Coeli insieme a Beha.

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